I bambini a 6 anni: sono su un ponte
Non ancora grandi, non più piccoli. Già grandi, ancora piccoli.
A 6 anni i bambini sono a cavallo tra il primo e il secondo piano dello sviluppo: già grandi, ma ancora piccoli.
È come se fossero soli su un ponte che li porta verso la pubertà: a volte procedono spediti verso l’altra sponda e ci sembrano così grandi; altre volte si guardano indietro, ci vedono più lontani e si ricordano che forse non hanno così voglia di essere grandi. E allora tornano un pochino verso di noi. In quel momento può darsi che esca un comportamento scomodo, da “bimbo piccolo”: non è una regressione, non è un capriccio, è un bisogno della nostra presenza, di tenerci ancora un po’ con sé, perché si rendono conto che si stanno allontanando velocemente. Accogliamoli.
Parliamone
Può essere anche al contrario? Che lei si veda piccolina e che corra verso la crescita ?
È possibile che a 6 anni una bimba che è sempre stata abituata ad essere coinvolta nelle decisioni e ad essere trattata da “adulta” prenda ad avere atteggiamenti “prepotenti”, a voler decidere tutto, a volte senza prendere in considerazione le esigenze o le proposte altrui, come se solo le sue avessero valore? È possibile che questo atteggiamento rifletta proprio quella “paura”, quell’ansia che deriva dal sentirsi sola su quel ponte, e il fatto di decidere tutto le dia l’impressione di avere le cose “sotto controllo”? O forse, chiedendole sempre di partecipare a scelte e decisioni l’abbiamo caricata di una responsabilità da adulta che forse non ha tutta questa voglia di avere? Forse vuole decidere tutto lei ed imporre le sue decisioni perché pensa che questo ci aspettiamo da lei, perché così fanno gli adulti? A volte, quando le propongo qualcosa mi rinfaccia: “mamma, non puoi decidere tutto tu!”, anche se le ho solo fatto una proposta senza imporre nulla… altre volte si arrabbia per il minimo rifiuto, non solo da parte mia ma anche delle sue amiche (basta che una bimba le dica di non voler fare il gioco che propone lei ma ne scelga un altro per mandarla su tutte le furie)… quando provo a parlarle con calma per capire le motivazioni del suo atteggiamento o mi dice di non volerne parlare e si mette a fare altro, oppure, a volte, piange dicendo che la sto sgridando… non so come farle capire che, anche se non condivido l’atteggiamento prepotente e non lo comprendo, vorrei essere accanto a lei su quel ponte e offrirle il mio aiuto…
Team La Tela
Tutto è possibile 🙂 Dipende molto da quale è stato il modello ricevuto che lei oggi copia (da chi ha sentito quella frase che ti dice, per esempio?) o quanti limiti le avete dato: a volte si cade nell'errore di pensare che dare più autonomia decisionale significhi lasciare che facciano «ciò che vogliono», ma non è così — non esiste libertà senza limiti (regole). Il rispetto delle persone che abbiamo intorno, e dei membri della famiglia, è un limite che piano piano dobbiamo trasmettere. Se hai il mio corso Educare a lungo termine, ti consiglio di leggere il modulo sui limiti. 💜 Poi ovviamente è anche questione di personalità. Un lavoro che se non fate già vi ronciglierei di iniziare a fare è insegnare (e modellare con il nostro esempio) a prendere in considerazione i bisogni e le preferenze altrui: non trattiamo gli altri come vorremmo essere trattati noi, ma capiamo che siamo tutti diversi e quindi li trattiamo in base a chi sono loro e a quello che fa piacere a loro. È un equilibrio sottile affinché si impari a trovare un compromesso tra i nostri bisogni e quelli degli altri. 🙂
Insegnante
Condivido, conosco tale passaggio per cultura universitaria ma poco per quella diretta sul campo, essendo educatrice nido, ma sto sperimentando le tue parole con mia figlia. Lei alterna momenti di spinta verso l' autonomia, che sosteniamo, e momenti in cui regredisce facendo cose che non ha mai fatto come portare le cose alla bocca. E come da te detto è una richiesta di attenzione che accogliamo spiegando che i gesti non vanno bene ma poi lasciandoci in momenti trascorsi insieme a giocare o coccolarsi!