Preferiti dei bambini

E se i nostri figli si sentono diversi?

Fondatrice de La Tela
18 giugno
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Quando i genitori ci raccontano le loro scelte educative, spesso sentiamo una domanda che emerge sotto la superficie: «Se faccio così, miǝ figliǝ si sentirà diversǝ dagli altri?».

È una domanda che ha molte forme e arriva in contesti diversi tra loro.

Chi decide di educare i figli fuori dalla scuola tradizionale e si chiede che effetto avrà; chi decide di non dare uno smartphone ai figli alle medie, anche se sembra ormai la normalità; chi sceglie di non festeggiare il Natale, di evitare i palloncini alle feste, di lasciare che un figlio indossi la gonna o che una figlia si tagli i capelli cortissimi. Chi sceglie uno stile di vita diverso e cresce i figli viaggiando.

Questa domanda ha spesso la radice nella paura.

Paura che la nostra scelta diventi un peso per i nostri figli. Paura di non essere in grado di gestire il giudizio altrui. Paura che la diversità che sentono i nostri figli sia un ostacolo nella loro crescita.

È la domanda a dover cambiare

La risposta più onesta che possiamo dare a questa domanda è sì.

Probabilmente accadrà che bambinǝ e ragazzǝ si sentiranno diversi.

Quando vedranno la quantità di giochi che possiede un amico.
Quando non avranno visto il film Disney di cui parla tutta la classe.
Quando non sapranno che cos'è una certa marca di abbigliamento.

In questi e in altri momenti si troveranno in situazioni in cui sperimenteranno scomodità, con livelli di intensità diversi.

Questo è un dato di fatto: accettarlo cambia completamente il tipo di riflessione che possiamo fare – e questo a sua volta cambia la domanda stessa.

Invece di Come faccio a evitare che miǝ figliǝ si senta diversǝ? possiamo iniziare a chiederci Che rapporto voglio aiutarlǝ a costruire con la diversità?

Ancora più a fondo:

Essere diversǝ è negativo?

Non è una domanda retorica né oggettiva. Per arrivare alla risposta ci si può impiegare anni e serve un lavoro personale molto profondo sul modo in cui guardare la diversità, l’appartenenza, il conformismo e il bisogno umano di sentirsi «parte di».

E oggi vogliamo offrirti alcuni spunti per trovare la tua.


I punti salienti dell'articolo

🕰️ Se hai poco tempo, ecco i punti essenziali di questo articolo:

  • I nostri figli si sentono diversi quando le nostre scelte li distinguono dagli altri e possono sentirsi a disagio: è probabile ed è normale. Promemoria: il disagio è positivo, saper rimanere seduti sulla panchina del disagio è una delle più grandi abilità che possiamo insegnare ai nostri figli.

  • Ognuno di noi, se vuole brillare in qualcosa, si sentirà diverso in un momento o l'altro della vita.

  • La scomodità di sentirsi diversi è una parte importante dell'imparare a tollerare la diversità (nostra e altrui); aiuta anche ad affrontare il giudizio degli altri e le situazioni di esclusione.

  • Molto spesso la paura che i nostri figli si sentano diversi è, in realtà, la nostra paura di genitori: un riflesso di ferite antiche su cui non abbiamo ancora lavorato.

  • Quando i figli possono contare su una relazione solida con noi, il disagio di sentirsi diversi diventa più tollerabile: solo la solitudine è intollerabile.

  • Il disagio dei figli di fronte a una nostra scelta è spesso la punta di un iceberg: sotto c'è un bisogno più importante, che possiamo imparare a leggere (per esempio, sentirsi grandi dietro il volere il cellulare).

  • Se i figli non accettano le nostre scelte, possiamo cercare un accordo che tenga conto sia dei nostri valori sia del bisogno che c'è sotto al loro disagio; quando non è possibile, restiamo «solo» accanto a loro mentre attraversano quella scomodità.

  • La quotidianità, se la sfruttiamo, è un'ottima alleata: per esempio, raccontare che alcune famiglie credono a Babbo Natale / Dio e altre no è già educazione alla diversità.

  • Messaggio chiave: dobbiamo imparare a trattare la diversità come la condizione normale di ogni essere umano – non come un'eccezione da gestire.

Se invece vuoi prenderti il tempo di esplorare a fondo questa domanda, qui sotto trovi una ragnatela di pensieri che può aiutarti a costruire la tua risposta.


La diversità come mindset di vita

Sentirsi diversi – e imparare ad accettarlo – è un tema che appartiene in modo molto personale alla nostra famiglia. Le nostre scelte di vita ci hanno portati a essere «diversi» dalla maggior parte delle persone che conosciamo: viviamo in un van, viaggiamo a tempo pieno, facciamo homeschooling.

Io e Alex non ci siamo mai definiti «diversi» davanti a loro. Parliamo della diversità come di qualcosa che accomuna tutti: siamo prati verdi e omogenei da lontano, ma da vicino abbiamo chiazze di terra in vista e una natura biodiversa. Nessuno escluso.

Nonostante questo, un giorno Oliver ed Emily me lo dissero come un dato di fatto, dopo l'ennesimo «Ma non andate a scuola?!» stupito di un nuovo amico al parco giochi: «Mamma, noi siamo diversi da molte persone».

Lo avevano notato da soli, ovviamente, perché non viviamo in una bolla: oggi ne parlano come una caratteristica della nostra famiglia, né positiva, né negativa, solo nostra.

Accogliere e normalizzare la diversità come «condizione» di ogni individuo ci ha insegnato non solo a viverla come se fosse un mindset di vita, ma negli anni ha anche permesso ai bambini di non prendersela quando li fanno sentire diversi in maniera poco piacevole.

L'aneddoto della Nike

Tempo fa eravamo in un agriturismo e Oliver ed Emily avevano giocato tutto il pomeriggio con un gruppo di bambini che non conoscevano. A un certo punto, a cena, ci chiesero: «Cos'è Nike?».

Ci raccontarono che ne aveva parlato uno dei bambini: «Ma come, non sapete che cos'è Nike?», aveva detto ridendo. «Hey, hai sentito? Non sanno che cos'è Nike!», all'amica.

Chiesi loro come li aveva fatti sentire questa conversazione.

«È stato strano, perché ridevano di qualcosa che per noi non era divertente».
«Vi ha dato fastidio?», chiedemmo io e Alex.
«No, abbiamo risposto alle loro domande e poi abbiamo continuato a giocare».

Quel giorno spiegammo loro che cos’è Nike e usammo l'opportunità per toccare altri temi importanti:

  • A volte sentiamo la pressione di percorrere la stessa strada degli altri solo perché sembra quella più battuta, anche se in realtà quel «tutti lo fanno / lo sanno / ce l'hanno» non è mai davvero così.

  • Ridere di qualcuno perché non conosce qualcosa, metterlǝ in imbarazzo o trasformare una differenza in uno scherzo non è gentilezza: è prendere in giro, anche quando nasce dalla curiosità o viene fatto con leggerezza. Inoltre, una battuta è divertente solo quando ridono tutti.

  • Il comportamento di quei bambini racconta molto più della loro difficoltà ad accogliere ciò che non conoscono che della nostra diversità.

  • Infine, una cosa che per noi conta molto: preferiamo sentirci diversə perché facciamo scelte coerenti con i nostri valori, piuttosto che andare contro quei valori pur di «somigliare» agli altri.

Questo tipo di conversazioni, ripetute nel tempo e con gradualità, può cambiare profondamente il modo in cui viviamo la diversità e in cui la vivono i nostri figli: smette di essere un’anomalia da evitare e diventa ciò che è – una parte inevitabile dell’esperienza umana.

L'educazione alla diversità contro il bullismo

Questa era una presa in giro, ma a volte la diversità può essere davvero causa di bullismo, che spesso si nutre proprio della difficoltà di tollerare ciò che percepiamo come diverso.

L'educazione alla diversità depotenzia il bullismo, perché quando i nostri figli imparano a tollerare la propria diversità acquisiscono un'abilità per tutta la vita, anche in faccia al giudizio altrui. Non diventano intoccabili, ma sanno come gestire il disagio o il dolore, a chiedere aiuto e/o allontanarsi da relazioni non sostenibili.

💡Qui si interseca anche una conversazione scomoda ma fondamentale: molto spesso i primi contatti dei bambini con dinamiche di umiliazione, pressione e paura del giudizio avvengono dentro casa.

Se vogliamo che i nostri figli imparino a riconoscere il bullismo fuori casa e a gestirlo, è importante essere disposti anche a riconoscere le volte in cui siamo noi, per primi, ad assumere comportamenti da bulli con loro – e a riparare.

Conosci la nostra offerta anti bullismo? Su La Tela parliamo di come affrontare il bullismo a 360 gradi, con contenuti per genitori e insegnanti e altri su misura per bambinǝ e ragazzǝ.


Tollerare il disagio della diversità

Quando notiamo che nostrǝ figliǝ si sente diversǝ, spesso proviamo istintivamente ad eliminare quella scomodità più in fretta possibile, attraverso una rassicurazione, una spiegazione o una soluzione concreta che chiuda la situazione.

È un valido istinto di protezione, ma, allo stesso tempo, ci porta a spostare subito l’attenzione lontano da ciò che avrebbe più bisogno di essere visto e compreso: l'emozione dentro al disagio.

La scomodità che sente porta con sé un’informazione preziosa: a volte parla di un bisogno di appartenenza, altre volte segnala che ci si trova dentro qualcosa di nuovo e ancora non familiare, altre ancora dice solo che in quel momento sta facendo fatica (e va bene fare fatica, specialmente se non siamo soli nella fatica).

Se ad esempio tuǝ figliǝ sente delusione perché non è statǝ invitatǝ a una festa, invece di minimizzare ciò che prova («Dai, ci saranno altre feste!») o proporre un’alternativa per «farlo passare» («Possiamo invitare noi le tue amiche a casa»), prova a restare lì, dentro alla tristezza. Tienila in (e per) mano, senza provare a risolverla: ha solo bisogno di essere vista e riconosciuta.

Masterclass
Amicizia: quando tuo figlio viene escluso dal gruppo
Cosa fare (e cosa evitare) per aiutare i bambini che vivono un’esperienza di esclusione dal gruppo.

È una forma di protezione diversa da quella che magari siamo abituatǝ a praticare, ma è la più efficace, perché comunica un messaggio che crea le basi (anche) per l'autostima dei nostri figli: «Quello che senti ha senso. Non sei solǝ in questa emozione e io non la temo: sono qui con te». Piano, piano, anche tuǝ figliǝ imparerà a non temerla.

Su La Tela il lavoro sull'autostima si interseca con tante altre conversazioni importanti. Se senti il bisogno di approfondirlo, ti consigliamo questa masterclass (tutte incluse nell'abbonamento a Tutta La Tela):

Masterclass
Autostima: la fai brillare o la spegni
Come nutrire l'autostima dei nostri figli (ma quella vera).

È un lavoro spesso poco visibile, fatto di micro-momenti più che di grandi lezioni, ma nel tempo diventa una delle basi più solide su cui i figli imparano che le emozioni scomode non si evitano e non si correggono: si attraversano.

Strumento: Infiltrati nel ricordo

Quando tua figlia ti racconta quella delusione, invece di aggiustarla, rimani nel ricordo:

💬 «Dov'eri quando l'hai scoperto? Ah, all'ingresso posteriore della scuola, quello con il cancello piccolo. Se fossi stata lì, come una farfallina invisibile, sai che cosa ti avrei sussurrato all'orecchio? "Che brutto, mi dispiace tanto. Sono qui con te, non sei sola in questa fatica"».

La tua presenza calma e le tue parole di visualizzazione si infiltreranno nel ricordo di quella emozione scomoda: ora non sarà più solo «sento delusione», ma anche «e la mia delusione non allontana chi amo».

Non elimina la scomodità e non fa sparire la sensazione di sentirsi diversǝ, ma la rende più tollerabile: è solo la solitudine a essere intollerabile.

Quando nostrǝ figliǝ sa di poter contare su una relazione solida con noi, quelle emozioni non occupano tutto lo spazio e coesistono con la certezza di essere ascoltatǝ, compresǝ e accompagnatǝ anche quando le cose non vanno come avrebbe voluto. Così anche la fiducia e la sicurezza crescono.

Ma questa fiducia ha bisogno di essere costruita passo a passo attraverso i piccoli momenti quotidiani in cui i nostri figli sentono di poter contare su di noi – quando crediamo alle loro parole, accogliamo le loro emozioni, rimaniamo regolati in una crisi, facciamo rispettare i limiti senza incutere paura…

Forse è proprio qui che si trova una parte importante della risposta alla domanda da cui siamo partiti: non possiamo garantire ai nostri figli che non si sentiranno mai diversi, ma possiamo costruire una relazione abbastanza solida affinché quella diversità (e il disagio che a volte può derivarne) non sia più grande del senso di sicurezza che provano accanto a noi – e, prima o poi, dentro di sé.

La scomodità (spesso) appartiene a noi adulti

Spesso, il timore che i nostri figli soffrano perché si sentono diversi non nasce da un loro disagio reale, ma dal ricordo di un disagio che abbiamo conosciuto noi nell'infanzia.

Forse siamo stati noi quelli che si sentivano esclusi dai giochi o che venivano presi in giro per i vestiti che indossavano o l’accento con cui parlavano. Negli anni ho ascoltato molte storie accomunate dall’esperienza di non appartenere e dal desiderio di essere simili agli altri pur di sentirsi accettatǝ.

Quando queste emozioni non vengono accolte ed elaborate, a volte continuano silenziosamente a vivere dentro di noi. E a volte riaffiorano proprio nella genitorialità, perché vedere i nostri figli attraversare anche solo lontanamente qualcosa che assomiglia alle nostre vecchie ferite può essere profondamente attivante.

Così, magari, facciamo scelte per proteggerli dalla scomodità del sentirsi diversi, ma sotto quella protezione c’è il desiderio di non rivivere indirettamente le nostre sensazioni scomode.

È un processo naturale. Essere genitori ci porta continuamente a contatto con parti profonde di noi e lo zaino che portiamo – le esperienze accumulate, i piccoli o grandi traumi che non abbiamo elaborato – pesa sulle nostre scelte molto più di quanto pensiamo.

Su La Tela lavoriamo tanto su questo: l'Educazione a Lungo Termine è tutta lì, nel riconoscere e spezzare il ciclo generazionale per non riversare sulle spalle dei nostre figli paure e pattern che appartengono alla nostra storia, non alla loro.

Strumento: Osserva la tua relazione con la diversità

Che rapporto personale hai con il sentirsi diversə? Ritorna sui momenti della tua vita in cui hai sentito il peso della non appartenenza. Nota le emozioni che si collegano al bisogno di far parte di un gruppo, di essere come gli altri. L'obiettivo non è quello di iper-analizzarle, ma di riconoscerle, così che possano smettere di parlare al posto tuo.

E quando senti il disagio dei tuoi figli, prova a usare curiosità: questo disagio è davvero loro o racconta di me? O magari non è di nessuno e sto anticipando un problema che non esiste?


E se non accettano le nostre scelte?

Cosa fare, invece, tutte le volte in cui (ed è inevitabile e normale che accada!) nostrǝ figliǝ non accetta serenamente le nostre scelte diverse?

Ci sono due strade possibili (e una non esclude l'altra).

Troviamo l'accordo di mezzo

A volte, se la situazione lo consente e se sentiamo valido farlo, possiamo provare a ricalibrare la bussola e trovare un «minimo comune denominatore» che tenga conto sia dei valori che vogliamo percorrere, sia dei loro bisogni.

Ad esempio, quando Oliver ed Emily avevano otto e sei anni, in un centro estivo che stavano frequentando organizzarono una serata speciale per i bambini: avrebbero guardato tutti insieme Paddington.

Oltre al fatto che, per noi, non era adatto alla loro età, all'epoca i nostri figli non avevano ancora familiarità con la fantasia cinematografica né avevano mai visto film con attori reali. Inoltre, poco tempo prima avevamo provato a guardare Free Willy, ma erano stati loro stessi a chiederci di spegnerlo perché alcune scene li avevano spaventati.

Quando glielo spiegammo, la loro prima reazione fu: «Ma ci vanno tutti! Vogliamo andare anche noi!».

Ne parlammo insieme, accogliendo la loro delusione e ricordando l'esperienza di Free Willy. A un certo punto si ritrovarono persino d'accordo con la nostra preoccupazione e, da lì, iniziammo a cercare una soluzione. Chiedemmo allo staff se fosse possibile scegliere un film diverso, ma non lo era.

Così pensammo a un'alternativa, leggermente fuori dalla mia zona di comfort: guardare Paddington insieme nel pomeriggio, con la possibilità di fermarlo ogni volta che ne avessero avuto bisogno per fare domande, commentare o semplicemente elaborare ciò che stavano vedendo. Ci volle un intero pomeriggio, ma (viste alcune scene) ce n'era davvero bisogno!

Quando quella sera si unirono agli altri bambini per la proiezione, eravamo tutti più tranquilli.

Separiamo il loro disagio dal nostro

Quella di Paddington è forse l'eccezione alla regola: ci sono tanti episodi in cui non è stato possibile trovare alternative e concedere (se ci chiedessero di avere un cellulare a nove e undici anni, sarebbe uno di quelli).

In quei momenti non cerchiamo di convincerli che non sia un problema né di cancellare la loro delusione, ma rimaniamo accanto a loro mentre attraversavano la scomodità e pratichiamo a separare il loro disagio dal nostro.

Una cosa non esclude l'altra: posso vedere la tristezza e la delusione di mio figlio e allo stesso tempo ricordarmi che le sue emozioni sono sue e rimanere regolata per accoglierle.

Una cosa non esclude l'altra: i nostri figli possono desiderare qualcosa di diverso, sentirsi frustrati o delusi, protestare e arrabbiarsi, e allo stesso tempo possono sentire che siamo dalla loro parte e che il legame con noi non dipende dal fatto che approvino ogni nostra decisione.


Il disagio è solo la punta dell'iceberg

Quando un figlio soffre per una nostra scelta, è facile fermarsi a ciò che vediamo in superficie: la protesta, la rabbia, il confronto con gli altri bambini, la frase «Ma tutti gli altri possono!». A volte, però, quello che emerge all'esterno racconta solo una piccola parte di ciò che sta succedendo davvero.

Ai miei figli, quella sera al centro estivo, non interessava (solo) Paddington. Quello che desideravano davvero era la possibilità di sentirsi grandi, di passare una serata con gli amici, di restare svegli dopo l'ora solita in cui andavano a letto.

A volte il disagio di non poter fare le cose «come tutti gli altri» (avere il cellulare o andare al pigiama party o mangiare dolci ogni giorno) è solo la punta dell'iceberg e nasconde bisogni meno apparenti, ma più importanti, come sperimentare libertà, sentirsi grandi, ottenere fiducia. Quello che si chiede tuǝ figliǝ, magari inconsciamente, non è tanto «Perché non posso fare quello che fanno loro?» ma «Perché i miei genitori non mi danno libertà che penso di meritarmi? Perché non si fidano di me? Io sono grande!».

Voglio sentirmi grande!

Sentirsi grande è uno dei bisogni più ricorrenti di bambinə e ragazzə che crescono.

A una presentazione del mio libro un papà, con la figlia 12enne vicino, mi chiese come farle capire che era presto per il cellulare.

«Le hai chiesto perché per lei è importante averlo?», gli domandai.

Glielo chiedemmo in diretta e la sua risposta ci stupì tuttə, incluso suo padre che strabuzzò gli occhi e rimase senza parole: «Perché sono grande e voglio sentirmi grande».

Quando ci approcciamo con curiosità invece che con paura o giudizio, cambiano le domande.

Per esempio, una domanda importante quel giorno fu: come possiamo aiutarti a sentirti grande anche senza il cellulare?

L'aneddoto del pigiama party

Ricordo un aneddoto di un'altra famiglia: la figlia di sette anni voleva andare a dormire a casa di un'amica, ma i genitori non conoscevano la famiglia, né il loro stile educativo e così le dissero di no. Ci fu una grandissima crisi.

Quando mi scrisse, il papà voleva solo sapere se avevano fatto bene o se erano stati irragionevoli*. Invece di rispondere, chiesi che cosa, secondo loro, attraeva così tanto la figlia: «Io penso che voglia sentirsi grande», mi disse.

Ecco che cambiava la domanda: come potevano farla sentire grande rimanendo (per ora) nel confine della loro scelta educativa?

La loro soluzione fu invitare a casa l'amica a dormire, se i genitori acconsentivano; se no, creare una serata cinema e pop-corn che andasse oltre l'orario normale della nanna, offrendosi di riportare poi l'amica a casa. E così fecero.

«È stata la sera più bella di tutta la mia vita!», disse la figlia il mattino dopo.

💡Finché guardiamo solo ciò che manca, rischiamo di trasformare la conversazione in un braccio di ferro tra il nostro «no» e il loro desiderio. Quando invece intravediamo il reale bisogno – quello sotto il primo strato di disagio – forse è un pochino più facile capirli e aiutarli a soddisfarlo.

* La loro scelta era ragionevole e fondata. Sapevano che la maggior parte degli abusi avviene proprio in situazioni che consideriamo innocue e con persone «approvate» dalla famiglia e loro non sentivano di avere preparato la figlia a sufficienza. Il giorno dopo avviarono l'educazione sessuale a casa con le nostre risorse. Sotto l'iceberg, spesso, si nascondono i sentieri che ci portano dove dobbiamo andare.


L'educazione alla diversità è tutta intorno a noi

Questa conversazione non inizia quando affrontiamo esplicitamente il tema con i nostri figli. Inizia molto prima, dentro le piccole scelte quotidiane che non sempre riconosciamo come occasioni per parlare di diversità.

Ogni volta che raccontiamo con naturalezza una scelta diversa da quella più comune intorno a noi – che riguardi il modo in cui viviamo, ciò che mangiamo, come ci vestiamo, come festeggiamo o non festeggiamo il Natale – stiamo già facendo educazione alla diversità. Soprattutto se ne parliamo senza trasformare la scelta in qualcosa da giustificare o difendere.

Lo stesso accade quando aiutiamo i nostri figli a vedere che altre famiglie e persone possono fare scelte diverse.

Pensiamo, ad esempio, a Babbo Natale. È un tema che spesso viene modellato come se esistesse una scelta giusta e una sbagliata: chi racconta che Babbo Natale sia reale pensa che tutti gli altri (bambini inclusi) debbano mantenere il segreto.

Invece, proprio qui troviamo una preziosa occasione di educazione alla diversità.

Qualsiasi sia la scelta della nostra famiglia, possiamo aggiungere un copione semplice: «Alcune famiglie la pensano diversamente»; oppure: «Alcune famiglie credono che Babbo Natale esista e altre no». È una frase piccola, ma mostra che persone diverse possono vivere la stessa tradizione in modi diversi, senza che una scelta debba invalidare l'altra.

Su La Tela, a questo proposito, abbiamo creato un libricino per l'infanzia che si intitola proprio così: Il Natale non è uguale per tuttǝ – pensato per accompagnare i più piccoli alla scoperta dei diversi modi in cui si può vivere il Natale.

Prime letture
Il Natale non è uguale per tuttə
Scopriamo alcuni dei diversi modi in cui si può vivere il Natale

Come tutti gli altri contenuti per l'infanzia, lo trovi incluso nell'abbonamento a Tutta La Tela.

Quando i bambini crescono ascoltando questo tipo di messaggi, imparano che non tutte le famiglie hanno gli stessi valori e le stesse abitudini e che la diversità non è una minaccia, ma è l'essenza dell'essere umani.


I copioni che modellano mentalità

Su La Tela puntiamo tanto sui copioni: anche in questo caso, le parole che scegliamo per parlare di diversità, con i nostri figli e con noi stessə, modellano nel tempo il modo in cui la diversità viene vissuta.

Il messaggio principale

Non serve esplicitarlo, ma deve essere di empatia:

💬 So che può essere difficile sentirsi diversi dagli altri. E allo stesso tempo so che imparare a tollerarlo senza doverci sempre conformare ci aiuterà tanto nella vita. Vorrei che lo imparassimo insieme.

Di fronte alle emozioni scomode dei tuoi figli, poi, parti sempre dalla curiosità:

💬 Perché è così importante per te?

Quando ti metti in ascolto, spesso scopri il bisogno sotto al desiderio e puoi provare a soddisfarlo senza andare contro i valori della tua famiglia. Non sempre si trova l'accordo di mezzo, ma il tentativo di cercarlo cambia la prospettiva da cui guardiamo quella diversità.

Focus sulla diversità di ognuno

Ma che ti importa di cosa dicono/fanno gli altri, tu pensa a te.
Tu sei speciale, peggio per loro!

Questi sembrano buoni consigli (e il messaggio è corretto), ma hanno un duplice limite: tolgono valore all'emozione scomoda che sta sperimentando tuǝ figliǝ e creano muri tra noi e gli altri.

Invece, nei momenti di calma, concentrati sul normalizzare la diversità di ciascuno.

💬 Tu ti senti diversǝ da loro perché non hai il cellulare: secondo te in che cosa loro si sentono diversi da te o dagli altri? Forse lui si sente diverso dalla cugina perché lei può guardare la TV quando vuole; oppure lei si sente diversa dalle amiche perché non va al doposcuola. Tutti ci sentiamo diversi da qualcuno in qualcosa, perché lo siamo. E a volte è proprio ciò che ci permette di brillare nella vita.


La diversità è il filo rosso della vita

Tutto quello che hai letto fino qui funziona solo se interiorizziamo una cosa: la diversità non è un'eccezione da gestire, né un problema che ogni tanto si presenta e che bisogna affrontare.

È l'essenza della vita, la condizione sine qua non dell'essere umani.

Ognuno di noi è davvero diverso da qualcun altro, in qualcosa.

I nostri figli lo sono, noi lo siamo. Le famiglie che fanno scelte diverse dalla maggioranza lo sono in un modo; le famiglie che seguono la via più battuta lo sono in un altro. Non esiste una posizione di partenza neutra da cui poi ci si discosta: la diversità deve essere il punto di partenza di ogni persona e ogni famiglia.

Quando riusciamo a cambiare mentalità noi e a trasmetterla ai nostri figli (non come concetto astratto ma come modo di muoverci nel mondo, giorno per giorno), la diversità diventa semplicemente il filo rosso della vita, il modo in cui sono fatte tutte le persone.

La normalità – cosa è normale e cosa no – è un concetto che costruiamo noi. E proprio per questo possiamo anche ricostruirlo, ogni giorno, a partire da gesti piccoli e parole diverse: non c'è un modo giusto o sbagliato, basta farlo con abbastanza continuità da cambiare, poco a poco, le lenti con cui guardiamo il mondo.

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