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Crescere adulti emotivamente intelligenti

Carlotta Cerri
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Se vogliamo crescere adulti emotivamente intelligenti, che sanno gestire le emozioni e mostrare empatia verso gli altri, allora dobbiamo trattarli con empatia, non solo nei loro momenti migliori, ma anche e soprattutto nei loro momenti peggiori.
I bambini imparano ciò che vivono: se siamo aggressivi nei loro confronti, fisicamente o verbalmente, i bambini imparano che gridando e umiliando che si gestiscono le emozioni e le situazioni scomode. E poi replicano quei comportamenti nelle relazioni della loro vita, con noi genitori, con i loro amici. Se gridiamo e umiliamo quando il loro comportamento ci fa sentire scomodi, insegniamo loro che non c'è alternativa al modo in cui si stanno comportando. Diamo loro un’alternativa. Cosa intendo? Intendo questo: se mio figlio mi picchia e io gli urlo e lo mando in camera sua (o lo sculaccio a mia volta) non gli sto insegnando nulla. Se accolgo la sua emozione (c’è una ragione anche quando non la vediamo), gli dico «sono qui con te», aspetto finché non si calma e poi, quando il cervello è ricettivo, analizzo la situazione e parliamo insieme di che cosa avremmo (tutti) potuto fare o dire: ecco che gli insegno un’alternativa al comportamento. Non saprà usarla subito, ma prima o poi lo farà.

I momenti stressanti e frustranti con i nostri figli sono opportunità di apprendimento, non solo per loro, ma anche e soprattutto per noi. Non sprechiamole.

Sembra un cliché. Pure fastidioso. Ma a me ha aiutato nel mio percorso di evoluzione: ciò che mi fa fare più fatica è proprio quello su cui voglio lavorare di più. Sono i miei nodi, i miei traumi.
Non credere che io sappia gestire le mie emozioni in ogni momento. Chiedi ad Alex, Oliver ed Emily se mi arrabbio, se lascio parlare il mio coccodrillo: ti diranno di sì, forse ti racconteranno anche un aneddoto recente.

Ma oggi quando mi arrabbio e urlo, rimedio — mi perdono, chiedo scusa, spiego, analizzo. E ogni volta che rimedio imparo un pochino di più su chi sono, mi apprezzo un pochino di più, faccio un aggiornamento di me con i miei figli e mio marito, mostro loro che non temo il lavoro, anche quando mi sembra faticoso. E così, poco a poco, non ho imparato ad arrabbiarmi meno, ma ho imparato ad arrabbiarmi meglio: a capire da dove arriva la mia rabbia, a esprimerla in maniera PER NOI più costruttiva, a prendermi la responsabilità delle mie parole e azioni.

Oggi so che 
  1. La mia rabbia raramente dipende da terzi (parla più di quanto io non mi stia prendendo cura di me e debba iniziare a esigerlo), 
  2. È importante che i miei figli mi contestino se mi arrabbio e li tratto male (perché è così che imparano a riconscere e affrontare gli abusi di potere e le ingiustizie) e 
  3. La rabbia è un’emozione valida come le altre e arrabbiarsi è umano.
     
🌱 Ma «è umano» non significa che non posso scegliere di fare diversamente. Anche evolvere è umano. Anche scegliere chi siamo è umano.

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