Preferiti dei bambini

Come parlare di rapimenti e sconosciuti ai bambini

Strumenti pratici per una conversazione che protegge senza spaventare.

Fondatrice de La Tela
3 marzo
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12 min

Se sei arrivatə qui, è probabile che tu abbia letto una notizia che ti ha spaventatə; o magari tuə figliə ti ha fatto una domanda che ti ha colto di sorpresa. O semplicemente ti è venuto in mente che non ne avete mai parlato.

In questo articolo vedremo insieme:

Su La Tela, non sei solə in questo lavoro.

Da dove viene la tua paura?

Prima di andare oltre, voglio prendermi cura dell'emozione che sta sotto la superficie: la paura.

Quando leggiamo articoli su rapimenti da parte di estranei, il sistema nervoso si attiva: «Potrebbe succedere a noi». Questo è naturale e non è esagerato: il nostro cervello ci mette in allerta per proteggere i nostri figli ed è esattamente ciò che deve fare.

Una parte importante del nostro lavoro di genitori, però, è anche essere curiosi rispetto a quella paura. Chiederci: da dove viene? È davvero mia, questa paura? O in parte l'ho ereditata?

Molti di noi sono cresciuti con l'avvento di internet: prima ci arrivavano solo le notizie della nostra cittadina o quartiere; ora tutto il pericolo del mondo era a un click di distanza.

È importante non perdere di vista che era un clima in cui i bambini non potevano uscire soli; in cui i genitori ripetevano «non parlare con gli sconosciuti» con urgenza nella voce; in cui le storie di «zingari» e rapimenti circolavano come monito costante.

Quelle paure si sono depositate in noi. E oggi, da genitori, le ritroviamo amplificate da notiziari, gruppi WhatsApp (in cui già 10 anni fa giravano vocali falsi!), post virali che rimbalzano per mesi e anni anche quando riguardano fatti isolati e lontani.

Essere curiosi rispetto alla paura significa cambiare le domande che ci facciamo.

Invece di: «Quanto è pericoloso il mondo?» – questa domanda la risponde già la paura e la risposta è sempre «moltissimo».
Chiediti: «Quanto è pericoloso il mondo davvero, se guardiamo i dati?».

Ed è qui che la percezione e la realtà iniziano a divergere.

Il mondo non è pericoloso come pensiamo

Il mondo, statisticamente parlando, è molto meno pericoloso di quanto le notizie ci facciano credere. La nostra percezione del pericolo è distorta da un meccanismo preciso: i media amplificano le storie che spaventano perché generano più attenzione e, in alcuni casi, le notizie di «quasi rapimenti» vengono usate anche per distrarre l'attenzione da fatti politici scomodi.

Se pensi che questa sia un teoria del complotto, non è così: è una dinamica documentata di come funziona l'informazione.

Il problema di questa dinamica è che il nostro cervello, esposto ripetutamente a quelle storie, le tratta come se fossero la norma invece che l'eccezione.

Ecco perché proprio come abbiamo imparato a non fidarci ciecamente di quello che vediamo su Instagram, vale la pena ricordarci di mettere in dubbio anche quello che leggiamo sui giornali.

Per approfondire la percezione del pericolo ti rimando a questo pacchetto editoriale:

Pacchetto editoriale
Oltre l'Ansia Globale
Ritrovare (e trasmettere) speranza nell'impotenza.

I dati lo confermano!

Secondo i dati del Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse, solo nello 0,9% dei casi un minore viene sottratto da una persona estranea alla famiglia (dato riferito al periodo 1974–2020, elaborato su oltre 258.000 denunce di scomparsa).

La stragrande maggioranza dei casi riguarda minori migranti non accompagnati che si allontanano volontariamente dalle strutture di accoglienza oppure sottrazioni da parte di un genitore in situazioni di separazione conflittuale.

Tutto questo non significa che il rischio sia zero – qui su La Tela sappiamo fare meglio che vivere agli estremi. Significa che il livello di pericolo che percepiamo non corrisponde alla realtà.

Questa differenza è importante, perché se partiamo dalla paura, trasmettiamo paura; se partiamo dai fatti, possiamo parlare con calma. Ed è proprio parlando con calma che proteggiamo davvero i nostri figli.

Perché parlarne e perché farlo con calma

La tentazione di molti genitori è non parlare delle brutture del mondo. È comprensibile: non vogliamo creare ansia o spaventare. 

Ma è il silenzio, paradossalmente, che crea più paura: abbiamo più paura di ciò che non conosciamo.

I bambini, inoltre, hanno ancora più paura di ciò di cui non possono parlare, perché allora devono affrontarlo da soli. Al contrario, quando ne parliamo in famiglia, si sentono più capaci, sicuri e resilienti.

Infine, spesso dimentichiamo che per i bambini sono normali le conversazioni che noi adulti normalizziamo: se tu senti imbarazzo o disagio, ricordati che sono solo tuoi. Quando scegli di avere queste conversazioni con i tuoi figli, scegli anche di non passare loro il tuo imbarazzo e disagio.

Quando e come avviare la conversazione

Non c'è un momento perfetto per avviare questa conversazione, ma ci sono momenti migliori di altri. Evita la sera, che è già un momento sensibile legato alla separazione, e scegli, invece, un momento in cui senti connessione: può essere in macchina, durante una passeggiata, in un momento di gioco tranquillo.

Puoi iniziare così:

  • «Hey, volevo dirti una cosa, ti va di ascoltarmi?»
  • «Sai cosa pensavo oggi? Non ti ho mai parlato di…»
  • «Oggi ho sentito una notizia e vorrei parlartene: ti va se te ne parlo adesso?»

Il tono con cui ne parli conta più delle parole che usi: parlane con serenità, senza allarmismo nella voce, come se stessi spiegando come ci si lava i denti o perché si mette la cintura in macchina.

Non serve che la conversazione sia lunga o completa al primo tentativo: ricordati che ritornerai tante volte sull'argomento, aggiungerai pezzi, risponderai alle domande a mano a mano che arrivano.

Se vuoi approfondire come parlare di cose difficili ai bambini, ti consiglio anche questo articolo: 

Blog
Le nostre regole personali per affrontare conversazioni difficili in famiglia
Come parlare di morte, guerra, genocidio e altri temi difficili ai bambini senza aumentare l'ansia.

E se hanno paura?

Se lo racconti con calma, senza allarmismo e come una regola di sicurezza (come il casco in bici o la cintura in macchina) questa conversazione non genera paura.

E anche se dovesse emergere un po' di paura o per qualche giorno fanno domande su quella conversazione, è naturale: accogli la paura, mantieni un tono calmo e rilassato, ricorda che queste cose succedono pochissimo e che le nostre regole della sicurezza ci proteggono.

Ricorda: l'importante è che loro sappiano che possono venire da te a parlarne.

Le 4 regole da insegnare fin da piccoli

La conversazione può iniziare così (adattala all'età di tuə figliə):

«Ci sono adulti, pochissimi*, che portano via i bambini e le bambine dalla mamma e dal papà. Succede pochissimo*, ma è importante che conosci e segui alcune regole così se noti qualcosa di strano sai esattamente cosa fare. Sei pronta per sentirle?» 

*Non dimenticarti di dire e ripetere, in ogni conversazione, che succede pochissimo, specialmente nella parte di mondo in cui viviamo noi.

Ecco le nostre 4 regole principali che noi insegniamo fin da quando i nostri figli sono molto piccoli; questi copioni, però, sono pensati per bambini dai circa 5-6 anni in su.

1. Gli adulti che non conosci non hanno bisogno dell'aiuto dei bambini

«Gli adulti che non conosci non hanno mai bisogno del tuo aiuto, per nessun motivo. Quindi se un adulto che non conosci ti chiede aiuto, per esempio per cercare un cucciolo, per portare qualcosa di pesante, per trovare un indirizzo, tu vieni subito da mamma o papà o un adulto che conosci e glielo racconti».

Domanda: «Cosa fai se un adulto ti chiede aiuto?».

2. Chiedi la parola segreta

«Se un adulto si avvicina e ti dice che è successo qualcosa a mamma o papà e che ti porterà da loro, tu fai sempre una domanda: «Qual è la parola segreta?». La parola segreta la scegliamo noi e la sappiamo solo noi della famiglia: io, te, papà fratello/sorella. Se la persona non sa la parola segreta, vai subito a cercare un adulto che conosci  e raccontaglielo. Che parola segreta scegliamo?».

La parola segreta può essere qualsiasi cosa: un animale, un colore strano, una parola inventata. L'importante è che la sappiate solo voi.

Domanda: «Che cosa fai quando un adulto ti dice che mamma sta male e che ti porta da lei?»

3. Se ti chiede di seguirla, vieni da me e raccontalo

«Se un adulto ti parla di cuccioli, giochi, Pokémon, va benissimo. Se vuole farteli vedere lì dove siete, va benissimo. Se ti chiede di seguirlo per vederli, non va bene. Se una persona (di qualsiasi età) ti chiede di seguirla da qualche altra parte, anche se ti piace e vorresti andare, prima vai da mamma e papà a raccontarlo e chiedere se puoi andare».

Domanda: «Che cosa fai se una persona ti chiede di seguirla per mostrarti qualcosa?»

4. Se ti chiede di toglierti i vestiti, vieni da me e raccontalo

«Se un adulto, anche qualcuno che conosci, ti chiede di toglierti i vestiti in un momento in cui non lo si fa normalmente o che ti sembra «strano», tu vai subito a raccontarlo a mamma e papà. Se un adulto ti chiede di mostrare parti del corpo che stanno sotto ai vestiti, vai a raccontarlo a mamma e papà. Sempre e senza aspettare». 

Questa conversazione include necessariamente anche l'educazione sessuale.

L'educazione alla sicurezza non riguarda solo gli sconosciuti: le statistiche ci ricordano che la maggior parte delle situazioni di abuso sessuale coinvolge persone conosciute, della famiglia, non estranei.

I bambini che conoscono le parole anatomiche corrette — pene, vulva, vagina — e le usano senza imbarazzo sono statisticamente meno vulnerabili, perché i predatori cercano bambini che non sanno come raccontare quello che è successo.

Se non fate ancora educazione sessuale e affettiva a casa, la nostra guida è un buon punto di partenza.

Guida + libro
Avviare l'educazione sessuale e affettiva a casa
La guida che dal 2020 porta l'educazione sessuale nelle case delle famiglie italiane.

«Perché rapiscono i bambini?»

Quando tuə figliə ti fa questa domanda, hai già molte informazioni:

  • Ne ha già sentito parlare e magari ha paura;
  • Ti sta chiedendo aiuto per processare qualcosa che non sa processare da solə;

Se eviti o ignori la domanda o dici che è troppo piccolə per queste conversazioni, generi più paura: ora ha si ritrova solə con quell'emozione e impara di quello non si parla nella sua famiglia. 

Ecco una possibile risposta:

«Non lo so con certezza e ci sono molte ragioni diverse. Per esempio, ci sono persone che nella loro vita hanno vissuto situazioni molto difficili e da adulti fanno cose sbagliate e cattive. Ma queste persone sono pochissime e non succede quasi mai: però proprio per questo abbiamo le nostre regole. Vuoi che le ricordiamo insieme?».

Ricorda: quando un bambino fa una domanda è perché è pronto per sentire la risposta.

E se tuə figliə ha meno di 5-6 anni?

Con i più piccoli puoi saltare la parte della spiegazione e andare direttamente agli strumenti, in forma di domanda e giochi di ruolo: ricorda sempre che le età sono indicative e valuta sulla base di chi hai davanti, non solo della sua età anagrafica.

  • «Se un adulto ti chiede aiuto, tu vieni subito da me (papà / nonna / nonno) a raccontarmelo. Se un adulto ti chiede aiuto, tu cosa fai?».
  • «Se qualcuno ti dice che è successa una cosa a mamma, tu gli chiedi la parola segreta. Che parola segreta scegliamo? Questa parola la possiamo sapere solo io, te, papà, fratello/sorella».
  • Se una persona ti mostra un gioco o un cucciolo, tu puoi stare lì con lei. Se ti chiede di andare da un'altra parte, tu vieni subito da me (papà / nonna / nonno) a dirmelo».  
  • «Se un adulto ti chiede di fargli vedere le tue parti del corpo sotto i vestiti, tu vieni subito da me (papà / nonna / nonno) a raccontarmelo. Se un adulto ti chiede di toglierti i vestiti, tu cosa fai?»

Ricorda: per i bambini sono normali conversazioni che normalizziamo.

Non è una conversazione di una volta

Pensa a quando nei film i genitori devono parlare ai figli del sesso: vanno a fare «la conversazione importante», due minuti, occhi a terra e to-do spuntato. Sollievo.

Questa conversazione – come anche quella sul sesso – non è così: il «il discorso» non si fa una volta sola, si ripete e si aggiungono dettagli e conversazioni adeguate all'età.

Ma soprattuto, non si tratta di fare il «discorso»: si tratta di costruire un clima in cui tuə figliə sappia che «di quella cosa lì possiamo parlare» e che può sempre tornare a fare domande, senza paura di giudizio o essere sminuitə o ignoratə.

La protezione più grande è la relazione.

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