E poi furono 200! 🎉 (Facciamo qualcosa di diverso)
Oggi festeggiamo insieme un altro traguardo: il 200° episodio di Educare con calma! 💫 Quando ho iniziato il podcast, non avrei mai immaginato di continuare così a lungo… il titolo del primo episodio, non a caso, era: «Inizio un podcast (credo)». 😅
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Note dell’episodio
Né avrei mai immaginato di ricevere così tanto amore e supporto: dal 2020 a oggi Educare con calma è stato quasi ogni settimana il podcast n.1 in Italia nelle categorie Famiglia e Bambini e Genitorialità . Questo risultato è il frutto del nostro viaggio insieme. 💜
Questo ultimo anno è stato specialmente impegnativo, e più di una volta ho pensato di fermarlo, perché un appuntamento settimanale richiede davvero tanto lavoro (non retribuito in questo caso, perché il mio podcast è gratis e io non accetto sponsor né pubblicità ): ma ogni messaggio, ogni ascolto e ogni recensione mi ricordano ogni giorno perché voglio continuare a «show up» (esserci?) per voi.
Per la puntata 100, vi avevo lasciato alcune frasi motivazionali e vi avevo descritto i miei strumenti di lavoro per iniziare il vostro podcast. Per il n.200, invece, vi offro qualcosa di diverso: un collage di alcune parti degli episodi più amati, più commentati e più e condivisi da voi (questa volta la rassegna l'abbiamo fatta dal 100 al 200, ma se vi piace la modalità , sarebbe bello farne altri, magari a tema: fatemelo sapere nei commenti).
Buon ascolto e, come sempre, grazie per essere qui: il vostro tempo non è scontato.
✨ Se manca il vostro episodio preferito, scrivetemelo nei commenti ✨
Gli episodi che troverete in questa puntata speciale:
Leggi la trascrizione
Carlotta: Benvenute e benvenuti a questo episodio speciale di Educare con calma. È un po' un'emozione, in realtà . Come forse avrete già intuito dal titolo, è un episodio un pochino diverso dagli altri, perché è la puntata numero 200, che vuol dire che sono già 200 i semini che ho lasciato qui dal 2020, quando ho iniziato questo podcast, da quando Alex mi ha mi ha comprato un microfono, mi ha seduto davanti allo schermo e mi ha detto "parla". Sono 200 le riflessioni e le conversazioni e i pensieri a ragnatela che ho affidato a questo spazio, con la speranza che potessero nutrirne e generarne altre nelle vostre case, nei vostri cuori, nelle vostre menti.
Carlotta: Se qualcuno me lo avesse detto quando ho registrato il primo episodio, che si intitolava "Inizio un podcast", credo, il "credo" l'avevo proprio messo tra parentesi, ecco, forse non ci avrei creduto che sarei arrivata oggi al numero 200. Anche per la puntata numero 100 avevo fatto qualcosa di diverso. Vi avevo lasciato non solo alcune frasi motivazionali per iniziare un vostro progetto online, vi avevo proprio anche lasciato tutti gli strumenti che io ho utilizzato per iniziare il mio podcast, e speravo proprio che tantissime persone ascoltandolo pensassero "wow, ma anche io posso iniziare un podcast", perché credo che sia una bellissima forma di espressione.
Carlotta: È uno dei miei mezzi di comunicazione preferiti, e non avete idea, ma proprio non posso neanche contarle le persone, dovrei fare una lista probabilmente, che hanno effettivamente iniziato un podcast o anche solo un blog o anche solo qualcosa online proprio a partire da quell' episodio 100. Se vi interessa e volete recuperarla, quella puntata la trovate nei contenuti relazionati a questo episodio su latela.com/podcast. Oggi invece allargo un pochino di più la mia zona di comfort, e in realtà non vi propongo qualcosa di nuovo, anzi, decisamente non di nuovo, ma è qualcosa che desideravo sperimentare e offrirvi da un po' di tempo, e che la nostra Vale del team mi ha convinta a fare, offrendomi il suo aiuto per farla, ed è una playlist degli episodi che avete più amato, più commentato, più ricondiviso.
Carlotta: A questo proposito, non posso davvero che dirvi grazie, perché è proprio grazie a voi che continuate ad ascoltare Educare con calma e ne parlate, lo condividete con altre famiglie. E grazie a voi se questo podcast, che è un contenuto gratuito in cui ci va davvero tanto tanto lavoro, tanto impegno, tanta cura, e grazie a voi se può continuare ad esistere, ma non solo ad esistere, grazie a voi se può continuare, e grazie a voi se continua ad essere il numero uno la maggior parte delle settimane dell'anno nella classifica italiana nella sua categoria "in famiglia". E questo per me, voi sapete che io non sono una persona a cui interessano veramente molto i risultati, le classifiche, i numeri, però il fatto di vederlo lì sempre al numero uno mi dà come quella forza, quella consapevolezza di cui spesso ho avuto bisogno.
Carlotta: Ecco, me l'ha data spesso in questi anni quella consapevolezza di "ci sono persone dall'altra parte che ti ascoltano, ci sono persone che contano su di te in questo, in questa settimana ci sono persone che aspettano il venerdì per ascoltare le tue parole", e magari per ridere con te, per piangere con te, per riflettere con te, e questo è stato un grande, grandissimo, un grandissimo motore per me per andare avanti, perché non vi nascondo che ci sono stati davvero tanti tanti tanti momenti in cui ho pensato di lasciare andare questo podcast e questo progetto. Sicuramente ce ne saranno altri, perché è un lavoro che probabilmente soltanto chi ha un podcast, in un certo senso, a livello professionale, che il mio in realtà davvero non è un podcast a livello professionale, perché i livelli professionali includono sponsor, includono pubblicità , includono collaborazioni con partner paganti, e il mio non ha nulla di tutto questo, proprio per etica personale.
Carlotta: Io scelgo di non avere sponsor, di non avere pubblicità paganti, di non offrirvi nessun tipo di pubblicità , prodotti eccetera eccetera, quindi è una mia, è una mia decisione. Probabilmente per questo lo penso un pochino meno professionale, forse devo cambiare questa narrativa anche nella mia mente, perché in realtà se guardiamo le ore di lavoro, se guardiamo le ore di editing, se guardiamo davvero il brainstorming, il pensiero, il pensiero, i pensieri a ragnatela, non solo miei ma anche di tutto il team, a volte che vanno all'interno di questi episodi, sicuramente è un progetto davvero importante, davvero grande, ed è anche per questo che spesso e volentieri ho sentito che fosse più grande di me, e quindi ho pensato "magari devo lasciarlo andare".
Carlotta: E invece i vostri ascolti, i vostri ascolti, i vostri commenti, il fatto che mi ricordiate Quanto lo aspettate ogni settimana, i messaggi che mi arrivano ogni settimana che mi dicono "Non vedevo l'ora che arrivasse il tuo podcast" oppure le riflessioni che mi mandate in seguito ai miei episodi, ecco, questo è ciò che ha mantenuto in vita cosa sarò da grande. E quindi grazie, grazie, grazie a voi, grazie a te che mi stai ascoltando, grazie a te che arrivi alla fine degli episodi, grazie a te che ti metti in gioco perché so che tanti episodi sono scomodi, grazie a te che continui a dedicare a me questo tempo, e il tempo che mi dedichi non è assolutamente scontato.
Carlotta: Quindi torniamo, perché altra ragnatela di pensieri, torniamo un attimo a quello che farò oggi, che è appunto una selezione delle puntate a partire dalla numero 100 fino ad oggi, quindi una selezione di 100 episodi che avete amato di più, sono proprio piccoli estratti, piccoli spunti che lascerò fluire così senza interruzione e che forse vogliono essere solo un promemoria per voi, per ricordarvi perché avete scelto, perché state scegliendo di educare con rispetto, e anche un promemoria per me, per ricordarmi perché continuo ad accompagnarvi in questo percorso. Abbiamo fatto una selezione di episodi, non è esaustiva.
Carlotta: Eravamo davvero indecise con Vale su quali episodi inserire e ci siamo poi affidate a voi, sicuramente, per vedere quali sono stati quelli più commentati, più amati, eccetera eccetera. Quindi abbiamo scelto quelli, ma se qui in questa selezione ci sono episodi che, anzi, non ci sono, se non ci sono episodi che voi avete amato in questi ultimi 100 episodi, scrivetemelo nei commenti, andate nei commenti su latela.com/podcast, cercate il numero 200 e scrivetemi nei commenti: "Carlotta, questo avresti dovuto metterlo", e grazie, perché questo mi piaceva tantissimo leggere questo tipo di commenti, perché una cosa che amo di più dei miei contenuti è rivederli, risentirli attraverso le vostre parole, attraverso i vostri occhi.
Carlotta: Non so se ogni scrittore, ogni scrittrice sente questo, ma per me è bellissimo proprio vedere, per esempio, quando citate alcune parole del mio podcast o alcune parti del mio libro, perché attraverso i vostri occhi io li rileggo in un modo completamente nuovo, e quindi è bellissimo questo e vi ringrazio. E detto questo, non mi rimane che lasciarvi all'ascolto di queste parti che abbiamo selezionato per voi. Attaccare una categoria di persone per difenderne un'altra, per esempio se parliamo di genitorialità , questa tendenza potrebbe essere tipo: difendere il diritto delle mamme di scegliere di non allattare, attaccando le mamme che scelgono l'allattamento a richiesta, oppure difendere il diritto delle mamme di dedicarsi alla carriera, attaccando le mamme che invece scelgono di restare a casa e fare le mamme, oppure ancora di difendere il diritto delle donne di condividere il carico mentale con il marito, attaccando o facendo sentire inferiori le donne che per esempio fanno sempre la lavatrice o fanno la spesa.
Carlotta: Potrei andare avanti, ma mi fermo qui. Per quanto interessanti siano questi argomenti, non entro in ognuno, perché non è il tema di oggi, ma li uso proprio solo come esempi per farvi capire cosa intendo con "quel attaccare per difendere" o "difendere attaccando". Ci sono, purtroppo, alcuni account su Instagram, parlo sempre di Instagram perché io non uso Facebook attivamente, che usano proprio questa tecnica di difendere una categoria di persone attaccandone un'altra. Perché lo fanno? Perché così giustificano i loro contenuti dietro questa causa finta nobile di difendere una categoria di persone, ma in realtà il loro intento è attaccare la categoria che non la pensa come loro, e ovviamente tutto questo avviene con una comunicazione generalmente provocatoria, spesso proprio aggressiva, o comunque passivo aggressiva.
Carlotta: Credo personalmente che con la provocazione e l'aggressività spesso in realtà si ottenga l'effetto opposto. Instigare le persone alla rabbia non porta sicuramente al miglioramento delle loro azioni, reazioni e relazioni. Per esempio, se io instigo le donne contro i mariti che non fanno nulla in casa, in realtà il messaggio è giusto, perché dobbiamo comunicare l'importanza della divisione del carico mentale, ma se offro rabbia invece che soluzioni costruttive e dialogo, in realtà quelle donne io non le sto aiutando, sto facendo loro un disservizio, perché la rabbia magari può essere il motore, ma sicuramente non può essere il mezzo per avviare un cambiamento.
Carlotta: Non lo è mai, e chiariamoci, ripeto che spesso quando si attacca per difendere la categoria Che si difende merita di essere difesa, ha bisogno di un portavoce, ma quello che non ci si rende conto, e forse né chi crea i contenuti né chi li fruisce, è che anche la categoria che viene attaccata merita di essere rispettata. E più spesso che no gli stessi messaggi, stessi identici messaggi, si possono trasmettere nel rispetto di tutte le parti coinvolte. Quindi, secondo me, anche se la causa è valida e mira a contestare una mentalità deleteria, spesso questo approccio provocatorio, aggressivo, di istigazione alla rabbia, a lungo andare, a lungo termine, è deleterio tanto quanto la mentalità che vogliamo contestare.
Carlotta: Una mattina abbiamo avuto un'ora davvero difficile con Oliver, e in quell'ora entrambi, io e Alex, ci siamo sentiti davvero molto molto arrabbiati, provocati, feriti dal suo comportamento e dalle sue risposte. Prima di uscire di casa per portare i bambini a parkour, perché quel giorno li stavo portando io, Alex però mi ha fatto segno di abbracciare Oliver, e lui l'aveva già fatto. Io ho fatto un respiro profondo, ho alzato gli occhi al cielo probabilmente, e sono uscita. In taxi, Oliver era visibilmente dispiaciuto, però io, nel mio cuore, stavo davvero facendo fatica a offrirgli empatia, e ho scritto ad Alex questo messaggio.
Carlotta: Gliel'ho scritto in inglese, ma te lo traduco in italiano, gli ho scritto: sai, non penso di poterlo abbracciare con onestà e supportarlo in questo momento, sarebbe falso, sono davvero tanto tanto arrabbiata con lui, mi piacerebbe riuscire a superare questa rabbia più in fretta, ma c'è qualcosa di lui che davvero non mi piace affatto. Quando io gli ho scritto quello, lui mi ha risposto: però Oliver ne ha bisogno. E io gli ho detto: anche se è falso? E lui mi ha detto: non deve per forza essere falso, può essere così: "Hey, sono ancora molto arrabbiata con te e devo capire perché, ma spero davvero che tu possa passare una bella giornata a parkour".
Carlotta: E io ho riletto quelle parole molte volte, e poi ho detto, gli ho risposto, gli ho detto: ok, hai ragione. Inspira, espira. Condivido con te questo momento di grandissima vulnerabilità mia di genitore, in cui ho detto e scritto parole che io personalmente reputo e sento così forti, perché, appunto, tutte le case sono in fiamme. Se continuiamo a nasconderci nell'armatura che la società ci richiede, non possiamo sconfiggere questa cultura del dito puntato e il falso mito del genitore perfetto. Nessun genitore, nemmeno quelli che sui social media sembrano avere tutto sotto controllo, ha tutto sotto controllo.
Carlotta: Tutte le case sono in fiamme, ma davvero tutte. E l'unico modo per accorgercene è riuscire piano piano a salire sul tetto dell'edificio, del nostro personale edificio. E io questo lo paragono un po' alle scale della nostra evoluzione, perché solo da lì, solo dall'alto, possiamo vedere tutte le case e vedere che alla fine sono tutte in fiamme, che le nostre vulnerabilità sono le vulnerabilità anche di tutti gli altri, in situazioni diverse, in momenti diversi. Torniamo al perché i bambini dicono: ti odio. Lo dico spessissimo e lo ripeto anche oggi: i bambini non hanno ancora la capacità di esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni in modo costruttivo.
Carlotta: Quella parte del loro cervello è ancora in costruzione, non hanno ancora imparato quell'abilità . Quindi, quando hanno avuto una giornata difficile, o stanno attraversando un periodo difficile, un momento difficile, quando si sentono meno importanti perché il neonato riceve tutte le attenzioni, quando si sono sentiti spaventati e hanno sentito la nostra mancanza a scuola quel giorno, quando ricevono una delusione, loro non hanno la capacità di dire con calma: sono triste, mamma, sono arrabbiato, papà , oppure ho bisogno di te. In quelle situazioni in cui i bambini sono disregolati e hanno bisogno del nostro amore, della nostra attenzione, non è anormale che dicano cose come ti odio, non ti voglio più vedere.
Carlotta: Vai via, mi fai schifo. Non sono più tuo amico. Sei stupida. Quando senti queste parole uscire dalla bocca di tuo figlio, nella tua testa suona come una vocina che dice: "Questo è inaccettabile. Io sono il genitore e mio figlio mi deve portare rispetto." Ma invece vorrei che iniziassi ad allenare la tua empatia, in modo che piano piano la vocina inizi a dire parole diverse, ad esempio: "Mio figlio o mia figlia ha davvero bisogno di me in questo momento." Quindi ecco che cosa puoi fare. Prima di tutto, non ascoltare le parole, concentrati sulla sensibilità del momento, concentrati sulla tua empatia, concentrati sulle emozioni e sulla fatica che tuo figlio sta facendo per arrivare a dire delle cose del genere, perché ti ricordo che non è ancora in grado di esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni in modo costruttivo, e quindi dice parole dettate dalla rabbia, dettate dall'emozione del momento, che spesso non hanno alcun significato per lui, parole che magari ha ascoltato nelle discussioni, discussioni tra te e tuo marito, tra te e tua moglie, a scuola, tra amici, tra insegnanti, tra adulti, parole che gli vengono.
Carlotta: Quindi ecco, la prima cosa che puoi fare è non ascoltare le parole, non concentrarti sulle parole, anzi, traduci le parole per capire e quasi vedere la sensazione. Per esempio, puoi dirgli: "Queste sono parole che mi dicono che sei davvero davvero arrabbiato con me." In questo modo li stai aiutando a costruire intuizioni e prospettive nel contesto della tua relazione di fiducia. Stai dicendo loro: "Io accolgo la tua rabbia, la vedo, la accetto, perché tutte le emozioni sono valide, e ti capisco." Così stai crescendo, aumentando la fiducia nella vostra relazione. Poi ovviamente dai l'ok a tutte le sensazioni.
Carlotta: Tutte le sensazioni e tutte le emozioni sono valide, quindi possiamo dirgli: "Va bene che tu sia arrabbiato con me." In quel momento tuo figlio e tua figlia hanno bisogno di sentire che non sono sbagliati per provare le emozioni e le sensazioni che stanno provando. Quindi aiutali a sentire questo, aiutali a non farli sentire sbagliati. E poi, appunto, puoi anche condividere, anche tu, che sei arrabbiata con loro in quel momento, perché di solito it takes two to tango, ovvero, è un detto inglese che significa che ci si arrabbia in due e che un litigio lo si fa sempre in due. Pensa, soprattutto, a che esempio puoi dare ai tuoi figli se in quel momento di loro rabbia tu gli dici: "Anche io, in questo momento, sono arrabbiatissima, ma voglio imparare."
Carlotta: A controllare le mie emozioni ed esprimermi comunque con gentilezza, perché sono io a scegliere chi sono. Finché io non riesco a imparare a gestire le mie emozioni e scegliere le mie azioni di fronte ai suoi comportamenti, è normale che Oliver si senta più tranquillo intorno ad Alex, perché è un bambino, un bambino fa spesso cose che a noi adulti sembrano scomode. E se l'adulto si arrabbia ogni volta che il bambino fa qualcosa di scomodo, e l'adulto perde la pazienza, urla e lo spaventa, quel bambino non avrà piacere di stare con quell'adulto. Preferirà stare con un adulto che lo tratta bene, con un adulto che lo fa sentire bene anche quando fa qualcosa di scomodo.
Carlotta: So che questo è doloroso per tanti genitori che mi stanno ascoltando. Lo è stato per me per molti anni, ma io credo davvero che l'unica via per l'evoluzione sia la verità , e quindi è la verità che voglio offrirvi. Quindi, per capirci, prendiamo una famiglia per esempio, in cui la madre non sta bene mentalmente, nel senso che non si prende cura di sé. Il carico mentale di questa mamma è alle stelle e spesso perde la pazienza. Quando perde la pazienza, grida e fa paura ai bambini. Se il papà offre un comportamento più calmo e più accogliente, se il papà è un porto più sicuro, non importa quanto poi la mamma faccia per quel bambino, o quanto tempo investa a giocare con lui, o a fare attività con lui, o a portarlo al parco, il bambino istintivamente preferirà comunque il papà , perché il papà lo fa sentire meglio.
Carlotta: Prendiamo invece una famiglia in cui è il papà che perde spesso la calma, perché arriva da un'educazione autoritaria e non si è ancora messo in discussione, e la mamma invece riesce a regolarsi più facilmente. Quando dico regolarsi, intendo proprio gestire le proprie Emozioni. Autoregolarsi, come quando regoliamo la temperatura di casa. E magari quel papà ogni sera si mette a giocare insieme al bambino e passa tempo di qualità insieme al bambino, ma in altri momenti perde facilmente la pazienza. Se le cose non vanno come vuole lui, si arrabbia, magari in alcuni momenti umilia il bambino con frasi tipo "ma dai, ormai sei grande, dovresti saperlo fare" o "quante volte ti ho detto di non fare" o frasi simili.
Carlotta: È ovvio che quel bambino preferirà stare con la mamma. I bambini ci danno feedback, sta a noi saperli leggere. Ma non solo, sta a noi credere a quel feedback, perché empatia non significa solo ascoltare le parole, ma anche credere a quelle parole, al modo in cui si sente chi le dice, alle sue emozioni. Sta a ogni individuo singolo scegliere di fare quel lavoro. Non possiamo farlo noi per qualcun altro. Se io so che mio figlio preferisce mio marito e non mi chiedo perché, e non me ne prendo la responsabilità , e non ho voglia di analizzarmi, non ho voglia di evolvere per cambiare le cose, nessuno può farlo per me.
Carlotta: Mio marito non può farlo per me. Mio marito non può convincere mio figlio: "guarda che stai bene anche con mamma". Non possiamo controllare gli altri e quello che loro provano. Possiamo controllare solo noi stessi e far sentire le altre persone in un modo o nell'altro utilizzando i nostri comportamenti, concentrandoci sui nostri comportamenti. Oggi ho deciso di parlare della domanda che mi ha inviato un genitore e che mi ha ispirata. Questo genitore mi chiede, come domanda iniziale, e della parte che mi ha incuriosita, che cosa penso dei bambini specchio. E mi racconta che teme di aver sbagliato approccio e che non sapendo gestire le indicazioni dell'Educazione a Lungo Termine, mi dice, magari abbiamo finito con il dare a nostro figlio La sensazione che lui sia sul nostro stesso piano dei genitori e mi faceva questo esempio.
Carlotta: Mio figlio dice che lui è forte come noi. E una volta, quando gli ho detto che questo non è vero, gli ho detto: tu sei un bambino e noi siamo i tuoi genitori, decidiamo noi per il tuo bene, e non puoi pensare di essere più forte di mamma e papà , perché semplicemente non è così. Quindi, quando lei gli ha detto tutto questo, lui, in tutta risposta, le ha detto qualcosa del tipo: vuoi vedere come ti faccio male? E lei pensava che scherzasse, e invece lui ha caricato il braccio e le ha dato uno schiaffo sulla coscia. E quindi lei mi chiede se questa rabbia e questa aggressività che suo figlio ha già manifestato in passato, ne avevamo già parlato, perché lei fa il mio corso, lo fanno insieme, mi sembra, la mamma e il papà , se questa aggressività , che però stava migliorando, è un motivo per cui dovrebbero farsi aiutare.
Carlotta: Ok, non vorrei commentare troppo su queste teorie dei bambini specchio, anche chiamati bambini simmetrici, perché credo che partono tutte dal presupposto sbagliato, ovvero che il bambino buono è quello che sta zitto, fermo, che ascolta i genitori in tutto e per tutto. E io, già sapete, diffondo un tipo di educazione completamente diverso. Quindi, in generale, credo che anche questa, come tutte le etichette, bambini di cristallo, mamma elicottero, eccetera, sia tanto ridicola quanto deleteria. E mi permetto proprio di dirlo così, in maniera molto diretta. Trovo che alcuni professionisti, oggigiorno, si inventino nuove etichette o riportino di moda antiche etichette per essere pubblicati, per fare notizia, per scrivere un libro che incuriosisca.
Carlotta: Ma credo che le etichette siano pericolose, perché insinuano nella mente dei genitori mentalità sbagliate, controproducenti, deleterie, e che alla fine generano problemi, non problemi, ovvero, creano problemi che in realtà non sono problemi. Ci inventiamo ogni volta nuovi termini per mettere le persone in scatole, mentre quello che dovremmo fare è proprio il contrario. Dovremmo capire e accogliere l'unicità di ogni individuo e smettere di voler attaccare alle persone post-it in fronte, perché quei post-it hanno una colla fortissima e queste persone se li porteranno dietro per tutta la vita. Che cosa significa disregolato?
Carlotta: Quando ci sentiamo al sicuro e connessi con le nostre persone di riferimento, che può essere un genitore, un familiare, un insegnante, siamo in uno stato di regolazione, ovvero ci sentiamo equilibrati, ricettivi e siamo in grado di concentrarci. Allo stesso tempo, però, la nostra mente è costantemente alla ricerca di pericoli per tenerci al sicuro e quando percepiamo una minaccia si innesca uno stato di allarme e diventiamo disregolati. La minaccia può essere una vera e propria emergenza o anche solo una sorpresa improvvisa, un rumore forte improvviso, cadere e farsi male, uno sguardo di disapprovazione da parte di qualcuno, stanchezza, fame, una frase che ci ferisce, qualcosa che non va come ci aspettavamo, una ferita dell'infanzia non guarita.
Carlotta: E quindi, perché usare la parola disregolato? Io personalmente, davvero, adoro la parola disregolato perché trovo che non giudichi, che non etichetti, riconosce semplicemente che l'esperienza umana è entrare e uscire costantemente da uno stato regolato e calmo. Trovo che dire mi sento disregolata sia meno discriminante di sono irritabile o sono ansiosa o sono di cattivo umore, sia perché non ha un'accezione negativa nella mente delle persone, sia perché sa di qualcosa che in realtà Si può cambiare facilmente un po', come regolare la temperatura di casa. E lo stesso vale per i nostri bambini. Invece di birichino, impegnativo, sfidante o faticoso, quando diciamo che sono disregolati, includiamo un po' tutto questo, ma intendiamo che in questo momento le loro emozioni non sono regolate e io, loro guida, posso aiutarli a regolarle.
Carlotta: Quindi c'è questo fattore di temporaneità anche, che mi piace moltissimo nella parola disregolato. E voi, se avete ascoltato il mio episodio sulle etichette, saprete che non amo le etichette, ovvero non amo descrivere i bambini con parole e aggettivi che li etichettano, che li mettono in scatole, tra virgolette, come pigro, timido, birichino, impegnativo, sfidante, eccetera. Però devo dire che la parola disregolato, appunto, mi piace proprio per questa sua temporaneità . Ecco, io in questo momento sono disregolato, ma posso regolarmi. Una cosa su cui ti consiglio, anzi ti invito a riflettere, è anche proprio il fatto che, come dici tu, voi lavorate tanto, siete, diciamo, meno presenti nella vita dei vostri bambini, e quindi è anche normale, in un certo senso, che i loro punti di riferimento, e non prenderla male, non prenderla sul personale, però è molto importante ammetterlo, i loro punti di riferimento in questa fase della loro vita sono i nonni.
Carlotta: E quindi è normale che nel momento in cui non sono con i nonni, che magari i nonni hanno tutta la pazienza del mondo perché stanno facendo solo quello, E quindi li trattano in maniera magari più gentile. Hanno più pazienza verso i loro, quelli che tu chiami capricci, hanno più gentilezza perché non sono stanchi, non arrivano da una giornata di lavoro piena, in cui con le loro preoccupazioni eccetera. E quindi hanno il loro calice emotivo è vuoto, hanno molta più possibilità di voi di essere, tra virgolette, un, come dire, un punto di riferimento calmo. E quindi magari è anche normale che i vostri bambini, soprattutto appunto tuo figlio di 4 anni, preferisca stare dai nonni, e quando, quando appunto andate a prenderlo, magari non voglia venire.
Carlotta: Questo, purtroppo, fa parte del compromesso che avete. È molto difficile, lo capisco perfettamente, però, ecco, non pensarlo, e te lo dico proprio così, in maniera diretta, perché credo che a volte aiuti di più non pensarlo come, come se fosse colpa di tuo figlio. Ecco, probabilmente non c'è colpa, probabilmente è proprio solo un riflesso della situazione familiare che avete in questo momento. E quindi dovete trovare voi dei modi per, tra virgolette, parlare con il vostro bambino, e cercare appunto di spiegargli che è molto difficile ogni volta che andate a prenderlo, perché lui non vuole venire a casa, però, che anche voi siete tristi.
Carlotta: Di questa cosa che dovete andare a lavorare tutti i giorni e quindi non potete passare così tanto tempo con lui come fanno i nonni e magari appunto chiedere che cosa lo renderebbe felice. Una volta che arrivate a casa, magari potete decidere di fare un gioco e quindi magari con quell'aspettativa di passare del tempo di qualità con voi, lui sarebbe più meglio diciamo predisposto a venire a casa con voi senza i capricci. Tutto questo, ovviamente, dovete parlarne in un momento di calma, non nel momento in cui lui sta, è in crisi. Spesso i genitori mi dicono: eh ma i miei figli, finché non urlo, non mi ascoltano.
Carlotta: E io lo capisco, anzi, spesso lo so, è proprio così, finché non arriviamo a quell'urlo, finché non perdiamo le staffe, non gli facciamo vedere chi comanda, e sto virgolettando, ovviamente, sapete che l'educazione in cui credo non ha come obiettivo l'obbedienza e non si basa su una relazione gerarchica, ma su una relazione di cooperazione. Dicevo, finché non arriviamo a quell'urlo, sembra che i nostri figli non ci ascoltino, ma vorrei analizzarlo da un'altra prospettiva, perché dobbiamo arrivare a quell'urlo? Dobbiamo arrivare a quell'urlo perché l'urlo è il nostro limite personale, è proprio il limite ultimo, il capolinea.
Carlotta: Il lavoro delle persone piccole e giovani, come i nostri figli, è scoprire ed esplorare i limiti, per conoscersi e per conoscerci. Il nostro lavoro di genitore è impostare quei limiti, è impostare il capolinea. Se il nostro Capolinea. Lo esprimiamo sempre perdendo le staffe, con un urlo, con una manata sul tavolo, sbattendo una porta, o ancora peggio, con violenza verbale, come umiliare i nostri figli, o violenza fisica, come dare loro una sculacciata. È ovvio che i bambini arrivino fino a quel capolinea prima di fermarsi e tornare indietro, finché loro sanno che il limite ultimo è quell'urlo, quella manata, quella reazione disregolata.
Carlotta: È naturale che loro spingano e spingano finché non arrivano lì, perché quello è il capolinea che conoscono. Ecco perché insisto tanto sul lavorare sulle nostre emozioni. Ecco perché il titolo di questo podcast è "Educare con Calma", perché la strategia di base è usare la calma, la nostra calma e la loro calma. Ovviamente ognuno deve trovare i propri modi per usare la calma. E attenzione, mantenere la calma non significa che non possiamo esprimere le nostre emozioni. È sano esprimere le nostre emozioni, e tutte sono valide, comprese la rabbia. Ma possiamo farlo diversamente. Possiamo abbassarci in ginocchio, richiedere la loro attenzione con gentilezza, guardarli negli occhi e dire: "In questo momento sono arrabbiata, ma non voglio urlare, non voglio farti paura, voglio farti vedere che sono capace a offrirti calma, così lo impari anche tu".
Carlotta: Se diamo fiducia ai nostri figli in queste occasioni di noia, se li lasciamo osservare, se li indirizziamo ad osservare, se diamo la possibilità ai loro pensieri di incatenarsi e fluire liberi, loro molto probabilmente sapranno stupirci. Questo è esattamente ciò che intendo quando dico che la noia è il luogo in cui nasce la creatività , intesa non come attitudine artistica, ma come capacità di pensare fuori dagli schemi e percorrere strade diverse per trovare la soluzione ad un problema. Quindi c'è tantissimo anche problem solving che si acquisisce quando ci si annoia, quando ci si permette di rimanere seduti nella noia, in quel disagio.
Carlotta: Quello che voglio consigliarvi, quindi, è di smettere di offrire costantemente cose da fare. Di smettere di riempire questi spazi vuoti, o sentirci in colpa o responsabili se i nostri figli sperimentano questa sensazione di disagio. Questo servirà loro anche per allenare un'altra importante abilità , che è strettamente collegata alla noia, che è la pazienza, che si bisogna allenare, perché la pazienza non è una qualità innata, anzi, come tutte le abilità , richiede lavoro, va allenata, richiede tanto, tanto lavoro ed è un processo. La pazienza davvero si deve imparare. Se io voglio che i miei figli sappiano nuotare, per esempio, devo portarli in piscina, devo esporli all'acqua, devo portarli a delle lezioni di nuoto, magari.
Carlotta: È un processo, so che devono imparare a nuotare, allora li espongo a quella determinata attività . Perché non pensiamo la stessa cosa con la noia o con la pazienza? Con la pazienza è lo stesso: se voglio che sviluppino la pazienza, devo dare loro occasioni di sviluppare la pazienza. Le occasioni, davvero, sono ovunque, sono nella vita di tutti i giorni, a seconda del vostro stile di vita, della vostra routine. Dobbiamo solo imparare, dobbiamo imparare a riconoscerle, a farci caso, sfruttarle. Possiamo imparare a vivere le attese, a scoprire la vita che c'è tra un'attività e l'altra. Per esempio, le sale d'attesa del dottore sono un'ottima palestra, le code al supermercato, quando il nostro cibo ci mette di più ad arrivare al ristorante: tutte situazioni di piccolo disagio che però in realtà sono davvero un'ottima palestra per nutrire la pazienza.
Carlotta: Spesso evitiamo di fare esperienza con i nostri bambini perché le temiamo, e ha ragione, perché le crisi dei bambini esistono, sono vere, palpabili, imprevedibili, altamente fastidiose, ci disregolano tutti, eccetera eccetera. Ma se non esponiamo i bambini a quelle esperienze, come fanno a impararle? In questi giorni non ho fatto altro che rispondere a mamme che mi dicevano: "Sono esausta, sono stanca, dove trovo la pazienza, come faccio a educare con calma?" Non ci riesco. Come faccio ad aiutare mio figlio in quei momenti. Come faccio a farmi ascoltare. Come faccio a fargli capire. Come faccio, la verità è che spesso non ci riusciamo, perché non abbiamo tempo per noi, perché non ci stiamo prendendo cura di noi.
Carlotta: Non puoi versare da una caraffa vuota. Non puoi dare ai tuoi figli ciò che non dai prima a te stessa. Il fatto che tu non abbia pazienza non è perché le tue bimbe sono sfidanti o perché siete entrati nei terribili due. Il fatto che tu non abbia pazienza e non riesca a gestire quelle situazioni con calma è perché, molto probabilmente, non ti stai prendendo cura a sufficienza di te. Hai tempo per te? Hai momenti in cui nutri la donna e non solo la madre, non solo la moglie, la lavoratrice, l'amica, la figlia? Quali sono quei momenti? Ti soddisfano, ti nutrono? O per esempio quei momenti sono rivolti a soddisfare delle esigenze, delle aspettative della società ?
Carlotta: Per esempio, un esempio classico: se ti prendi tempo per te per andarti a fare una ceretta alle gambe, ti piace quel tempo? È un tempo che dedicheresti, in questo modo, alla cura di te, alla tua salute mentale, non solo fisica, oppure quello è un tempo che senti di dover ritagliare obbligatoriamente perché è la società che te lo richiede, perché lo standard di bellezza della società vuole una donna senza peli. Ti sto facendo un esempio molto generico, ovviamente, però quello che vorrei che ti chiedessi è questo: mi sto dedicando momenti che mi piacciono davvero, che mi nutrono, e non perché altri me lo richiedono?
Carlotta: Queste domande sono importanti perché credo, davvero, che lì risieda il negozio della pazienza. Tu mi chiedi dove si compra la pazienza? Si compra in quei momenti. La pazienza si compra. Nella cura di sé si compra. Nei momenti che dedichiamo a noi stessi si compra, quando ci diamo la priorità , quando cambiamo tutte le nostre priorità e tutto il nostro sistema proprio per poter darci la priorità . E questo si può fare. Non è un lavoro semplice né immediato, ma è un lavoro che ogni donna può fare. È un lavoro che ogni donna deve fare, anche solo all'inizio, mettendo in moto dei minuscoli cambiamenti, perché anche chi pensa "non ho tempo per prendermi cura di me" può cambiare le priorità , può cambiare dei minuscoli momenti della giornata, dei minuscoli momenti della settimana, per ritagliarsi tempo.
Carlotta: Piangere davanti a tuo figlio non ti rende debole, il gli dà potere. È frutto della generazione passata, di un'educazione della gerarchia che stiamo cercando di estirpare. È ovvio che tu ti senta confusa, perché non hai avuto quel modello, e rompere questo ciclo generazionale è davvero faticoso. Piangere davanti a tuo figlio in quel momento gli ha insegnato che le azioni hanno conseguenze e gli ha mostrato le tue vere emozioni. Siamo i modelli dei nostri figli anche nella gestione delle nostre emozioni. Se non piangiamo noi, come possono imparare che è perfettamente normale piangere quando le emozioni producono lacrime?
Carlotta: Quindi ti dico che cosa insegni a tuo figlio quando piangi davanti a lui. Gli insegni che piangere va bene. Gli insegni che non c'è nulla di cui vergognarsi. Gli insegni che anche gli adulti piangono. Gli insegni che il suo comportamento ti ha ferita. Se non lo sapesse, come potrebbe decidere di non replicarlo? Gli insegni che può fidarsi di te, perché non gli menti neanche sulle tue emozioni, anche nei momenti tuoi di crisi. Hai il coraggio delle tue emozioni e delle tue verità . Gli insegni Come ci si calma quando si piange. Gli insegni che un abbraccio aiuta. Gli insegni empatia. Non hai fatto danni.
Carlotta: Nessun danno. Sai che cosa avrebbe fatto danni? Urlare, sfogare la tua tristezza, sfogare il tuo "non ne posso più" con le mani, usare aggressività verbale, quello sì che avrebbe fatto danni. Perché spesso ci portiamo con noi in età adulta gli eventi traumatici che viviamo da bambini e da bambine. E spesso questi traumi portano a problemi emozionali, psichici e fisici che poi ripararli è difficile. La prossima volta che capita, per favore, non sentirti confusa, sentiti sicura che sei sulla strada giusta, che stai educando a lungo termine, che hai puntato i piedi nella direzione che hai scelto e sai che in qualche modo supererai gli ostacoli che troverai sul tuo cammino.
Carlotta: La prossima volta che questo capita, celebrati. Non ci celebriamo abbastanza. Credo che sia importante per un genitore pensare, immaginare nella propria mente la possibilità che suo figlio o sua figlia possa scegliere di amare una persona diversa da quella che noi ci aspettiamo, perché i nostri figli sono persone a sé stanti che fanno le loro scelte. E io mi auguro di aver costruito una fiducia tale che i miei figli sceglieranno di condividere le loro scelte con me e di permettermi di accompagnarli alla scoperta della loro strada. Ora, detto tutto questo, ovviamente non è detto che i comportamenti di tuo figlio vogliano dire che lui è omosessuale.
Carlotta: Il fatto che scelga il rosa non vuol dire che è omosessuale. Mio figlio adora il rosa. Il fatto che si metta la gonna, o che gli piacerebbe mettersi la gonna, non vuol dire che sia omosessuale. Ci sono bambini che si mettono la gonna perché a loro piace la gonna. Ti invito a parlare con Zaira, per esempio, che è stata spesso ospite di questo podcast. E che spesso e volentieri su Instagram e sul suo blog Zairacconta.com condivide proprio la sua esperienza con un bambino maschio che sceglie spesso di mettersi una gonna o un vestito, o che sceglie la bicicletta rosa. Purtroppo noi cresciamo in un mondo in cui siamo inscatolati nelle mentalità del come si è sempre fatto, nelle mentalità del socialmente accettabile, nelle mentalità del dobbiamo conformarci a quella che è la norma, delle mentalità del...
Carlotta: Ecco, è così che deve essere mio figlio o mia figlia, come deve rientrare negli schemi. E spesso ci dimentichiamo di osservare e di lasciare che i nostri figli siano semplicemente se stessi, liberi di scegliere ciò che a loro piace. Il fatto che un bambino si metta la gonna o scelga una bicicletta rosa, o abbia una sensibilità più spiccata, non significa che sia gay, così come il fatto che una bambina scelga di portare i capelli cortissimi o le piaccia scalare gli alberi, non significa che sia lesbica. Significa solo che i bambini, se vengono lasciati liberi di scegliere, è possibile che scelgano quello che non rientra negli schemi, e questo non dice nulla del loro orientamento sessuale.
Carlotta: E quindi, forse sarò ripetitiva, ma per me il lavoro più importante che ogni genitore possa fare è quello che porta ad accogliere i bambini e le bambine con tutte le sfumature delle loro diversità , anche perché ognuna di quelle diversità è una loro caratteristica e ciò che li rende unici non è un qualcosa che decidono, è un qualcosa che sono. E questo lavoro, più lo facciamo noi verso i nostri figli, e più i nostri figli impareranno a farlo loro stessi con tutte le altre persone che incontreranno sul loro cammino. L'unica motivazione valida per fare o non fare un secondo figlio è il proprio desiderio autentico.
Carlotta: E qualunque desiderio è valido, soprattutto se è frutto dell'ascolto e del dialogo, tanto con se stessi quanto con il partner. Essere consapevoli dei propri limiti e della propria volontà è molto più importante che regalare ad un bambino un amico per tutta la vita, come a volte si definisce un fratellino o una sorellina. La società , la famiglia d'origine, gli amici, chi si occupa in generale della cura dei bambini, come una babysitter, un insegnante, insomma, tutta la società sembra remare contro questa scelta di non avere un secondo figlio o una seconda figlia. E a volte mi sembra che sia un continuo puntualizzare sui benefici di avere un fratello o una sorella, che sì, può essere un'esperienza bellissima, ma il beneficio più grande per un bambino resta quello di vivere in una famiglia serena, in cui le scelte sono fatte con consapevolezza e soprattutto secondo i propri valori e bisogni, ascoltandoli e onorandoli.
Carlotta: Credo davvero che nulla valga di più di questo, nell'educazione come nella vita. Credo che sia importantissimo, fondamentale, riconoscere e onorare i propri limiti. Proviamo quindi a normalizzare l'idea che ad alcune persone la propria famiglia piace proprio così. Ad alcuni piace essere in tre, perché adorano quei ritmi, quelle dinamiche, e magari è proprio in quel tipo di rapporto che si sentono bene. Quindi, non hanno un desiderio genuino e autentico di modificarlo. Quel modello familiare non è meno valido o meno sano per questo, anzi, quella che stiamo osservando, probabilmente, è una famiglia che si ascolta ed è consapevole dei propri bisogni.
Carlotta: È consapevole dei limiti degli individui che la compongono e non si lascia influenzare dalla pressione sociale. E poi, probabilmente, ci pensiamo poco quando quella domanda esce fuori così un po'. A proiettile dalle nostre bocche. Ma magari dietro alla scelta di non fare un secondo figlio non c'è una mancanza di desiderio. Spesso quel figlio lo si vorrebbe e anche tanto, ma magari dietro questa scelta può esserci un mondo sommerso, la parte che non vediamo dell'iceberg di fatiche. A volte può esserci una ferita aperta, e solo perché non si vede non significa che bruci meno. L'unica cosa, la cosa più importante, come vi dicevo all'inizio dell'episodio, che secondo me noi dall'esterno possiamo fare di fronte ad una scelta di questo tipo, è praticare il silenzio.
Carlotta: Quando i bimbi dormono, io e Alex abbiamo una serata da adulti, per noi, per avere conversazioni adulte, per una serata romantica, per aggiornarci, per parlare di tematiche importanti come la genitorialità , la relazione di coppia, il sesso. Quando mi chiedete come abbiamo fatto, io e Alex, a remare nella stessa direzione nella genitorialità , nell'educazione dei nostri figli, è anche così, dando la priorità al dialogo, che significa, soprattutto quando i bimbi sono piccoli, metterli a letto presto per avere l'opportunità di parlare senza quella stanchezza delle 11, 11 e mezza, che poi effettivamente impedisce anche il dialogo.
Carlotta: Da poco ho letto che in media i genitori si parlano 35 minuti alla settimana. E io mi chiedo, sarà anche perché questi genitori continuano a ostinarsi, tra virgolette, magari ad aspettare quello che arriva più tardi per cenare tutti insieme, a non dare la priorità al sonno dei bambini, quindi fare attività pomeridiane, extrascolastiche, che finiscono tardi, e quindi poi la cena è spostata più tardi e tutto shifta. Non so se si dice shiftato, ma lo trovo, dall'inglese, però ecco, credo che ci sia una buona base per una riflessione qui. E vi invito ad osservare quella che è la vostra routine e provare proprio a capire se c'è un'opportunità di dialogo nella coppia, mettendo a dormire i bimbi prima, perché poi davvero io noto che spesso quell'opportunità di dialogo tra genitori non esiste, perché i membri, gli individui, adulti, non danno la priorità al dialogo.
Carlotta: Io lo so che magari se un genitore torna a casa tardi, l'altro sente di voler tenere svegli i bimbi, fare cena insieme, ma così il treno di Morfeo passa. E inoltre, se ci fate caso, spesso la serata, quando passa questo treno di Morfeo, anche se cenate insieme, anche se è vero che il bimbo vede entrambi i genitori, in realtà non fluisce, non va come ve la immaginate, c'è meno armonia, c'è meno serenità , anzi, spesso c'è molta disregolazione. Spesso si finisce per litigare, urlare, perdere la pazienza, perché la routine serale è più difficile quando i bambini sono stanchi. Tutto è più difficile quando i bambini sono stanchi.
Carlotta: E tanti genitori mi dicono che, quando hanno seguito il mio consiglio di mettere a letto i bimbi presto, anche prima che arrivasse l'altro genitore a casa, le serate hanno iniziato a essere molto più armoniose. E non solo le serate, ma anche le giornate, perché il sonno riparatore permette anche alle giornate di fluire con più serenità . La genitorialità è già difficile, non rendiamocela più difficile se c'è una soluzione che magari non è ideale in questo momento, ma che, in maniera temporanea, può renderci tutte le giornate, le serate, la routine più semplice. E non è per sempre, ci tengo davvero a ripeterlo, perché non è per sempre, i bimbi crescono, crescono in fretta.
Carlotta: E le cene tutti insieme, che desiderate, le avrete. E a quel punto le avrete quando ci sarà serenità , perché tutti i membri della famiglia saranno pronti, predisposti ad andare a letto più tardi. Tanti genitori hanno voglia di scendere da questa ruota e di dare più libertà ai propri figli, ma hanno questo nodo di fatica che li blocca, questa paura: "Io mi fido di mio figlio, non mi fido degli altri." Questa è la frase che mi è stata detta più spesso, da sempre, da quando viaggiamo a tempo pieno. E gli altri, tra virgolette, riversano addosso le loro paure su di noi, come racconto anche nel mio TEDx.
Carlotta: E quindi, prima di chiudere questo episodio sull'autonomia, sulla libertà , vorrei proprio offrirvi due spunti per affrontare la paura di dare autonomia, di dare libertà , di lasciare i nostri figli più liberi di fare esperienze che magari ci possono anche spaventare. Il primo spunto di riflessione è questo: molta della paura che forse provate arriva da leggende metropolitane. Ve lo dico proprio con il cuore aperto, da viaggiatrice a tempo pieno che ha vissuto con bambini in paesi che tutti ci dicevano: "Ma non avete paura di portarli lì?" E da persona che ha constatato con i propri occhi, ha toccato con mano una realtà che voglio condividere con voi: il mondo non è pericoloso come ce lo vendono.
Carlotta: Il mondo è molto meno pericoloso oggi di un tempo, di quando i nostri nonni passavano tutto il giorno fuori per strada, da soli, senza telefono, senza contatti. So che non sembra che sia così, ma perché la nostra percezione del pericolo è cambiata. La nostra percezione del pericolo è peggiorata, perché oggi ci arrivano sul telefono, direttamente in mano, in televisione, in casa nostra, ci arrivano tutte le notizie peggiori di tutto il mondo. Allora invece Sapevamo solo quelle del nostro paesino, della nostra città . Oggi invece, ogni giorno leggiamo di tragedie e ovviamente queste tragedie influiscono sulla nostra percezione del pericolo, sulla nostra percezione di quanto il mondo sia pericoloso.
Carlotta: Non è cambiato il mondo, ma è cambiata la diffusione delle informazioni. È ovvio, non si mandano i figli da soli in giro per il mondo senza una preparazione, senza educarli e prepararli bene. È un lavoro lungo, è un processo. Ma io ricordo ancora benissimo la soddisfazione di rientrare a casa con la mia piccola spesa, l'essere riuscita a contare il resto esatto e il sentirmi parte attiva nelle attività di casa. Quella sensazione, quella soddisfazione è stato il motore di tanto altro nella mia crescita. È finito. Questi sono gli estratti che abbiamo selezionato per voi. E anzi, adesso vi svelo un segreto.
Carlotta: Io non so neanche quali siano. Sapete, abbiamo con Valeria selezionato le puntate, gli episodi, ma poi lei mi ha fatto un'offerta e mi ha detto: "Carlotta, e se decidessi io le parti di questi episodi da inserire?" E così tu poi hai anche un episodio a sorpresa, per te proprio, come un regalo per te, anche che potrai dare il play e ascoltare senza sapere cosa viene dopo, cosa che nel podcast ovviamente non succede, perché tu sai sempre che cosa viene dopo, perché lo registri tu. E a me è sembrato un pensiero talmente gentile, talmente dolce, e in inglese direi thoughtful, e l'ho accettato al volo.
Carlotta: E quindi, anche adesso che registro questo pezzo di finale, non so assolutamente che cosa sono le parti che avete appena ascoltato, perché le ascolterò con voi quel giorno, quando uscirà . E questo mi piace tantissimo, è come un gioco. Penso che sia davvero importante mantenere un aspetto di gioco all'interno del lavoro e sono un po' colpevole in un certo senso di non averlo fatto in quest'anno. In quest'ultimo anno è stato un anno veramente difficile, di grandi cambiamenti, di grandi transizioni, di grandi obiettivi personali, anche raggiunti in un certo senso, come il libro, il tour del libro.
Carlotta: Ed è stato un anno faticoso a livello di relazione. E tutto questo si è riflesso nel mio lavoro, si è riflesso nella, nelle chiamate aziendali, si è riflesso nella quantità di risate che abbiamo fatto in chiamata, nella spontaneità , nella leggerezza delle chiamate anche aziendali. E questo voglio che cambi nel 2025. E visto che questo episodio, 200, coincide tra virgolette con un nuovo anno, quasi, questo episodio, se non sbaglio, magari mi sto sbagliando, magari c'è un altro venerdì, ma non mi sembra, no, perché siamo, siamo al 27, quindi no, non ci sarà un altro venerdì in questo 2024. E quindi anche proprio l'ultimo episodio del 2024.
Carlotta: Ed ecco, mi faccio un augurio per il 2025. Il 2025, per me, su La Tela, sarà un anno di calma ed è questo il mio augurio. Io e Alex abbiamo proprio deciso questa parola, calma, che sarà il nostro, la nostra guida nel 2025, sia su La Tela, sia nella nostra relazione. E voglio che sia proprio anche la parola con cui approccerò il mio lavoro, la mia vita, le chiamate aziendali anche, che significa riportarle un pochino, ritrovare quella calma e quindi ritrovare anche quella lentezza, quella spensieratezza, quella leggerezza degli inizi che un po' abbiamo perso. E se le ragazze mi stanno ascoltando, che so che mi stanno ascoltando, lo sanno anche loro, sanno esattamente di cosa parlo.
Carlotta: E abbiamo avuto da poco una chiamata molto emotiva, ci sono state lacrime ovunque, sì, anche nelle aziende, perché io non credo Che un'azienda debba essere per forza soltanto azienda, io penso a La Tela davvero come una famiglia. E lo so che quando si dice questo, "penso alla mia azienda come una famiglia", si vede questa, tanti pensano, questa ingenuità , no? Questa incapacità di gestire un'azienda, oppure questa, sì, vedrà . Invece no, credo davvero che possa esistere, possa coesistere, ecco. Una cosa non esclude l'altra. Questo è uno dei nostri motti su La Tela, sul percorso, e vale anche in questo caso.
Carlotta: Anzi, la nostra Rosalba, quando l'ho detto alle ragazze, ha proprio coniato un termine, ha detto che questa è una famiglienda, famiglia azienda. E quindi ecco, voglio davvero che questa famiglienda possa ritrovare la leggerezza, la calma, la spensieratezza, e soprattutto le risate, il gusto di vederci il lunedì, non solo per parlare di lavoro, ma anche proprio per ritrovare persone care. E questo penso che, nonostante fosse lì, latente, sotto pelle, l'avessimo un po' perso nelle ultime chiamate. E quindi questo è il mio augurio per noi, per il 2025 e per tutti gli altri anni a venire. E penso davvero che sia qualcosa che si riflette anche poi su di voi, su chi arriva su La Tela.
Carlotta: Ed è questo che ci ha sempre contraddistinti e voglio che continui a essere proprio quello che ci rende diversi da tutti gli altri. Grazie. Grazie a voi per essere arrivati fino qua in questo episodio molto lungo di ricordi e di non so, somme tirate. Sapete che io non sono tanto per i buoni propositi o per tirare le somme dell'anno appena passato. E anzi, quest'anno vi faccio uno spoiler: per chi riceve la mia newsletter, riceverete una mail un po' diversa a fine anno, una mail che ho scritto, tra l'altro, mesi fa, in un momento di ispirazione, che poi mi sono detta: questa è perfetta per l'ultimo giorno dell'anno.
Carlotta: E quindi l'ho conservata, e riceverete questa mail se volete iscrivervi, e non siete ancora iscritti, potete andare su latela.com barra newsletter, e da lì potete iscrivervi. E per il resto non mi rimane che salutarvi, che augurarvi buona fine di questo 2024. E, se state ascoltando, ovviamente adesso, quando, quando il podcast esce, invece, a chi lo ascolta tra x anni o mesi o settimane, buona fine giornata o fine settimana o qualsiasi fine vogliate dare alla conclusione di questa frase. E grazie, ancora una volta, grazie, perché Educare con Calma, il mio podcast, Cosa Sarò da Grande, il mio libro, Educare a Lungo Termine, il mio percorso, e tutta La Tela in generale, e siete voi che lo rendete possibile, e lo so che sembra retorica, ma non lo è.
Carlotta: Quindi, grazie. Non mi rimane che augurarvi buona serata, buona giornata o buonanotte, a seconda di dove siete nel mondo. Ciao.