Piccole rivoluzioni nel linguaggio quotidiano sugli stereotipi di genere

Alcuni idee per evitare gli stereotipi nel linguaggio quotidiano

Questo post nasce dalla collaborazione con una donna e mamma di nome Zaira con cui ho parlato di stereotipi di genere sul podcast: trovi l'episodio nei link consigliati qui sotto.

Queste sono piccole rivoluzioni nel linguaggio degli stereotipi che possiamo tutti scegliere di portare avanti nelle nostre case e nelle nostre famiglie:

  • Evitare di usare, nel linguaggio quotidiano, parole come uomo/donna, maschio/femmina, bambino/bambina. Sostituirlo con “persona”. Questo potrebbe automaticamente aiutare a rimuovere dal nostro vocabolario frasi sbagliate e stereotipate come “I maschi non piangono”. 
  • Nominare sia maschile sia femminile di qualsiasi mestiere: se vediamo una persona alla guida di una ruspa, possiamo dire “la conduttrice o il conduttore stanno muovendo il braccio con un telecomando”. È più lungo? Sì, tutto ciò che educa a lungo termine è più lungo 😉
  • Mostrare persone che fanno sport stereotipicamente del genere opposto: calciatrici come Abby Wambach e ballerini come Josué Ullate. Nella guida del libricino Montessori Danza parliamo anche di questo.   
  • Non stereotipare i giocattoli: compriamo una bambola al bambino e un camion alla bambina.
  • Non stereotipare la vita pratica: aggiustare, cucinare, martellare, pulire lo fanno sia gli uomini sia le donne. Proviamo anche a rompere questi stereotipi in casa, se sono presenti.
  • Scegliere colori “invertiti”: spazzolino rosa al papà, spazzolino blu alla mamma. O evitiamo proprio i colori stereotipati.
  • Spiegare la parola stereotipo: uno stereotipo è quando pensiamo che tutte le persone di un determinato gruppo sono uguali. "Le femmine portano i capelli lunghi" è uno stereotipo; “i maschi giocano a calcio” è uno stereotipo. Questo si applica a molto altro: “gli italiani non sanno fare la fila” è uno stereotipo; “i tedeschi sono puntuali” è uno stereotipo; “i maschi sposano le femmine” è uno stereotipo.      
  • Utilizzare la parola “stereotipi” nel nostro linguaggio: quando in negozio vediamo i vestiti per bambini con razzi e calciatori e quelli per bambine con unicorni e principesse, parliamone con i bambini: “Questo si chiama stereotipo. Perché il vestito da bambino non può avere un unicorno? Ai maschi non può piacere il rosa?". 
  • Offrire vita reale: "Sai com'è una principessa nella vita reale?”. E mostriamo foto di principesse della vita reale, come Haya bint Hussein, principessa di Giordania o Charlene, principessa di Monaco (ed ex nuotatrice olimpica) o Mako, principessa di Akishino.
  • Mostrare stereotipi nei libri: la donna che cucina  e il papà che va al lavoro (chiariamo che ci sono tante famiglie in cui questa è la verità, ma non è sempre così). Parliamo con i bambini di dove nascono questi ruoli, quanta iniquità di carico mentale e quindi sofferenza possono creare in tante famiglie e perché è giusto contestarli ecc.

Che altre idee usi nella tua famiglia per evitare o parlare di stereotipi? 


Vi lascio anche un estratto dal libro “Educazione Sessuale” che ho scritto nel 2020 per la collezione Gioca e Impara con il Metodo Montessori (che purtroppo è esaurita e non sarà più in ristampa):

«Gli stereotipi di genere sono ovunque. Le confezioni e le pubblicità di prodotti con immagini di uomini o donne a seconda di chi può usarli (la ceretta è per la donna, il gel per capelli per l’uomo) ne sono un esempio. Il business dei prodotti per bambini ne è l’apoteosi: già da neonati, le tutine sono divise per genere; la maggior parte dei vestiti hanno tonalità di rosa e viola per le femmine e di blu e verde per i maschi; i razzi e i dinosauri sono per i bambini, le ballerine e gli unicorni per le bambine. E ancora, i bambini hanno i capelli corti e le bambini i capelli lunghi; i maschi non mettono il tutù all’asilo perché è da femmine; un ragazzino che sceglie danza classica è gay (o se non lo è, scegliendo il ballo lo diventa).

Ancora oggi, molte scuole riproducono stereotipi che assegnano a bambini e bambine ruoli predefiniti nella società sulla base del loro genere: ne sono un esempio le fotocopie di attività sui lavori, in cui le donne sono infermiere, casalinghe, parrucchiere e insegnanti, e gli uomini medici, imprenditori, pompieri e astronauti.

Anche gli albi illustrati cadono nella trappola degli stereotipi di genere quando rappresentano la famiglia: la mamma è spesso in cucina, il papà in salotto o alla scrivania; il papà legge il giornale sulla poltrona, la mamma fa il bagnetto al bambino. Nella letteratura infantile, gli uomini sono cavalieri, esploratori, scienziati e le donne sono streghe, maghe, principesse e fate; tra gli aggettivi più attribuiti ai personaggi maschili troviamo «coraggioso, avventuroso, egoista, sicuro, ambizioso», mentre quelli per i personaggi femminili sono «affettuosa, apprensiva, paziente, smorfiosa, pettegola»; i maschi giocano con il trattore, il trenino, il razzo spaziale; le bambine giocano con la bambola, la cucina, la bacchetta magica (curioso notare anche l’uniformità di genere grammaticale di questi oggetti).

Quando si cresce in una società ancora così sessista e stereotipata, il pensiero è naturalmente condizionato, limitato. Anche i genitori dalla mentalità più aperta ne sono vittime inconsapevoli: per esempio, è probabile che quando il figlio di 4 anni esprima il desiderio di andare a scuola indossando la gonna della sorella, cerchino di convincerlo del contrario, perché «la gonna di solito la mettono le bambine». Lo fanno forse per proteggerlo dalla società, ma perpetuano lo stereotipo. Invece, se si ritiene importante che vada a scuola con i pantaloni, si potrà decidere che entrambi i bambini vanno a scuola con i pantaloni, perché sono più comodi, e che si può indossare la gonna per giocare in casa o per una passeggiata.  

Inevitabilmente, questa mentalità influenza anche la sessualità dei futuri adulti: un ragazzino, complice anche il porno, crede che il suo ruolo sia dominare; una ragazzina non prende l’iniziativa, perché altrimenti la chiamano «facile»; quando non rientrano nello stereotipo, i ragazzi e le ragazze faticano a svelare le proprie inclinazioni sessuali «non conformi alla norma» e se, una volta fuori casa, non si trovano in un Paese in cui si sentono accolti, magari continuano a nasconderle.

Tutto questo si può cambiare solo in casa, una famiglia alla volta. Si cambia cambiando il linguaggio, la conversazione e i messaggi che trasmettiamo ai nostri figli. Si cambia scegliendo un tipo di educazione in cui l’insegnamento del rispetto, delle emozioni e dell’empatia abbia la priorità sulla matematica e le lettere, almeno nei primi 6 anni.

Se non educhiamo i nostri figli alla diversità, cresciamo adulti che faranno molta più fatica ad accettarla».

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