La paura di viaggiare con bambini/e
A volte crea nodi resistenti sulla nostra corda: 3 strumenti per iniziare a scioglierli.
In questa pagina
Quando pensiamo a viaggiare con i nostri figli, abbiamo percezioni distorte create dalla nostra paura o da paure che non originano in noi – quelle che altre persone ci riversano addosso. Queste narrazioni spesso ci fanno fare fatica e limitano l'esperienza che vorremmo fare del mondo insieme ai nostri figli, ma possiamo lavorare attivamente per riconoscerle, esplorarle e decostruirle.
Qui ti offriamo tre strumenti e pensieri a ragnatela per iniziare questo lavoro e vivere i tuoi viaggi di famiglia con più consapevolezza e serenità.
Lavora sulla preparazione
No, non quella dei tuoi figli, ma la tua. Puoi fare questo lavoro di preparazione in due step diversi:
1. Individua le tue paure
Pensa al viaggio che hai programmato o a un viaggio che vorresti fare e stila una lista della cose che ti creano preoccupazione. Ragiona sulla loro origine: quali di questi sono tuoi nodi e quali invece delle altre persone? In questo modo potrai fare una prima operazione di scrematura, restituire le paure ai loro proprietari e focalizzarti solo sulle tue. Ad esempio, la paura che tua figlia non abbia voglia di camminare e possa rendere gli spostamenti frustranti forse è una tua paura, magari quella che i tuoi figli si ammalino in un luogo lontano da casa è la paura di qualcun altro, forse i nonni o un amico a cui è capitata un'esperienza simile. Chiunque sia, prendi quella paura e restituiscila al proprietario. Puoi farlo simbolicamente o, se quella conversazione si ripete, puoi usare un copione come questo: «Sì, affronteremo questo viaggio con i nostri figli. È una scelta di famiglia di cui siamo soddisfatti».
2. Esplora le aspettative
Chiediti se queste paure possono essere generate da aspettative poco realistiche. Ad esempio, se la tua aspettativa è che tuo figlio riesca a camminare a piedi per 30 minuti di fila durante il suo primo viaggio, probabilmente quell'aspettativa è poco realistica (anche la camminata, come il viaggio, è un allenamento e richiede tempo e pratica).
Questo non significa necessariamente che tu debba rinunciarci, ma puoi modellare le tue aspettative. Ad esempio, puoi aspettarti che per i primi 15-20 minuti tuo figlio riesca a camminare da solo senza lamentarsi della stanchezza, e per il resto del tempo tu debba adottare un approccio più creativo per allungare un po' quella resistenza (ad esempio puoi dirgli: «Adesso facciamo che per 50 passi cammini da solo e per altri 50 ti prendo in braccio», come ha fatto un giorno la nostra Rosalba con sua figlia di 6 anni).
🕸 A proposito di bambini e bambine che si rifiutano di camminare, una strategia sempre molto efficace è uscire dai «sentieri battuti».
Soprattutto quando i bambini sono stanchi, uscite dai percorsi più frequentati e provate a prendere strade alternative, anche se sembrano più lunghe o faticose. Molto spesso il solo fatto di esplorare un itinerario diverso da quelli che sembrano più familiari attiva il senso di avventura, l'adrenalina alla base della scoperta, quell'energia per camminare che sembrava prosciugata, alla fine arriva. Quindi sì, quando siete stanchi uscite dai sentieri battuti. Che è un bellissimo esercizio nel viaggio, ma anche nella vita. 😉
3. Cerca la tua motivazione
Chiediti perché volete vivere quel viaggio. Vale qualsiasi cosa: per nutrire le vostre radici se la tua famiglia ha origini in diverse culture, per far conoscere un luogo che è stato significativo nel tuo percorso di vita, per aiutare i tuoi figli a sviluppare un rapporto autentico con la natura.
O anche semplicemente perché desideri fare quel viaggio da tempo e hai voglia di condividerlo insieme alla tua famiglia: questo è proprio il caso di Dalila, la maestra di disegno virtuale su La Tela, che nel 2025 è andata in Giappone, il suo viaggio del cuore.
Non deve essere per forza una motivazione profonda, è importante che sia quella che anima il vostro viaggio. Avere a mente il vostro perché, la motivazione che vi spinge a fare insieme questa esperienza, può anche aiutarvi ad attraversare con meno sconforto i momenti di difficoltà che possono esserci nel viaggio (e probabilmente ci saranno).
Dalila ad esempio ci ha raccontato che il suo viaggio è partito decisamente in salita, con un volo cancellato e rimandato al giorno dopo e un'attesa nell'aeroporto di Toronto (dove avrebbe preso il volo di coincidenza per Tokyo) di ben 7 ore. Possiamo solo immaginare la sua stanchezza e quella delle sue due bambine di 8 e 5 anni!
Ma ci ha detto anche che, nonostante la fatica e la frustrazione, ciò che ha contribuito a mantenere il morale alto è stato tutto il lavoro fatto prima di partire sul perché di quel viaggio
Allarga gradualmente la tua zona di comfort
Se non siete abituati a viaggiare con i vostri figli, non è detto che i primi viaggi debbano comportare voli intercontinentali o destinazioni lontane.
Se il viaggio è un allenamento, potete affrontarlo con piccoli step progressivi. Fate piccoli esperimenti. Ad esempio potete fare un piccolo viaggio più breve raggiungendo una destinazione vicina a 1-2 ore di treno o macchina, o potete programmare una piccola gita fuori porta di un giorno. Ogni passo, anche microscopico è significativo, perché può essere una bellissima opportunità per:
- conoscervi come famiglia che viaggia e osservare con curiosità le vostre dinamiche in contesti nuovi;
- notare le situazioni in cui riuscite ad avere successo (e magari prendere nota degli strumenti che vi aiutano);
- avere più consapevolezza sulle situazioni in cui invece fate più fatica;
- sperimentare con creatività e flessibilità gli strumenti che possono aiutarvi a passarci attraverso.
E ricorda: alcuni nodi non sono tuoi!
Forse ad annodare la tua corda sono paure che non riguardano i tuoi figli (e il viaggiare con loro) e nemmeno te: sono paure che gli altri ti hanno riversato addosso.
Quando noi siamo partiti per viaggiare a tempo pieno, le persone ci dicevano «Ma non andrete mica in Asia con bambini piccoli!»; quando eravamo negli Stati Uniti, ci dicevano «Ma non andrete mica in Messico senza un'arma personale!» (😮). Nessuna di queste paure si è rivelata valida: siamo stati sei mesi in Asia e cinque in Messico (in van) e mai una volta ci siamo sentiti in pericolo.
Eppure quelle voci restano. Si infilano dentro e a volte ci convincono prima ancora di aver fatto un passo. La paura degli altri è subdola proprio perché non la riconosciamo e la indossiamo senza accorgercene, come un cappotto che non abbiamo scelto noi.
Se senti che la resistenza al viaggio viene più dalle preoccupazioni altrui che dalla tua esperienza diretta, vale la pena fermarsi un momento e chiedersi: questa paura è mia o l'ho ereditata? Spesso la risposta cambia tutto.
Non dico che il mondo sia privo di rischi: i rischi esistono, nella nostra città, nel nostro quartiere, nella strada che percorriamo ogni giorno. Ma il rischio percepito da chi non è mai stato in un posto tende a essere gonfiato esattamente quanto il nostro senso di meraviglia tende a essere smorzato dalla routine.
Fidati di più della tua voglia di andare e un po' meno della paura di chi ti dice di restare.