254. La panchina del disagio: la dissonanza può creare armonia
In questo episodio di Educare con calma vi parlo di un concetto che trovate spesso su La Tela (e che per me è stato rivoluzionario): la panchina del disagio, il luogo in cui ci ritroviamo quando proviamo un'emozione scomoda.
Vi racconto cosa cambia quando, anziché cedere alla tentazione di lasciare la «panchina» più in fretta possibile, scegliamo di fermarci e restare un momento in più con quello che sentiamo, senza giudicarlo e senza cercare di aggiustarlo.
E infine esploro (anche con un esempio concreto) come questo restare può diventare un allenamento fondamentale per la nostra regolazione emotiva (e per quella di nostrǝ figliǝ): più impariamo a tollerare la dissonanza che sentiamo, più si amplia la nostra finestra di tolleranza. Questo ci permette di imparare a scegliere le nostre azioni – invece di reagire – e ad accogliere tutte le emozioni di nostrǝ figliǝ, senza però farci travolgere.
:: Nell'episodio menziono
Carlotta: Benvenute e benvenuti a un nuovo episodio di Educare con Calma Oggi voglio portarvi in un luogo un po' speciale un posto che secondo me di solito non apprezziamo abbastanza nella nostra quotidianità e che anzi spesso proprio evitiamo perché ci sembra difficile e negativo da abitare eppure è un luogo che esiste dentro ognuno di noi nelle nostre esperienze emotive ed è un luogo in cui se impariamo a restarci un pochino e sempre un pochino di più possiamo scoprire qualcosa di nuovo e di importante e spesso sorprendente sto parlando della panchina del disagio la panchina del disagio è un concetto che trovate spesso nei contenuti sulla tela perché per me è stato rivoluzionario e quindi oggi ho deciso di offrirvelo e approfondirlo qui sul podcast anche prendendo spunto e leggendovi in parte una newsletter di un po' di tempo fa su questo tema partiamo proprio da che cos'è la panchina del disagio La panchina del disagio può essere reale un posto in casa dove vai e ti siedi ma può essere anche metaforica ed è quel luogo in cui ci sediamo quando proviamo un'emozione scomoda ci ritroviamo seduti lì ad esempio quando il pianto di nostra figlia ci manda in tilt quando non abbiamo le risorse per gestire un conflitto con il nostro partner la nostra partner sembra che questo conflitto si ripeta sempre uguale non ci sembra di avere le energie oppure quando dobbiamo dare un feedback delicato al lavoro e non sappiamo come comunicarlo ci sediamo sulla panchina del disagio anche semplicemente quando la fatica accumulata nella giornata ci fa sentire impotenti e sopraffatti e spesso in tutti questi momenti lo noto sempre di più l'ho notato in me stessa lo noto nei genitori con cui lavoro che mi scrivono anziché sederci quello che davvero vogliamo fare è scappare questa reazione è strettamente collegata al modo in cui molti di noi sono siamo stati abituati a gestire le nostre emozioni l'impulso più forte quando sentiamo scomodità interiore di solito e cercare di risolvere tutto subito oppure di zittire, di aggiustare, di evitare, di trovare una scorciatoia.
Perché magari da bambini ci hanno insegnato che certe emozioni non vanno mostrate, che il pianto va fermato subito, che non va bene piangere, che la rabbia o la frustrazione o la tristezza o la paura sono pericolose, sono sbagliate e così cosa succede? Crescendo impariamo a fare lo stesso sia con noi stessi sia con chi ci sta intorno corriamo a risolvere distraiamo rassicuriamo interveniamo prima ancora che l'emozione abbia il tempo di esprimersi davvero invece sulla panchina del disagio facciamo una cosa diversa ci sediamo Respiriamo torniamo al corpo restiamo con le sensazioni che arrivano senza giudicarle senza cercare di interpretarle senza volerle modificare solo osservandole è un gesto piccolo ma è un gesto molto potente restare semplicemente restare su questo vi leggo una citazione che ho riportato anche nella newsletter e se vi state chiedendo qual è tra l'altro non ve l'ho detto è la newsletter di novembre duemila venticinque se volete andare a recuperarla ed è una frase del musicista Jacob Collier che se non lo conoscete andate a cercarlo su Instagram perché è pura magia secondo me siamo abituati a pensare in termini di questo suona bene e questo suona male ma accordi che da soli sembrano dissonanti se inseriti in una melodia possono creare un'armonia ancora più bella quando impari ad accogliere la dissonanza invece di evitarla scopri una profondità nuova e lo stesso vale nella vita una delle cose che ci rende persone migliori è imparare a non avere paura della dissonanza sono proprio quei momenti stonati a rendere l'armonia più significativa.
Appena ho letto questa frase in un'intervista ho proprio pensato wow questa è perfetta per la newsletter sulla panchina del disagio quel non abbiate paura della dissonanza è una metafora musicale potente che si sposa perfettamente con la conversazione sulla gestione del disagio perché restare nel disagio insegna al corpo e alla mente che possiamo attraversare frustrazione rabbia tristezza o qualsiasi altra emozione o senza minacciare, controllare, aggiustare, tirare le cose. Possiamo semplicemente rimanere nella dissonanza possiamo stare con le emozioni senza scappare e senza anestetizzarle e non solo possiamo ma se scegliamo con consapevolezza di farlo di rimanere in quel disagio almeno un momento in più di quello che ci verrebbe naturale questo ci aiuta tantissimo osservare meglio quello che sta succedendo dentro e intorno a noi a capire quali sono I nostri limiti quali sono le nostre paure e allo stesso tempo anche quali risorse abbiamo a disposizione restare un attimo di più in quel disagio ci permette di fare spazio alla riflessione e questo spazio ci permette di scegliere come rispondere invece di reagire d'istinto e ci permette di costruire connessioni più profonde con chi ci sta vicino perché poi la vita non è fatta no di momenti facili non è solo fatta di momenti facili le emozioni scomode hanno un loro valore ci parlano se sappiamo ascoltarle ci aiutano anche a crescere ed ecco perché la panchina del disagio diventa quindi una piccola palestra di regolazione emotiva un allenamento per esplorare gli orizzonti del nostro mondo interiore per conoscerci meglio e piano piano anche per imparare a orientarci in mezzo a quel caos della tempesta emotiva senza perdere la bussola perché come vi dico spesso dobbiamo essere I capitani della barca ma I capitani della barca non giudicano le proprie competenze da quante tempeste incontrano giudicano le proprie competenze da come sanno navigare quelle tempeste e saper navigare una tempesta è proprio quello che ci insegna la panchina del disagio perché rimanere seduti sulla panchina del disagio e imparare a rimanere seduti sulla panchina del disagio diventa fondamentale anche per espandere la nostra zona di comfort dilata la finestra di tolleranza e quindi se oggi riesco a restare seduta sulla panchina del disagio per dieci secondi magari fra qualche mese riuscirò a restarci per trenta e vi assicuro che quei trenta secondi nella vita quotidiana con I bambini possono fare tutta la differenza tra esplodere e urlare e dire: sto per arrabbiarmi, vado a regolarmi per dieci minuti, per un minuto, per trenta secondi e torno da te.
Tutta la differenza. Anzi immaginiamo proprio una scena della genitorialità, lo sapete che queste cose mi piacciono. È mattina. Vi state vestendo per andare a scuola, la mattina, la routine della mattina è andata tutto bene, a un certo punto c'è la scelta della maglietta. La maglietta che vuole è sporca nella lavatrice.
Anzi facciamo così perché sennò è troppo facile perché se la maglietta che vuole sporca in lavatrice la vado a prendere gliela metto non importa come quanto sia sporca o che odore abbia la prendo e gliela metto perché se posso evitare una lotta di potere per una cosa così insignificante come fare andare mio figlio all'asilo con la maglietta sporca lo faccio volentierissimo scegliamo le nostre battaglie genitori quindi immaginiamo che la sua maglietta preferita l'abbiamo lasciata a scuola ok non si può mettere questa maglietta non c'è grande crisi si butta per terra comincia a piangere tu senti il corpo che si attiva è andato tutto bene fino adesso perché proprio adesso non ce la faccio più e la mia prima tentazione è quella di risolvere questa emozione, risolviamo le lacrime, cominciamo a proporre magliette diverse, cominciamo a spiegare che magari quando arriviamo a scuola possiamo cambiare la maglietta, adesso ne mettiamo una diversa, la crisi aumenta perché tutto questo a tuo figlio non gliene può fregare di meno perché tuo figlio in quel momento è disregolato quindi le informazioni non arrivano nemmeno al suo cervello insomma questo è uno di quei momenti in cui mi siedo sulla panchina del disagio e ci rimango un attimo in silenzio ferma quel momento in cui invece di reagire mi fermo faccio un respiro sento I piedi per terra noto cosa succede nel mio corpo e resto per pochi secondi anche solo per venti secondi in quel vortice quel momento cambia tutto la panchina del disagio mi aiuta a rendermi conto che in quel momento l'unica cosa su cui io controllo è come reagisco io e quindi cosa faccio mi abbasso all'altezza di mio figlio e gli dico a voce bassa lo so che volevi proprio proprio proprio quella maglietta mi dispiace l'abbiamo dimenticata a scuola mettiamo questa e magari lui continuerà a piangere perché due anni e perché non lo riesce a capire e perché non vuole mettere quella maglietta ma la cosa importante è che attraverso tutte quelle lacrime io rimango lì ferma sulla panchina del disagio faccio movimenti lenti lo spoglio gli metto la maglietta tra I pianti e le urla rimango calma nel mio corpo sapendo che tutte quelle emozioni sono sue ma che tutte quelle emozioni se io mi lascio contagiare diventano anche mie e quindi poi esplodo e quando io rimango seduta sulla mia panchina del disagio aiuto anche mio figlio a rimanere sulla panchina del disagio perché a questo punto non sto più cercando di aggiustare le sue lacrime sto semplicemente continuando ad aiutarlo a vestirsi perché dobbiamo andare ma non gli sto chiedendo di cambiare nulla non gli sto chiedendo di cambiare la sua emozione di trasformare la sua rabbia di e aspetto che e aspetto che la tempesta passi mentre io continuo a navigare la barca e la barca in questo caso posso essere io può essere la relazione vedetela come volete questa barca io vedo un sacco di metafore per questa barca la panchina del disagio non è una bacchetta magica che rende la situazione esterna improvvisamente semplice ma è uno strumento potente di consapevolezza che cambia la vostra prospettiva sulla situazione esterna non siete più in modalità emergenza siete in modalità ci sono questa tempesta non definisce il mio valore di genitore questa tempesta passa io ho gli strumenti per navigare la barca tutto questo per dirvi che la prossima volta che vi sentite travolti da un'emozione scomoda che vi ritrovate in una tempesta magari potete provare a immaginare questa panchina magari potete visualizzarla nella vostra mente io ho una panchina specifica a cui penso quando parlo della panchina del disagio e poi visualizzate voi stessi che camminate verso quella panchina vi sedete respirate e lasciate che il corpo faccia il suo lavoro lo osservate non interpretate non analizzate non cercate di aggiustare semplicemente sentite e ogni volta che lo fate state accedendo a una consapevolezza fondamentale posso sentire tutto questo dentro di me e posso comunque restare al sicuro sentirmi al sicuro una cosa non esclude l'altra e questa è una consapevolezza incredibilmente potente anche per oggi è tutto vi do appuntamento al prossimo episodio di educare con calma e vi ricordo che se volete commentare potete farlo su la tela punto com barra podcast cercando il numero dell'episodio o scrivendo il titolo nella barra di ricerca.
Vi ricordo che nel percorso per educare a lungo termine facciamo tanto di questo lavoro: c'è una categoria intera sulla crescita personale, c'è una categoria intera sulle crisi, c'è una categoria intera sulla rabbia, non siete da soli a fare questo lavoro, c'è un'intera comunità che sta facendo questo lavoro in questo momento e che può supportarvi. Nessuno è progettato per fare questo lavoro da solo quindi se non avete una comunità nella vostra zona se non avete una comunità che vi somigli nella vostra zona venite sulla tela e la trovate insieme a tantissimi tantissimi tantissimi strumenti che possono letteralmente cambiare la vostra genitorialità nei prossimi mesi Non mi rimane che augurarvi buona giornata, buona serata o buonanotte, a seconda di dove siete nel mondo. Ciao ciao!
Parliamone
Ciao! Io ho delle grandi difficoltà a rimanere sulla panchina del disagio nei momenti di crisi di mia figlia (5 anni). Lei quando si arrabbia esplode, urla, a volte sbatte le porte, cerca di colpirmi con gambe e braccia, si tappa le orecchie al primo vocalizzo che provo a fare. Io vorrei starle vicina in silenzio ma quando ci ho provato lei cerca di nuovo di colpirmi, io la blocco e lei urla e si agita di più. Nei momenti di calma ci siamo dette che non va colpito nessuno e lei capisce ed è d'accordo, che si può stringere forte un cuscino o un pupazzo e lei capisce ed è d'accordo. Purtroppo nei momenti delle sue crisi però non riesce ad attivare queste tecniche ma soprattutto il mio problema è che io non riesco a darle un sostegno per cercare di definire come arrabbiarsi, anche se le dico di fare un bel respiro risponde di no. Non riesco a trovare la chiave per evitare che nelle crisi lei cerchi di colpirci o che sbatta forte le porte e mi sento molto "svuotata" in quei momenti, sento che non la sto aiutando e mi capita di urlare per dare fine alle azioni che dicevo sopra. E quello che resta in me in quei casi è stanchezza e tristezza.
Ambassador
Quello della panchina del disagio è una delle immagini più forti ed intense da cui ho imparato tanto e che più mi ha colpito dei pensieri a ragnatela di Carlotta.
Torna in ogni campo della vita ed ormai ho imparato a farlo mio anche nelle conversazioni a scuola e con le persone con cui mi capita di parlare di resilienza nella vita di tutti i giorni.
È straordinario come l' educazione a lungo termine possa tornare ed essere applicata ad ogni ambito della nostra vita.
Grazie di cuore La Tela ❤️
Come avevo bisogno di queste parole. Sto facendo un grande lavoro su me stessa per aiutare e dare gli strumenti a mio figlio per sapersi controllare, vivere più serenamente e soprattutto per accertarsi così com’è.
Il pianto del mio bimbo di 2 anni mi manda in tilt e faccio davvero fatica a non esplodere in un nano secondo, complice anche la stanchezza e la mancanza di aiuti esterni, però voglio provarci: voglio sedermi sulla mia panchina e rimanere lì, in ascolto….
Grazie Carlotta!
Wow, grazie Carlotta. Proprio in queste settimane stiamo affrontando tantissimi di questi momenti con il nostro figlio più piccolo di 3 anni… dal momento in cui si sveglia a quello in cui va a dormire sembra che sia tutto un “no” e un pianto isterico con urla annesse. Ho scoperto che i rumori forti mi mandano “in pappa” il cervello per cui tanto di questo disagio l’ho risolto usando i tappi per le orecchie… giuro, non sto scherzando. Ovviamente sento lo stesso quello che mio figlio dice ma a dei decibel decisamente inferiori e questo mi aiuta a rimanere centrata ma è comunque un escatomage e non risolve alla radice il “problema”. Grazie per questa riflessione, oggi proverò a rimanere lì qualche secondo in più, senza urlare e chissà…. Senza tappi! Grazie! Un abbraccio, Miriam