Preferiti dei bambini

L'autonomia si allena da piccoli: più libertà, meno paura

L'indipendenza non deve aspettare l'adolescenza: puoi (far) muovere subito i primi passi.

Fondatrice de La Tela
29 luglio
0 risposte

Ti è mai capitato di guardare tuǝ figliǝ allontanarsi un po' da te in un negozio, o attraversare la strada da solə e sentire un piccolo allarme scattare dentro, anche quando magari non c'è nessun pericolo reale?

A me succede da anni e ho imparato a conoscere bene questa sensazione: è la voce della paura, dell'apprensione che ho vissuto nell'infanzia.

Il supermercato vicino a casa, ovunque fossimo nel mondo, è sempre stato uno dei posti preferiti di Oliver ed Emily. Hanno iniziato da piccoli ad andarci da soli, quando il negozio era molto vicino (con me o Alex che li osservavamo dalla finestra). Ricordo una Emily di 4 anni che mi chiese di andare a comprare i biscotti Abbracci da sola, nel negozietto dall'altro lato della strada del nostro appartamento a Dubrovnik: con la sua piccola statura e allo stesso tempo con la sua grande sicurezza, ha guardato da un lato e poi dall'altro, ha attraversato, è sparita dentro la porta ed è uscita pochi minuti dopo. Di nuovo, ha guardato da un lato e dall'altro, ha suonato al campanello ed è entrata con il suo pacchetto di biscotti in mano e il resto.

Spesso, quando condividevo questi piccoli grandi passi di autonomia e libertà, venivamo giudicati, come se avessimo fatto qualcosa di sbagliato (o peggio, come se avessimo messo in pericolo i nostri figli!). Chi vedeva quella scena, osservava un fotogramma isolato, a volte senza la curiosità di chiedersi cosa ci fosse dietro. Non poteva sapere quanta gradualità c'era in quel gesto, quanti passi più piccoli erano venuti prima, né poteva vedere che, spesso, noi eravamo lì vicino, nascosti alla vista ma non alla situazione: dalla finestra di casa, da un angolo del negozio, a una distanza pensata per permettere loro di praticare senza lasciarli davvero soli.

Questo ha fatto sì che, ogni volta, tornassero da noi con un po' più di fiducia in loro stessi e con la prova concreta di potercela fare da soli.

Ma tutto questo in Italia, per legge, non potrebbero farlo prima dei 14 anni: la stessa età in cui possono salire su un motorino e guidarlo su una strada trafficata. Non ti sembra assurdo?


I punti salienti dell'articolo

🕰️ Se hai poco tempo, ecco i punti essenziali di questo articolo:

  • Dare autonomia ai bambini, fin da piccolissimi, costruisce autocontrollo, fiducia in sé e capacità di affrontare le difficoltà della vita: lo confermano sia pensatori storici come Montessori e Piaget, sia ricerche recenti come quella di Peter Gray sul legame tra calo dell'autonomia infantile e aumento di ansia e depressione nelle nuove generazioni.

  • In Italia, la legge considera un minore di 14 anni incapace di provvedere a sé stesso. Eppure, proprio a 14 anni è già possibile guidare un ciclomotore su strada. Come se l'autonomia apparisse all'improvviso, invece di essere qualcosa che si costruisce gradualmente, attraverso tante piccole esperienze quotidiane. In molti Paesi (Giappone, Germania, Svizzera, Nuova Zelanda, e ancora più Paesi dell'Asia e del Centro e Sud America) i bambini vanno a scuola da soli già a 5-6 anni, senza che questo generi alcun allarme sociale.

  • Possiamo ricalibrare la nostra bussola della paura: il mondo fuori dalla nostra porta di casa non è più pericoloso oggi di quando i nostri nonni bambini passavano tutto il pomeriggio da soli in strada. È la nostra percezione del pericolo che è aumentata, perché oggi ci arrivano tutte le notizie peggiori del mondo ogni minuto di ogni giorno.

  • L'autonomia si costruisce in maniera graduale e concreta, e comincia già dentro casa: nel gioco autonomo, nel lasciarli vestire da soli, preparare lo zaino...

  • A chi dice «Mi fido di mio figlio, non mi fido degli altri»: è un valido punto, ma è importante sapere che la maggior parte degli abusi, dei rapimenti e degli episodi di violenza contro i minori è commessa da familiari o persone conosciute, non da sconosciuti. Anche qui, dobbiamo ricalibrare la nostra bussola della paura su statistiche attuali, non su apprensioni passate.

  • L'autonomia si costruisce in maniera graduale e concreta: piccoli passi, età per età, non un salto improvviso nel vuoto. Che se ci pensiamo, è ciò che effettivamente chiediamo ai nostri figli adolescenti.

Se invece hai più tempo, siediti con un caffè, un frullato o una infusione: qui sotto trovi tutto il ragionamento.


Perché è importante (anche per la scienza) dare autonomia fin da piccolǝ

Ho studiato Montessori per oltre 10 anni e c'è una frase che racchiude molto bene questo tema: «Aiutami a fare da solǝ».

È una richiesta precisa che il bambino rivolge all'adulto: non sostituirti a me, non anticipare i miei bisogni prima che io li senta, non fare al posto mio ciò che posso imparare a fare con le mie forze.

L'ambiente preparato di cui parlava Montessori, quello a misura di bambino, non serviva a tenerli occupati: serviva a renderli competenti. Ma questo principio vale anche fuori casa e fuori da scuola. Andare dal panettiere da solə, attraversare una strada, aspettare l'autobus, fare una faccenda per noi genitori: è la stessa idea educativa trasferita dall'aula Montessori alla vita quotidiana.

Anche Jean Piaget, pur partendo da una prospettiva diversa, arrivava a una conclusione simile. Studiando il modo in cui i bambini imparano a seguire le regole durante il gioco, osservò che i più piccoli le rispettano perché vengono imposte dall'esterno: le chiamava regole eteronome. Crescendo, però, grazie all'esperienza diretta e al confronto con gli altri, imparano a comprenderne il senso, a costruirle insieme e a farle proprie. È il passaggio dall'eteronomia all'autonomia.

Questo passaggio non avviene automaticamente con l'età: avviene perché il bambino ha avuto occasioni concrete per sperimentare, sbagliare, correggersi e riprovare. Questo significa che non puoi sviluppare autocontrollo, senso di responsabilità o capacità di giudizio se non hai mai avuto la possibilità di esercitarli.

Peter Gray, psicologo dello sviluppo e cofondatore del movimento americano Let Grow, ha pubblicato sul Journal of Pediatrics uno studio che mette a confronto due tendenze: da una parte il progressivo calo dell'autonomia e del gioco libero dei bambini negli ultimi decenni, dall'altra l'aumento di ansia e depressione in quelle stesse generazioni. Le due curve si muovono insieme e da molto prima che arrivassero gli smartphone.

Naturalmente questo non significa che una cosa sia l'unica causa dell'altra. Ma il messaggio è difficile da ignorare: quando i bambini hanno sempre meno occasioni di fare esperienza del mondo in autonomia, hanno anche meno possibilità di allenare le capacità, competenze e risorse psicologiche ed emotive che serviranno loro per affrontarlo.

In fondo, è questo il cuore della questione: meno occasioni di praticare la vita significa anche meno strumenti per affrontarla.


Il paradosso della legge italiana

Torno al punto da cui sono partita.

In Italia, fino ai 14 anni, un bambino è generalmente considerato non ancora autonomo ed è per questo che lasciarlo da solo può avere conseguenze giuridiche se quella scelta viene ritenuta un'esposizione a un pericolo. Non esiste una regola che dica quanti minuti possa restare da solo o quali attività possa fare: ogni situazione viene valutata nel suo contesto.

Eppure, proprio a 14 anni compiuti, è possibile prendere il patentino e guidare un ciclomotore.

Voglio fermarmi un attimo su questo: è come se l'autonomia comparisse tutta insieme il giorno del quattordicesimo compleanno, invece di essere qualcosa che si costruisce poco alla volta. Lo stesso vale per la maggiore età: è come se aspettassimo i 18 anni per dare più libertà e autonomia e indipendenza – per poi stupirci se non sanno usarla.

È molto difficile preparare un ragazzo a gestire responsabilità importanti se, fino al giorno prima, gli abbiamo lasciato pochissime occasioni per esercitare quelle più piccole.

Ho raccontato spesso qui su La Tela quanto questa soglia sorprenda chi viene da altri Paesi. In Giappone, Germania, Nuova Zelanda, Australia, Canada e in gran parte del Nord Europa è normale che molti bambini inizino ad andare a scuola da soli già intorno ai sei anni. In Svizzera capita anche prima. Nella maggior parte dei Paesi del Sud-Est asiatico e del Sud America in cui abbiamo vissuto, i bambini godono spesso di una libertà ancora maggiore, talvolta per necessità più che per una precisa scelta educativa.

In Italia il controllo ha un peso culturale molto forte.

Tendiamo a pensare che proteggere significhi vigilare e controllare – e questo rende più difficile lasciare ai bambini spazi in cui sperimentarsi. Eppure, anche restando pienamente dentro i limiti della legge, esistono molte occasioni per allenare l'autonomia: lasciare che paghino da soli alla cassa, che chiedano un'informazione, che vadano da soli dal panettiere sotto casa, che svolgano piccoli incarichi mentre noi siamo poco distanti.

Mio marito Alex, finlandese, al primo giorno di scuola primaria è andato in bus pubblico: il papà gli aveva spiegato bene i numeri, avevano provato insieme e quel primo giorno l'ha seguito in macchina. Alex ha fatto un errore, è sceso una fermata dopo e il papà era lì ad aiutarlo. Dal secondo giorno in avanti non ce n'è più stato bisogno.

Dare più libertà non significa smettere di esserci e di proteggerli. Significa accompagnarli, un passo alla volta, a fare cose che oggi sono appena oltre ciò che sanno già fare. La fiducia, proprio come l'autonomia, non compare all'improvviso: si costruisce, esperienza dopo esperienza.


Cosa significa autonomia con gradualità

Voglio essere chiara su un punto, perché è importante: dare autonomia non significa far crescere in fretta i nostri figli, né lanciarli nel mondo senza rete.

Significa accogliere le loro richieste di autonomia. Mostrare loro che, quando si sentono prontə per fare qualcosa, noi adulti facciamo lo sforzo di dare fiducia e opportunità di praticare quell'autonomia. È un lavoro nostro, prima ancora che loro. Ed è quasi sempre, appunto, un processo che parte da una loro richiesta, non da una nostra decisione a tavolino: quasi tutti i primi passi di autonomia di Oliver ed Emily sono nati perché erano loro a chiedercelo e noi a valutare la situazione insieme, per trovare il compromesso che ci facesse sentire tranquilli.

C'è un livello di autonomia che spesso dimentichiamo, proprio perché non richiede nessuna vera separazione. Prendi, ad esempio, quello che succede dentro un negozio, mentre siamo lì insieme. Quante volte, al supermercato, Oliver o Emily mi hanno chiesto di allontanarsi da me? Ad esempio, semplicemente per guardare gli scaffali, per andare a vedere il reparto dei giocattoli o dei libri, per stare per conto loro qualche minuto (e sentirsi grandi) in un ambiente in cui io o Alex restavamo comunque raggiungibili.

La mia prima reazione istintiva era no. Ma con l'aiuto di Alex, ho imparato a dare loro piccoli momenti di autonomia e fiducia. All'inizio chiedevo loro di stare fermi nel reparto dei giocattoli e tornavo ogni pochi minuti a salutare; poi tornavo solo alla fine della spesa per dirgli che era ora di andare; poi quando volevano aiutare e andare a cercare alcuni alimenti da soli, concordavamo un alimento che fosse in una corsia vicina a dove ero io; poi più lontana; finché un giorno hanno iniziato a percorrere il supermercato da soli e ci ritrovavamo alla cassa. E non era il supermercato familiare: nel nostro stile di vita è ogni volta un supermercato diverso, ma l'autonomia e le competenze apprese a piccoli passi vengono con noi.

L'autonomia inizia tra le mura di casa

Il primo allenamento all'autonomia non inizia fuori casa, ma già prima, nelle piccole cose che spesso non associamo nemmeno all'idea di libertà.

Inizia quando sosteniamo il gioco autonomo, senza sentire il bisogno di intervenire continuamente: è lì che i bambini imparano a prendere iniziative, risolvere problemi, tollerare la frustrazione e fidarsi delle proprie risorse. Continua quando li lasciamo vestirsi da soli, provare e riprovare ad allacciarsi le scarpe, preparare lo zaino, versarsi da bere, apparecchiare o gestire sempre più in autonomia i compiti, invece di anticipare ogni loro bisogno.

È la stessa filosofia che Montessori riassumeva nell'idea di Aiutare quanto necessario, ma il meno possibile: osservare il bambino che abbiamo davanti, seguire il suo desiderio di fare da solo e offrirgli solo il sostegno di cui ha davvero bisogno. Ogni volta che facciamo un passo indietro quando nostrǝ figliǝ è prontǝ a farne uno avanti, non stiamo solo insegnando una competenza pratica: stiamo costruendo la fiducia che un giorno permetterà di muoversi con sicurezza anche nel mondo fuori casa.

Le opportunità di autonomia sono ovunque

Quando erano piccoli, era più semplice prenderli in braccio invece di aspettare che salissero da soli una scalinata, attraversare la strada tenendoli per mano invece di lasciarli osservare quando era il momento di partire, non lasciare mai la mano mentre camminavamo per paura che non si fermassero alle strisce, entrare io per chiedere un'informazione o pagare al negozio invece di incoraggiarli a farlo.

Non solo era più veloce, ma faceva sentire più tranquilla me.

Ci ho messo anni a capirlo su me stessa. Sono cresciuta con una madre apprensiva e l'apprensione è la mia risposta naturale, perché tendiamo a educare come siamo stati educati.

È anche culturale e sociale, certo: per Alex, cresciuto in Finlandia, in una cultura che dà autonomia ai bambini fin da piccolissimi, offrire libertà è quasi un riflesso. Le stesse situazioni che a lui sembrano ovvie, a me fanno immaginare lo scenario peggiore: li rapiscono, finiscono sotto una macchina, cadono dalle scale mobili. Ho dovuto fare un lavoro serio su me stessa per offrire autonomia in sicurezza e continuo a farlo a ogni nuova fase di sviluppo. Ma è un lavoro che non mi stanco di fare, perché genera fiducia, sicurezza di sé e indipendenza.

Un piccolo esercizio

Così, con il tempo ho imparato a fare un piccolo esercizio.

Prima di dire «No, resta qui», mi fermavo un secondo e mi chiedevo: quello che sto impedendo è davvero pericoloso o è semplicemente qualcosa che mette a disagio me? Molto spesso la risposta era la seconda. Non stavo evitando un rischio reale: stavo evitando la mia fatica di aspettare, di tollerare un po' di incertezza o di fidarmi che ce l'avrebbero fatta.

Seguire le richieste dei nostri figli, in questi momenti piccoli e quotidiani, è probabilmente il primo allenamento all'autonomia che possiamo offrire, perché non costa quasi nulla in termini di rischio reale, ma comunica un messaggio enorme: ho fiducia che tu sappia muoverti da solǝ in questo spazio.

È lo stesso principio che poi, un passo alla volta, ci porterà a lasciarli andare dal panettiere, a scuola, al parco: prima lo pratichiamo con noi a poca distanza, poi fuori, con noi più lontani.

Ricalibra la bussola della paura

Il primo passo, però, è sicuramente ricalibrare la nostra bussola interna della paura. Il mondo non è più pericoloso oggi di quando i nostri nonni giocavano in strada o al parco giochi vicino a casa tutto il giorno, senza sorveglianza, e tornavano per cena che era già buio.

È la nostra percezione del pericolo che è cambiata, perché oggi la cronaca nera di tutto il mondo ci arriva a un clic di distanza.

Non solo: spesso le notizie di anni o decenni fa ci vengono proposte sui social come se fossero accadute ieri: senza data, senza riferimenti temporali. È la pornografia del dolore: le sparatorie, la violenza, i rapimenti, le tragedie di ogni angolo del pianeta ci arrivano addosso ogni giorno e generano dentro di noi una paura – che io ho iniziato a definire «ansia globale» – che si traduce in più controllo e meno libertà per i nostri figli, anche quando il rischio reale, statisticamente, non è cambiato.

Il circolo della fiducia

Forse a questo punto ti stai facendo la stessa domanda che mi è stata rivolta tante volte: «Lo so che le statistiche dicono che è molto improbabile. Ma se quell'uno su un milione fosse proprio miǝ figliǝ? Se fosse proprio lui il bambino a cui succede qualcosa?»

È una domanda per cui non esiste una risposta capace di eliminare la paura. Il rischio zero non esiste. Quello che possiamo decidere, però, è se lasciare che quella possibilità, per quanto remota, diventi il criterio con cui prendiamo ogni decisione educativa.

È possibile. Ma io ho scelto di non vivere nella paura, di non lasciare che la mia paura precluda esperienze di vita importanti e formative per loro. Sempre nella massima sicurezza che posso offrire, gradualmente, con intenzione e consapevolezza, ma senza che quelle esperienze vengano tolte in partenza. Il mondo, a volte, è davvero pericoloso. Ma se non prepariamo i nostri figli ad affrontarne i pericoli, non possiamo poi aspettarci che sappiano farlo e non riusciremo mai a fidarci davvero di loro.

Se invece offriamo autonomia, indipendenza, e l'opportunità di risolvere i problemi da soli, i nostri figli saranno più pronti ad affrontare le situazioni difficili quando arrivano. È un circolo: noi diamo loro fiducia e opportunità, loro ci dimostrano di essere capaci, la nostra fiducia cresce, e diamo ancora più opportunità.

In questo circolo, alla fine, vinciamo tutti.

Non mi fido degli altri

«Eh, ma Carlotta, io mi fido dei miei figli, non mi fido degli sconosciuti».

TI invito a riflettere sul fatto che spesso questa paura viene dall'esterno, dai nostri genitori, dalla società, dalle persone anziane al parco giochi: uno dei comportamenti più comuni delle persone apprensive e ansiose è buttarti addosso le loro paure – vogliono che diventino anche le tue.

«Ma guarda che possono rapirli, solo l'altro giorno c'è stato un tentativo di rapimento!», ti diranno.

Fai un respiro profondo e restituisci loro la paura: «Conosciamo bene questo quartiere e parliamo con i bimbi delle regole per interagire con gli sconosciuti. Alleniamo l'autonomia con gradualità e in sicurezza da molti anni. Grazie per la tua preoccupazione, noi siamo tranquilli».

Questo non significa essere ingenui: per esempio, è importante sapere che la maggior parte degli abusi, dei rapimenti e della violenza contro i minori viene, statisticamente, da familiari o da persone ben conosciute, di cui ci fidiamo, non da estranei per strada. Io mi sento molto più sicura a lasciare andare i miei figli in spiaggia da soli a vendere braccialetti che al pigiama party dell'amica (che, anche se non ci piace pensarlo, è uno degli scenari più comuni che raccontano le vittime di abuso sessuale).

Quando siamo informati possiamo ridimensionare paure statisticamente improbabili – come la paura che uno sconosciuto rapisca i nostri figli – e proteggerli da situazioni che ci sembrano innocue, ma che possono invece essere più pericolose.

È pericoloso quanto guidare una macchina

A questo proposito, ti propongo anche una riflessione: il mondo è pericoloso quanto guidare una macchina. Tu sei al volante, ma non puoi controllare gli altri: puoi controllare solo la tua reazione, i tuoi riflessi e il tuo comportamento. A 18 anni pochi genitori penserebbero di negare ai figli la patente: visto che si è sempre fatto così, la nostra percezione del pericolo è bassa, anche se in realtà l'auto è uno dei mezzi con più morti in valore assoluto.

Oltre al «si è sempre fatto così», non lo mettiamo in discussione anche perché sappiamo che sarà un processo graduale: non salgono in macchina e guidano da soli nel traffico il giorno stesso.

La libertà dovrebbe funzionare esattamente allo stesso modo: qualcosa che non ci sogneremmo mai di negare e che ci prendiamo la responsabilità di offrire un pezzo alla volta.

Gradualità non significa zero rischi

Gradualità significa anche accettare che, qualche volta, la pratica di questa libertà porti con sé piccoli spaventi.

Ricordo un pomeriggio in Nuova Zelanda: Oliver aveva 5 o 6 anni e ci ha chiesto di andare a comprare da solo le gomme da masticare al negozio a un centinaio di metri da casa, sullo stesso marciapiede che percorrevamo ogni giorno per andare a scuola. Quel giorno lo abbiamo visto tornare correndo e piangendo: un altro bambino piccolo, giocando in un cortile lì vicino, lo aveva «rincorso» per qualche metro con un monopattino. Per lui è stato spaventoso, perché non gli era mai capitato prima. Lo abbiamo accolto, abbiamo capito che cosa fosse successo e siamo andati insieme a parlare con quel bambino, che si è scusato.

Quel giorno ci siamo interrogati: abbiamo fatto bene ad accogliere la sua richiesta di andare da solo? Lo abbiamo traumatizzato? Siamo stati incoscienti? No. Non è stato traumatico, non è stato «troppo» e non è stato da incoscienti: è stato un piccolo rischio dentro una bolla di sicurezza e ci ha dato l'occasione di parlare con lui di quello che può succedere nel mondo, senza che questo diventasse un motivo per negargli quella libertà tanto ricercata. Poche settimane dopo ci ha chiesto di andare di nuovo e questa volta non c'è stato nessuno spavento.


Le età (vere) in cui i bambini possono fare le cose

Quando parlo di questo tema, la domanda che mi viene fatta più spesso è: «Ma a che età avete iniziato voi?».

L'età conta, ma conta meno di quanto si pensi. Conta di più osservare il bambino che si ha davanti, le sue capacità reali, il contesto specifico, e mantenere flessibilità e mente aperta, perché i bambini acquisiscono nuove abilità ogni giorno. E quasi sempre non l'abbiamo deciso noi a tavolino: è successo quando ce lo hanno chiesto loro.

Come ti ho già raccontato, Emily a 4 anni, in Croazia, è andata a comprare i biscotti al negozio proprio sotto casa, dall'altra parte della strada: l'avevo preparata e le avevo detto che l'avrei guardata dalla finestra. A 4 anni, Oliver è andato per la prima volta a scuola da solo in bici: anche in questo caso lo avevo preparato, gli avevo detto che l'avrei seguito da lontano e così ho fatto. A Dubai, sono andati per la prima volta a un supermercato a qualche centinaio di metri, da soli, ma insieme: avevano 5 e 7 anni. In Germania, dove esiste un sistema di vuoto a rendere per bottiglie e lattine di plastica, sono andati insieme al supermercato a restituire una bottiglietta e a comprare il cioccolato che avevamo dimenticato: avevano 8 e 6 anni, il supermercato non era vicino, ma loro conoscevano già la strada, perché ci eravamo già stati insieme un paio di volte (e spesso lasciamo che ci guidino loro per strada, proprio per imparare a orientarsi).

Detto questo, per darti un riferimento concreto, questo è più o meno il percorso che abbiamo seguito noi con Oliver ed Emily, un piccolo passo alla volta:

  • A 2 anni, scegliere di non darci la mano per strada, nemmeno per attraversare, ma restando vicino a noi e fermandosi alle strisce (che abbiamo praticato tanto come un gioco di ruolo);

  • A 3 anni, attraversare da soli, avanti e indietro, una strada poco trafficata, mentre noi li aspettavamo dall'altra parte; lasciare che camminassero per strada davanti a noi, ma sempre in vista e senza correre;

  • A 4 anni, una piccola commissione da soli in un negozio vicino e conosciuto, sotto la nostra supervisione a distanza; andare a scuola «da soli» (mentre li seguivamo a una cinquantina di metri di distanza); giocare per ore fuori casa (con un walkie talkie per restare in contatto) sulle colline della fattoria in cui vivevamo in Nuova Zelanda;

  • A 5 anni, andare dal panettiere o al supermercato dell'isolato in autonomia completa, osservandoli da lontano; restare da soli alla sezione dei giocattoli del supermercato mentre facevamo la spesa;

  • A 6 anni, andare al supermercato vicino a casa da soli anche se fuori dalla nostra vista; andare a cercare un alimento un paio di corsie più in là, mentre facevamo la spesa;

  • A 7 anni, andare al parco giochi vicino a casa da soli e restare a giocare (con il walkie talkie in tasca);

  • A 8 anni, andare in spiaggia da soli a vendere braccialetti (con il walkie talkie in tasca); andare a casa dei nonni da soli, su una strada conosciuta e a pochi isolati di distanza;

  • A 9 anni, lasciare che ritornino a casa dopo il buio da soli in un ambiente sicuro come il campeggio o il piccolo paesino;

  • A 10 anni, lasciare che vadano al mercato di paese da soli a comprare frutta e verdura, anche senza walkie talkie…

  • E così via, sempre più autonomia: in questo modo, l'autonomia non arriva come una sorpresa o un'esperienza che non sanno gestire, ma ci crescono dentro, come in un vestito fatto su misura in ogni fase di sviluppo.

Non devi replicare questa lista esatta e non c'è una tabella universale che valga per ogni famiglia. Ma ti assicuro che c'è sempre, per ogni età ed esperienza di vita, un piccolo frammento di libertà e responsabilità che possiamo regalare ai nostri figli in sicurezza e con consapevolezza.

Se in questo momento stai pensando «io non potrei mai», ti invito a chiederti quanto quel pensiero sia frutto della cultura in cui vivi e quanto invece potresti allargare, anche solo un poco, la tua zona di comfort.

Le (mie) regole del gioco

Ci sono forse quattro regole fondamentali che hanno accompagnato il mio percorso di «guarigione» dall'apprensione (oltre allo scegliere di dare fiducia):

  • aggiustare le aspettative: non andrà sempre tutto liscio e non seguiranno sempre le regole prestabilite;

  • visualizzare la mia reazione quando qualcosa va storto: per esempio, se ho chiesto di camminare, ma si lasciano prendere dall'emozione e corrono;

  • conoscermi e giocare d'anticipo: se sai che fai fatica quando i tuoi figli scalano le strutture alte al parco giochi, se puoi chiedi all'altro genitore (o un genitore amico) di guardare al posto tuo e dai le spalle; se sai che una situazione ti spaventa, se puoi delega la gestione di quella situazione all'altro genitore;

  • imparare a riparare se reagisco male: per esempio, se urli e li sgridi perché ti spaventi, anche se non c'è un pericolo reale.

Su quest'ultimo esempio, abbiamo anche creato una storia nel libro per l'infanzia «La paura è un superpotere», perché la voce della paura appartiene a tanti genitori (ed è appartenuta a lungo anche a me).


Come dare libertà in sicurezza e gradualità

So che a questo punto può sorgere una domanda molto concreta: e la legge? Come si concilia tutto questo?

Credo che il nostro compito di genitori responsabili e che al tempo stesso sentono il bisogno di dare fiducia ai propri figli sia trovare tutti quegli spazi in cui i bambini possano fare esperienza di autonomia in modo graduale e sicuro.

Questo significa, come abbiamo visto e a seconda dell'età e del grado di autonomia, rimanere a distanza ma abbastanza vicini da poter intervenire se fosse davvero necessario. Oppure lasciarli entrare da soli in un negozio mentre noi aspettiamo fuori, seguirli da lontano nel tragitto verso un luogo che conoscono bene o lasciare che siano loro a chiedere un'informazione, pagare alla cassa, ordinare un gelato.

Significa anche preparare il terreno prima di fare un passo in più: percorrere insieme lo stesso tragitto molte volte, parlare di cosa fare se succede qualcosa di imprevisto, osservare come se la cavano e aumentare gradualmente il livello di autonomia. O ancora parlare con chi lavora al supermercato e chiedere di non allarmarsi se vedono il bambino da solo: state praticando l'autonomia con gradualità e in sicurezza.

Non esiste un momento in cui, all'improvviso, un bambino diventa «pronto», ma possiamo dare il via a tante piccole esperienze che, una dopo l'altra, costruiscono questo traguardo.

Per questo non ha molto senso chiedersi: «A che età può fare questa cosa?». Le domande più utili sono altre: «Ha già avuto abbastanza occasioni per imparare a farla? Quanto è prontǝ per questa esperienza? E come posso aiutarlǝ a prepararsi?»

Dare autonomia non significa lasciare i figli a sé, nel vuoto, nel pericolo. Significa allargare poco alla volta il raggio della loro libertà, rimanendo abbastanza vicini da sostenerli se serve, ma abbastanza lontani da permettere loro di riuscirci con le proprie forze.


Bibliografia

  • Montessori, M. Il segreto dell'infanzia e La mente del bambino. Opere di riferimento per il concetto di ambiente preparato e autonomia infantile.

  • Piaget, J. (1932/1972). Il giudizio morale nel fanciullo. Firenze, Giunti-Barbera.

  • Gray, P. Studio pubblicato sul Journal of Pediatrics sul legame tra calo dell'autonomia infantile e aumento di ansia e depressione nelle nuove generazioni.

  • Per approfondire le statistiche e le fonti relative alla percezione del rischio e al pericolo reale, consulta il pacchetto editoriale Oltre l'ansia globale.

Parliamone

Lascia un commento…
Abbiamo ripristinato delle modifiche non salvate.
Link
Pulsante
Inserisci contenuto

Nessun risultato.

Registra audio

Crea sondaggio
Opzioni

Caricamento in corso…