La morte spiegata a bambini e ragazzi
Una conversazione con Elvira Ripamonti sul suo libro e su come parlare di morte con i nostri figli.
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La morte spiegata a bambini e ragazzi nasce dall'incontro tra esperienza professionale ed esperienza personale di Elvira Ripamonti, psicologa e psicoterapeuta specializzata nell'elaborazione del lutto con bambini, ragazzi e famiglie.
Il libro è frutto anche (soprattutto) di un'esperienza personale: la morte della sorella, con la quale aveva un rapporto così profondo da sentirla quasi come una gemella. Il racconto di questa vulnerabilità è proprio ciò che distacca il libro dalla letteratura sulla morte attualmente disponibile in italiano.
Questa conversazione nasce dalla diretta de La Tela Book Club in cui abbiamo presentato il libro insieme a lei e in cui abbiamo parlato di morte, silenzio, paura, suicidio e di come le parole che scegliamo per parlare di morte possano diventare uno dei gesti d'amore più significativi che possiamo offrire ai nostri figli.
Ecco i passaggi più significativi.
Come è nato questo libro?
Da un'esperienza di vita: è il libro che avrei voluto avere tra le mani nel settembre del 2023, quando ci hanno comunicato che mia sorella probabilmente non sarebbe arrivata a Natale. All'epoca aveva una bambina di cinque anni – frequentava l'ultimo anno di scuola dell'infanzia – e verso di lei io mi sono sentita profondamente impotente.
Il paradosso era che io sono una psicoterapeuta, avevo studiato il lutto, conoscevo le teorie dell'attaccamento, il trauma, la neurobiologia. Dal punto di vista teorico avevo tantissimi strumenti. Eppure, quando quella situazione è diventata reale, quando ho dovuto trovare le parole per spiegare ai bambini (a mia nipote e a mio figlio) che la morte stava per arrivare, ho sentito che la teoria non bastava più.
Continuavo a chiedermi: ma cosa dico? Quali parole uso?
Ho cercato supporto ovunque: nella mia terapia, dalla mia supervisora, nei corsi. Ogni volta ricevevo un pezzo importante, ma avevo sempre la sensazione che mancasse qualcosa, come se nessuno avesse il coraggio di dirmi davvero quali parole pronunciare. A un certo punto volevo solo che qualcuno mi dicesse: ecco, usa queste parole. Sentivo di avere bisogno di una traccia.
Così, dopo aver attraversato questa fatica, dopo la morte di mia sorella, mi sono detta: lo scrivo io. Perché ci sarà qualcun altrə che si troverà nella stessa situazione e avrà bisogno che quelle parole siano da qualche parte, scritte.
Questo non è un libro per accademici: è un libro che vuole fare compagnia, offrire una bussola. Le parole perfette non esistono; esiste però la possibilità di sentirsi meno soli nell'affrontare ciò che sembra indicibile.
Una delle cose importanti della conversazione sulla morte con bambinǝ è usare parole concrete. Perché?
Le metafore che usiamo di solito – È volatǝ in cielo / Si è addormentatǝ per sempre / È partitǝ per un lungo viaggio – non servono ai bambini: servono a noi adulti. Le usiamo perché ci proteggono, perché spesso pronunciare la parola «morte» è tabù. Ma per un bambino piccolo, che pensa in modo concreto e letterale, quelle espressioni generano confusione e paura.
Se dico che il nonno «Si è addormentato», il bambino potrebbe iniziare ad avere paura di addormentarsi.
Se dico che la mia amica «È partita», potrebbe aspettarsi che torni, o chiedermi quando andiamo a trovarla.
Se dico che il nostro cane «È volato in cielo», potrebbe chiedere se prendiamo un aereo per raggiungerlo.
La letteratura scientifica è molto chiara su questo punto: anche la Società Americana di Pediatria raccomanda di usare parole semplici e dirette. Morto, morire, sta per morire sono parole della lingua italiana e non c'è niente di sbagliato nel dirle.
Naturalmente, dopo aver detto la verità concreta (il corpo ha smesso di funzionare, il cuore non batte più), se ne sentiamo il bisogno possiamo aggiungere ciò che appartiene alle nostre credenze personali: il paradiso, l'anima, la continuità dell'amore. Ma è fondamentale tenere separati i due piani: prima la chiarezza sui fatti, poi il significato spirituale che ognunə porta con sé. Se invece i due piani si mescolano sin dall'inizio, rischiamo di generare confusione.
Una cosa che ho imparato e che ripeto spesso: la chiarezza non aumenta l'ansia, la riduce. Il nostro cervello soffre molto di più quando si trova davanti a qualcosa di confuso o incomprensibile, che di fronte a una verità dolorosa ma chiara, a cui può dare un significato.
Come si spiega la morte a un bambino di 3-5 anni se vogliamo distinguere il corpo dall'anima?
Con i bambini di questa fascia d'età, il corpo è il punto di partenza: lo vedono, lo percepiscono nella concretezza, possono capire che smette di funzionare. Non è difficile da spiegare né da processare, perché è qualcosa che si può quasi toccare con mano.
La dimensione dell'anima è diversa: è più spirituale, più personale e dipende profondamente da ciò in cui crede la propria famiglia. Possiamo introdurla facendo una distinzione chiara tra i fatti e le credenze.
Si può dire: «Alcune persone credono che il corpo sia la casa dove vive qualcosa di più profondo, uno spirito, un nucleo di amore, che continua a esistere anche dopo». E se lo crediamo davvero, possiamo dirlo con convinzione. Ma è importante che il bambino capisca che quella è la nostra credenza, non un dato scientifico: aggiungerei sempre che altre famiglie e persone credono cose diverse e ognuno può credere ciò che desidera.
Per i bambini più piccoli, ci sono anche albi illustrati bellissimi che aprono questa dimensione con delicatezza. Uno che amo molto è Il viaggio della libellula coraggiosa: parte dalla natura, racconta di girini che diventano libellule e che, una volta trasformati, non possono più tornare indietro nello stagno a raccontarlo. È una metafora potente per dire che non sappiamo davvero cosa c'è dall'altra parte, ma possiamo immaginare qualcosa di bello, se ci piace credere che esista.
La paura più grande dei genitori è che parlare di morte ai bambini li spaventi: ci aiuti a fare chiarezza?
È una domanda che arriva quasi sempre e capisco perché: nessunə di noi vuole provocare dolore ai propri figli. Ma c'è una distinzione fondamentale che bisogna fare, da psicoterapeuta e da psicotraumatologa: paura e trauma non sono sinonimi.
Provare paura è un'emozione universale, fisiologica, primaria. Tutti noi la proviamo, anche gli adulti, anche di fronte alla morte. Parlare di morte non traumatizza i bambini: può attivare paure, sì, ma le paure si accompagnano, si attraversano insieme. Non si eliminano.
Anzi, le ricerche ci dicono il contrario di quello che temiamo: più si parla di morte con i bambini, meno tendono ad avere un'angoscia patologica rispetto a essa. Quello che spaventa davvero non è la verità, ma il vuoto di verità: il silenzio in cui un bambino intuisce che qualcosa è accaduto ma non sa come leggerlo.
I bambini sentono ancor prima di capire: avvertono l'aria che cambia in casa, gli sguardi che si abbassano, le voci che sussurrano. Se nessuno trova parole per spiegare ciò che percepiscono, quel vuoto si riempie di fantasie e le fantasie spesso sanno essere molto più spaventose della realtà.
Il nostro obiettivo non è crescere bambini che non abbiano paura della morte. Sarebbe impossibile e forse nemmeno auspicabile: una certa paura di morire è anche qualcosa che ci preserva la vita.
L'obiettivo è crescere bambini che possano confrontarsi con la paura senza sentirsi soli, perché spesso è la solitudine, più della morte stessa, a spaventare. Ed è proprio qui che noi adulti possiamo fare la differenza: non togliendo quella paura, ma rimanendo presenti mentre i nostri figli la affrontano.
Cosa fare quando un bambino sembra «ossessionato» dalla morte e fa continuamente domande?
Questa è una fase che viene attraversata da molte famiglie, soprattutto quando si inizia a parlare di questi temi apertamente. E spesso preoccupa, perché sembra che nostrǝ figliǝ non riesca a smettere di pensarci.
In realtà, la curiosità, anche quella che ci sembra «morbosa», è quasi sempre il modo di bambinǝ di costruire una mappa del mondo. Il cervello dei bambini cerca costantemente di fare ordine nella realtà e quando incontra un adulto che risponde con calma, si calma anch'esso. Quando invece incontra il silenzio, l'evitamento o l'ansia, continua a girare intorno al tema perché non riesce a trovare la forma che cercava.
Ma c'è anche un'altra lettura da tenere presente: a volte le domande sulla morte non sono davvero domande cognitive. Sono domande emotive. Un bambino che chiede a un genitore: «Anche tu morirai?», spesso non sta cercando una lezione di biologia: sta cercando rassicurazione, vicinanza, la conferma che non sarà lasciato solo. In questo caso, la risposta giusta non è fornire più dettagli, ma scendere al livello dell'emozione.
Quello che su La Tela chiamate La risposta minima e indispensabile, funziona molto bene: diamo la risposta più semplice possibile a ciò che viene chiesto, poi andiamo all'emozione. Se diamo troppe informazioni «tecniche» a un bambino piccolo, il suo cervello non riesce a integrarle e la catena di domande si allunga. Se invece rispondiamo con semplicità e poi chiediamo: «Hai paura di qualcosa?», o «Vuoi che stiamo un po' insieme?», spesso è esattamente quello di cui ha bisogno.
Il suicidio è un tabù nel tabù. Come ne possiamo parlare con i bambini?
La prima cosa da fare è capire cosa sanno già. Soprattutto se il suicidio è avvenuto vicino a casa o nella rete sociale allargata, è molto probabile che abbiano già sentito qualcosa dai coetanei, da Internet, dai commenti degli adulti. Partire da lì è più utile che partire da zero.
Poi, come sempre, si dice la verità con parole semplici: «Si è suicidata, che significa che ha scelto di togliersi la vita». Poi, soprattutto se il suicidio ci coinvolge personalmente (un familiare, una compagna… ), è utile specificare: «Alcune persone soffrono così tanto da non riuscire più a vedere altre possibilità. Non lo ha fatto perché non voleva bene a chi gli stava vicino: è una forma di malattia della mente, una sofferenza che non ha trovato la strada per chiedere aiuto in tempo».
Parlarne permette anche di non lasciare il bambino solo con un silenzio che può riempirsi di colpa e vergogna. Il suicidio in famiglia si porta spesso con uno stigma fortissimo e i bambini lo avvertono. Nominare quello stigma, dire esplicitamente «Non è una cosa di cui vergognarsi» ed eliminare qualsiasi senso di colpa («Tu non ne hai alcuna colpa»), è uno dei gesti più utili che possiamo fare.
E poi, lasciamo sempre la porta aperta ad altre domande: «Puoi chiedermi qualsiasi cosa, sono qui per te».
È una buona idea portare i bambini al cimitero?
Sì e spesso ci spaventa più di quanto sia necessario. I cimiteri italiani hanno una certa atmosfera che può farli sembrare luoghi da evitare, ma in molte altre culture del mondo sono parchi in cui le famiglie passeggiano, i bambini corrono e la presenza dei morti è qualcosa di naturale e integrato nella vita.
I bambini non hanno paura dei cimiteri di per sé: la paura è nostra e a volte la trasmettiamo senza volerlo. Portarli lì, soprattutto quando c'è una ragione concreta (visitare la tomba di un nonno, deporre un fiore, partecipare alla tumulazione di un'urna), li aiuta a rendere reale qualcosa di altrimenti astratto. Li aiuta a capire che il corpo ha un posto e che la morte non è solo una parola, ma qualcosa che ha una forma concreta nel mondo.
E spesso, da quelle visite, nascono le conversazioni più belle e più autentiche: i bambini guardano le lapidi, leggono le date, fanno domande. È una delle tante piccole occasioni che la vita ci offre per parlare di morte in modo naturale, senza doversi sedere a «fare il discorso».
Anche semplicemente entrare in un cimitero durante una visita in una città nuova può essere un'esperienza preziosa per tutta la famiglia e in tanti Paesi (soprattutto del nord Europa) ci sono anche bellissimi cimiteri di animali.
Elvira lascia alle famiglie un messaggio finale che vale la pena tenere con noi: dobbiamo temere molto di più il silenzio che il non sapere cosa dire.
Le frasi perfette non esistono: ciò di cui i bambini hanno davvero bisogno è la nostra presenza, la disponibilità a restare e ad accogliere le loro emozioni, mantenendo aperto uno spazio in cui le loro domande possano continuare ad arrivare.
E anche quando sbagliamo, quando magari diciamo qualcosa di impreciso o di incompleto, non abbiamo compromesso tutto. Le conversazioni importanti con i bambini non si esauriscono in un'unica occasione: possiamo sempre tornarci sopra, con nuove parole e una consapevolezza più profonda.