258. Il disagio non è un trofeo!
In questo episodio di Educare con calma torno sul tema del disagio. Questa volta non parlo solo della tendenza a evitarlo, o a spegnerlo in fretta, ma anche dell’estremo opposto: a volte, magari senza rendercene conto, il disagio diventa una «prova di forza» e tendiamo a misurare il nostro valore dalla quantità di pressione che riusciamo a sostenere.
Ve lo racconto partendo da un aneddoto personale recente, in cui ho scelto di ignorare i miei limiti e i segnali di un (forte) disagio, raccontandomi che ero perfettamente in grado di reggere.
Finché il corpo ha parlato al posto mio ed è stato chiaro che quel disagio non era né eroico né esagerato: era un’informazione che mi chiedeva di essere ascoltata.
:: Nell'episodio menziono
Benvenute e benvenuti a un nuovo episodio di educare con calma, cercherò di
farlo
come episodio di Ragnatella in 5, ma faccio sempre la premessa che ormai sapete
che è quasi più un'eccezione seria scorimanere nei 5 minuti, ecco. In queste
ultime settimane
sul podcast abbiamo parlato in alcuni episodi della panchina del disagio, ma in
generale
questo disagio è uscito in tanti degli episodi che ho registrato, e quindi ci
tengo a portare
anche un'altra piccola parte della conversazione sul disagio che avevo scritto
in una newsletter,
proprio tutta dedicata al disagio, quante volte ho detto disagio in quest'fin
ora, contatele,
che era l'aniosetre di novembre 2025, e se da una parte parlavamo della panch
ina del disagio
e dell'attenienza di fuggire dal disagio, dall'altro parlavamo proprio di un'
attenienza
diversa, ovvero quella di prendere il disagio e trasformarlo in una specie di
trofeo, di forza
e coraggio, cioè guarda quanto soffrono, quella che io nel mio libro è da
grande chiamola
pornografia del dolore, e in quell'aniosetre avevo raccontato un pochino, una
neddota che
adesso vi racconto, avevo portato questa riflessione, proprio sul fatto che
nella rarrazione
sul disagio convivono due estremi, perché da un lato ci fa paura, perché
siamo cresciuti
con genitori che lo evitavano con frasi come non piangere, non è successo null
a, dai
che bimbi forti non piangono, dai non fare così che poi la mamma è triste, e
quindi c'è
questa tendenza anche nostra ad evitare il disagio, e ad evitare il disagio
anche ai nostri
figli cerchiamo di distrarli, di consolarli in fretta, di risolvere al posto
loro, di togliere
la frustrazione prima ancora che arrivi e facciamo lo stesso per noi stessi
chiaramente.
Tutto questo ci sembra amore, perché è l'amore che abbiamo conosciuto, ma sp
esso in realtà
questa tendenza è un po' anzia, travestita da cura che senza volerlo, toglie
ai nostri
figli un allenamento fondamentale a lungo termine, che è proprio quello di imp
arare a rimanere
sulla panchina del disagio. Se arrivate a questo episodio prima, per primo, and
ate a recuperare
anche l'altro sulla panchina del disagio, così capite un pochino che cosa mi r
iferisco per
la panchina del disagio, se non lo sapete ancora. Dall'altro lato invece, il
disagio è diventato
un pochino onostoicismo performativo, il disagio come trofeo, come segno di for
za, come prova
che se non soffri, non cresci, o che valgo di più, perché ho superato tanti
ostacoli.
È un po' come ricercare il disagio solo per dimostrare o per dimostrarsi
qualcosa. Ecco, anche
questo è tossico, trasformare la soffrenza in merito, come se contasse più
del rispetto di un limite,
del benessere personale. Questa tendenza finisce per usare il disagio come mis
ura del proprio
valore. Il disagio non è da fuggire, non è da evitare, ma non è nemmeno da
collezionare,
è da notare e attraversare lentamente gradualmente con gli strumenti che
abbiamo e con il tempo che
richiede quando questo disagio lo sentiamo. E tra l'altro ho detto che è una
tendenza tossica,
ha usato la parola tossica proprio con conizione di causa, perché questo disag
io, io lo conosco
molto bene, questo aspetto del disagio, questo aspetto performativo e proprio
al centro della
ned to che ti ho anticipato e che adesso ti racconto, e con il quale spero di
mettere in luce un risvolto
del disagio di cui secondo me si parla poco e che invece secondo me è prezioso
, quando quel
disagio arriva per dirci che qualcosa non è più sostenibile nella nostra vita
e ci chiede di
rivedere i nostri confini personali. La faccio breve, eravamo in Germania per
qualche settimana,
stavamo correndo da un posto all'altro del paese, letteralmente, per finire le
modifiche al van
prima di embarcarci per il sud america. Era stata una giornata faticaosa, una
di quelle in cui,
proprio agli imprevisti si sommano in silenzio, no, e mi sono ritrovata improv
visamente schiacciata
da melle carichi, pratico e motivo, mentale, lavorativo, tutto insieme. Alex
doveva partire al
mattino prestissimo e lasciare me e i bimbi ad Amburgo per qualche giorno. Io
avevo tanti
impegni di lavoro e 10 ore di macchina in tre giorni non erano veramente sosten
ibili. Poi per un
cambio in aspetta di programmi, i giorni ad Amburgo avrebbero dovuto essere
molti di più, quindi
sarebbe stata una spesa molto più grande che alla fine abbiamo scelto di evit
are, che ho scelto di
evitare, raccontandomi che io ero in grado, che io avrei, ce l'avrei fatto allo
stesso, e quindi
andando contro la mia intuizione più profonda che era quella, no, sarebbe
proprio meglio spendere
questi soldi in più ma rimanere ad Amburgo Fermi. E così una delle giornate
lavorative più
intense della settimana, dalla chiamata aziendale del mattino, che per me è al
mattino molto presto per
via del fuso orario, alla live serale per la comunità e diventato praticamente
un viaggio di sette ore
durante il quale io ho lavorato al computer, in macchina, in movimento, con il
computer sulle gambe e con i
crampi alla pancia dallo stress, ma anche con gli occhi, semi lucidi, nel ric
ordo addirittura di
essere uscita dal van un momento in un, quando abbiamo, ci siamo fermati dal
benzinaio, piangere, ecco,
è stato veramente faticooso. Io sapevo di poterlo sostenere, lavorare sotto
pressione non è una
novità per me, il disagio performativo e proprio un mio amico di vecchia data,
ma appena partiti o proprio
sentito il mio sistema nervoso a chiudersi. Cioè mi sono zittita, mi sono ir
rigidita, mi sono allontanata
da tutti o proprio trattenuto e sono rimaste in silenzio a lavorare per tutto
il viaggio. Penso di
non aver detto una parola perché ero terrorizzata di aprire bocca e di far us
cire soltanto dolore,
accuse, colpari, sentimento, rabbi, anche aggressiva e quindi ho trattenuto. E
poi il viaggio è stato più
lungo dal previsto perché abbiamo trovato anche traffico, siamo arrivati con
il buio pochissimi minuti
prima della mia diretta, quindi letteralmente ho mangiato un'insalata al volo,
mi sono pettinata,
mi sono seduta davanti allo schermo, pronta a prendermi cura di tantissimi
altri sistemi nervosi
tra me che del mio e di nuovo ho trattenuto. Appena ho chiuso la diretta, non c
'è anche bisogno di
dirlo, il mio corpo ha parlato, singuosi senza sosta, quel dolore alla pancia
che non si placava e che poi
non si è placato per giorni, quella sensazione di rabbi, amista, delusione per
non essermi protetta,
per non essermi ascoltata, per non essermi presacura di me. Ho ripensato anche
alle parole di Alex,
no, quando poco prima della diretta ha detto a i bimbi, se c'è una persona che
può farlo e mamma,
ed è vero, a ragione e anche la mia tentazione in quel momento è stata ancora
una volta glorificare
il disagio e sminuire la mia esperienza emotiva. A ragione, sono in grado, solo
lavorare sotto pressione,
ho esagerato io a reagire a così, questo era il mio dialogo interiore, invece
no, il mio disagio non
era neglorioso, necessivo, era informativo, mi stava dicendo che va bene essere
rabbiatta per non
aver avuto le condizioni lavorative di cui avevo bisogno, che essere in grado
di fare qualcosa,
non significa doverlo fare, non significa sceglierlo e che ormai non ci vedo
più onore nel
riuscirci a discapito del mio benessere mentale e fisico e che i miei tempi
contano e posso esigere
che vengano rispettati, ma soprattutto che il mio corpo merita prevedibilità e
non sopravivenza,
al mio sistema nervoso, merita, prevedibilità e non sopravivenza. E quindi ric
ordo proprio,
ho messo una mano sulla pancia, ho fatto un respiro profondo di pancia e l'ho
detto alla mia pancia,
sei assicuro oggi è finito e poi lo ho anche detto mai più, non ti sottoporr
ò mai più a questo.
ed è proprio così che spesso nascono i confini, da una sensazione scomoda e p
ungente, da una chiusura del
corpo, che semplicemente ti sussurra basta, basta, perché quando ci mettiamo
in ascolto del disagio che
spesso richiede rimanerci dentro per un po' quella famosa panchina del disagio,
a volte da quell non
ce la faccio più, emerge chiaro un o bisogno di qualcosa di diverso, perché
non si cambia facendo sempre
la stessa cosa, si cambia scegliendo una nuova direzione in linea con chi siamo
oggi. Non so se vi
ritroverete in questa storia, in questo anedato, ma è qualcosa che ho deciso
di portare anche sul podcast,
perché sentivo proprio di volerlo raccontare con la mia "viva voce", anche se
ne ho scritto nella newsletter,
forse ne ho creato anche un carosello su Instagram di questa anedato, perché
per me è stato proprio un
un momento di quel primo e dopo, un momento lampadina, ecco, e chi sa, magari
può essere lo anche per
qualcun altro. E chiaramente non sono stata nei cinque minuti, neanche a scherz
are, siamo già passati i
dieci, abbiamo già passati i dieci, quindi non mi rimane che salutarvi, darvi
appontamento al prossimo
episodio di educare con calma, se volete commentare e venire a lasciarmi la
vostra esperienza, venire
dirmi quello che ha successato in voi, questo episodio che hanno successato in
voi queste parole,
vi invito a venire sulla tela.com/podcast, cercate il numero dell'episodio,
scrivete il titolo nella
barra di ricerca, e lasciatemi un commento, lasciatemi una frase, lasciatemi un
'esperienza, quello che
sentite. Unitevi alla conversazione, perché a volte presentarsi alle convers
azioni, fa proprio parte del
lavoro di crescita personale e genitoriale che stiamo facendo. Non mi rimane
che augurarvi buona
aggiornata, buona serata, o buona notte. A seconda di dove siete nel mondo.
Ciao ciao.