Preferiti dei bambini

Dire «ti amo» ai figli NON è sbagliato

La norma che vuole «ti voglio bene» per i figli e «ti amo» per partner è un'abitudine culturale nata nella lingua della letteratura romantica italiana. Evolve con la lingua e non confonde i bambini.

Fondatrice de La Tela
29 maggio
3 risposte

Ci sono professionistə della psicologia, della psicoterapia e dell'educazione che sostengono che dire «ti amo» ai figli sia sbagliato. La posizione, riassunta, si articola in questi punti:

  • «Ti amo» in italiano appartiene al linguaggio della coppia, si dice a una persona che ti attrae fisicamente e con cui si ha un progetto di vita a due.
  • «Ti amo» detto a un figlio mischia i ruoli affettivi: chiama fuori il partner e confonde i bambini.
  • Dire «ti amo» ai bambini fa passare «ti voglio bene» come un sentimento di serie B, quando è il contrario: il bene non passa mai, l'amore sì.
  • Alcunə, poi, lo comparano al baciare i figli sulla bocca, perché mescolerebbe piani che non dovrebbero toccarsi.

Queste sono affermazioni che, se bazzichi nella conversazione sulla genitorialità, sentirai dire anche da professionistə che stimi: proprio per questo è possibile che ti entrino dentro e ti facciano sentire sbagliatə.

Qui su La Tela sappiamo che il disagio è un messaggero e che, se lo ascoltiamo, ci comunica sempre qualcosa: e spesso, sì, il messaggio è che stiamo davvero sbagliando e possiamo scegliere di guardarci dentro. Quello che a volte non ci ricordiamo è che di fronte al disagio (come a qualunque conversazione) dobbiamo sempre attivare la mente critica.

Immagina, per un momento, che una persona professionista che stimi ti dicesse questa frase:

«Devi dare sculacciate tuo figlio, solo così impara a comportarsi bene».

Sentiresti disagio. Ma quel disagio non ti sta dicendo che stai sbagliando a non picchiare tuo figlio; ti sta dicendo di attivare la tua mente critica e chiederti se l'autorità di turno sta abusando del suo potere.

Ecco perché oggi, con chi avrà voglia di accompagnarmi, vorrei fare chiarezza.


🕰️ Se hai poco tempo, ecco un estratto dei risultati di una ricerca approfondita sul tema:

  • Chi lavora in studio vede famiglie già in difficoltà; trarre da lì una norma universale è un errore metodologico.
  • Non esiste nessuno studio che dimostri che dire «ti amo» ai figli causi confusione, danni o problemi di sviluppo.
  • La distinzione tra «ti amo» e «ti voglio bene» è culturale e deriva dalla letteratura, non dalla psicologia.
  • La lingua italiana e la linguistica ci dicono che non è sbagliato dire «ti amo» ai figli. 
  • In inglese, francese, spagnolo, portoghese… esiste una sola parola per l'amore, usata sia con i partner che con i figli. Non confonde.
  • La teoria dell'attaccamento è la base scientifica più solida che abbiamo sui legami emotivi e non dice nulla sulle parole da usare: conta la presenza, la coerenza, la sicurezza emotiva che offriamo ai nostri figli.
  • Il vero problema non è la parola, ma cosa ci metti dentro: «ti amo» può dire «sono qui per te» o può dire «ho bisogno di te, non abbandonarmi mai». Ferenczi e Rosenberg ce lo dicono bene.
  • La lingua è in continua evoluzione e si modella su chi la usa. Se tanti genitori oggi dicono «ti amo» ai figli, presto diventerà tanto usuale quanto «ti voglio bene», senza creare alcuna confusione.
  • Non è la prima volta che autorità scientifiche ci dicono come dobbiamo amare i nostri figli e non è la prima volta che sbagliano. Watson ne è un esempio chiarissimo.
  • In questo dibattito, si sostiene che il fatto che la lingua italiana sia l'unica a distinguere tra «ti amo» e «ti voglio bene» sia un difetto della lingua. Ti invito, invece, a vederlo come un regalo: noi abbiamo due parole per l'amore. Non dobbiamo scegliere, possiamo usarle entrambe con figli, partner, famiglia… è una ricchezza.

Se invece hai più tempo, siediti con un caffè o una tisana: qui sotto trovi la ricerca completa.

NB. Trovate al fondo tutti i riferimenti bibliografici: grazie a chi ha contribuito con le sue ricerche a questo articolo.


Perché alcunə professionistə lo dicono

Chi sostiene che «ti amo» non si dica ai figli lo fa per due ragioni che hanno una loro logica interna.

La prima è una lettura psicodinamica del linguaggio. Questə professionistə vengono da una formazione in cui le parole non sono mai neutre: portano sempre un peso simbolico e una storia. In quella prospettiva, usare la parola dell'amore romantico con un figlio attiva inconsciamente un piano che non dovrebbe essere attivato. Non è una questione di confusione conscia del bambino, ma di quello che il genitore porta dentro quando usa quella parola.

La seconda è la preoccupazione per i confini relazionali. Moltə professionistə lavorano ogni giorno con famiglie in cui i confini sono sfumati: genitori che fanno dei figli i loro confidenti, che li usano per colmare vuoti e solitudine, che non riescono a separarsi, relazioni segnate dalla co-dipendenza. In quel contesto, certi segnali linguistici diventano spie: «ti amo», nel loro lavoro clinico, può essere diventato una di quelle.

Il problema è il salto: da «in certi contesti disfunzionali questa parola può essere una spia» a «nessun genitore dovrebbe dirla» c'è un abisso che nessun dato colma.

Inoltre, lo studio clinico non è un campione rappresentativo. Secondo il rapporto Eurispes 2024, circa 3 italiani su 10 vanno in terapia: significa che chi lavora in studio vede una popolazione selezionata, molto ridotta e già in difficoltà. Trarre conclusioni universali da quel campione è come dedurre che guidare sia pericoloso perché al pronto soccorso arrivano anche incidenti stradali.

Il bias da esposizione clinica è reale ed è umano, ma non giustifica una norma universale.


Il problema linguistico (che non è un problema)

Una delle motivazioni di chi sostiene che non si dice «ti amo» ai figli parla del piano semantico: «ti amo», in italiano, avrebbe un significato romantico, sentimentale ed erotico e usarlo con un figlio sarebbe un abuso del termine, una contaminazione affettiva.

È un'obiezione linguisticamente fragile.

La distinzione tra «ti amo» e «ti voglio bene» esiste ed è reale storicamente e letterariamente, ma le radici passionali della parola latina amare affondano nel Dolce Stilnovo, in Dante e in Petrarca.

È la letteratura medievale che ha fatto quel lavoro; non la psicologia.

Nonostante questo…

«Ti amo» ai figli esiste anche in letteratura

Bartolomeo Gottifreddi nel Cinquecento scrisse «Ti amo da figliola»* (ovvero come si ama una figlia); in un testo della tradizione cristiana, Abramo dice al figlio Isacco «Io ti amo, figlio mio, ma amo di più Dio»*; Verga ne I carbonari della montagna (1861) scrisse «Ricordati che io non ho una figlia, e che ti amo come se tu lo fossi»*. 

Insomma, la lingua italiana ci dice che non è sbagliato dire «ti amo» ai figli».

Che cosa ci dice la linguistica?

Ferdinand de Saussure, uno dei fondatori della linguistica moderna, ci ha insegnato che il rapporto tra significante e significato è arbitrario: è la comunità parlante a stabilirlo, non il vocabolario. Le parole non nascono con un significato inciso nella pietra, ma 1. lo acquisiscono attraverso l'uso sociale e 2. cambiano nel tempo (Saussure, Cours de linguistique générale, 1916*).

Ludwig Wittgenstein andava oltre: «Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio» (Philosophical Investigations, 1953*). Non esiste un «ti amo» astratto: esiste quello detto da una madre mentre stringe il figlio dopo un incubo o quello che sussurra prima di spegnere la luce.

Umberto Eco aggiungeva che il segno funziona per interpretazione, non per definizione (Semiotica e filosofia del linguaggio, 1984*). Un bambino che sente «ti amo» dalla propria madre non attiva la catena semantica dell'amore romantico. Attiva qualcosa di molto più antico: sono visto, sono al sicuro.

Insomma, la linguistica ci dice che non è sbagliato dire «ti amo» ai figli».

Amare sul dizionario

Trovo interessante fare un accenno al fatto che in molti dizionari che ho consultato (Zingarelli, De Mauro, Olivetti) il primo significato di amare è «sentire e dimostrare un profondo affetto per qualcuno» e nei primi esempi: «Amare i genitori, i figli, i fratelli, gli amici»; in alcuni, amare nel senso di «sentire e dimostrare una profonda attrazione affettiva e sessuale verso qualcuno» compare solo come terzo significato (al secondo posto troviamo l'amore spirituale «provare un profondo sentimento spirituale verso qualcuno o qualcosa. «Amare Dio; amare il prossimo»).

Insomma, anche il dizionario ci dice che non è sbagliato dire «ti amo» ai figli.

Le lingue evolvono con chi le usa

Le parole non sono fossili: si spostano, si allargano, si riempiono di significati nuovi. È quello che fanno le lingue vive.

Se le madri italiane usano sempre di più «ti amo» con i loro figli (e lo fanno) la comunità parlante sta già decidendo; il significato si sta già spostando. Per esempio, a te potrebbe non piacere usare parole inglesi in italiano, ma se sempre più persone le usano, molto probabilmente entreranno a far parte della lingua parlata più comune (e corretta); oppure magari a te potrebbe non piacere la schwa (ə) ma se sempre più persone la usano, molto probabilmente entrerà a far parte della lingua scritta più comune (e corretta).  

È esattamente così che funziona una lingua attiva: è la società intera a decidere come evolve.

Il confronto con le altre lingue

Vale anche la pena fermarsi brevemente sul fatto che questa distinzione non esiste in tantissime altre lingue.

In inglese si dice I love you.
In francese, je t'aime.
In spagnolo, te amo o te quiero.
In portoghese, eu te amo.

In queste lingue, usate da centinaia di milioni di persone, non esiste una parola diversa per l'amore romantico e per quello genitoriale. Eppure i bambini inglesi, francesi, spagnoli, portoghesi non soffrono di confusione di ruoli né scambiano la madre per una partner né hanno difficoltà a distinguere il tipo di relazione.


I bambini non confondono

L'idea che i bambini non sappiano distinguere i tipi di relazione, che sentire «ti amo» dalla mamma possa creare confusione con l'amore romantico è svalutante: ancora una volta, si sottovaluta il potenziale dell'infanzia.

I bambini non sono ingenui sul piano relazionale: già a due, tre anni sanno che la mamma è la mamma, che il papà è il papà, che il fratellino è il fratellino, che la maestra è la maestra. Costruiscono mappe relazionali sofisticate guardando i comportamenti, la struttura delle relazioni e la qualità delle interazioni quotidiane.

L'argomento che «ti amo» ai figli «chiama fuori il partner» o «confonde i ruoli» presuppone un bambino che processa il linguaggio come un dizionario ambulante. Ma i bambini non funzionano così: funzionano come esseri relazionali che interpretano il contesto e il contesto, nella maggior parte delle famiglie che dicono «ti amo» ai figli, è chiaro.

Insomma, il cervello riconosce l'intenzione: la distinzione tra genitore e partner si costruisce con i comportamenti, con la struttura relazionale e con la qualità dei confini – non (solo) con le parole.

Il bacio sulla bocca

Ho notato un argomento satellite che compare spesso in questo dibattito: il paragone con il baciare i figli sulla bocca. Non gli darò respiro qui perché sono due conversazioni diverse e non trovo valido mischiarle (una riguarda le parole, l'altra il corpo), ma penso che sia importante chiarire una cosa: questa è una conversazione sull'educazione al consenso, non sulla validità di baciare i figli sulle labbra.

Dare un bacio sulla bocca ai figli non è un problema in sé.

È un'abitudine che, dal punto di vista igienico, certamente favorisce la trasmissione di batteri e virus che vivono nel cavo orale ed è potenzialmente rischiosa soprattutto in presenza del virus dell'herpes, che secondo i dati dell'OMS riguarda circa il 67% della popolazione mondiale sotto i 50 anni.

Ma diventa un problema nella relazione solo se non rispettiamo la volontà dei bambini: questo vale per ogni forma di contatto fisico, non solo per il bacio sulla bocca.

Se educhiamo al consenso e insegniamo ai nostri figli che il loro corpo è loro, che hanno il diritto di dire no anche a noi e che nessun gesto affettivo è dovuto, allora il bacio sulla bocca si regola da solo nel modo più naturale possibile: sono i bambini stessi, crescendo, a smettere di cercarlo e volerlo. E ce lo dicono chiaramente: girano la testa, preferiscono la guancia, si puliscono, si sottraggono quando provi a baciarli sulle labbra.

Quel momento è un segnale e un genitore che lo riconosce e lo rispetta non ha nessun problema da risolvere. Il punto non è il gesto: è se il bambino sa che può scegliere.

E se crescendo continua a sceglierlo – se un figlio adulto e un genitore si baciano ancora sulle labbra perché è la loro lingua affettiva e lo vogliono entrambi – non è un campanello d'allarme: è semplicemente il loro modo di mostrarsi affetto.


Cosa dice la scienza

La scienza c'è.

La teoria dell'attaccamento, sviluppata da John Bowlby a partire dagli anni '50 e poi ampliata da Mary Ainsworth con i suoi studi osservativi (Patterns of Attachment, 1978), è la base scientifica più solida che abbiamo per capire come i bambini formano legami emotivi sicuri.

Quello che la ricerca dice con molta chiarezza è che l'attaccamento sicuro si costruisce sulla qualità e la consistenza della risposta emotiva del caregiver. Ainsworth ha definito la maternal sensitivity (sensibilità materna) come la capacità di percepire, interpretare accuratamente e rispondere prontamente ai segnali del bambino (Ainsworth et al., 1978). È questa sensibilità responsiva, non la parola specifica usata, a costruire la sicurezza del bambino.

In tutto questo, la parola con cui esprimi l'amore non compare da nessuna parte. Non c'è uno studio sull'attaccamento che dica: usa «ti voglio bene» ma non «ti amo». Perché ciò che conta non sono le parole, ma il tono, la presenza, la coerenza nel tempo, il calore: un bambino di tre anni non sa che amare viene da un latino più passionale di volere bene – sente solo il calore con cui lo dici.

E la logica non cambia con la crescita.

C'è un'idea implicita in questa posizione: che più il figlio cresce, meno quella parola sia appropriata. Come se a un certo punto diventasse automaticamente eccessiva, o peggio, sintomo di qualcosa che non va. Ma ci sono famiglie in cui genitori e figli adulti si dicono «ti amo» da sempre, perché in quella famiglia è la parola del loro amore. Non è disfunzionale, non è confusione di ruoli: è una lingua affettiva costruita nel tempo, che appartiene a loro.

Forse nella tua famiglia «ti amo» non si è mai usato. Forse nella famiglia del tuo vicino sì e continua a essere usato anche tra adulti. Nessuno dei due è sbagliato: sono lingue affettive diverse, costruite nel tempo da relazioni uniche tra loro.


La confusione delle lingue

Nei miei studi montessoriani lessi e apprezzai il lavoro di Sándor Ferenczi, uno dei più originali pensatori della psicoanalisi, che nel 1932 scrisse il saggio «Confusione delle lingue tra adulti e bambini. Il linguaggio della tenerezza e della passione» (presentato al XII Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Wiesbaden, pubblicato nel 1933).

La sua idea era questa: il bambino vive l'amore nel linguaggio della tenerezza. Cerca coccole, protezione, vicinanza, sicurezza.

A volte, però, l'adulto, senza rendersene conto, porta dentro quella relazione altri bisogni: la propria solitudine, la fame d'amore, il bisogno di sentirsi indispensabile, la paura di essere lasciato.

Ma Ferenczi non stava parlando di parole; stava parlando di dinamiche relazionali disfunzionali in cui i bisogni dell'adulto si sovrappongono e si confondono con quelli del bambino (fino ai casi estremi di abuso).

La «confusione delle lingue» è una metafora per il disallineamento tra il mondo emotivo del bambino (tenerezza) e quello disturbato dell'adulto (passione, bisogno, controllo).

Ma quella confusione non dipende da quali parole usi; dipende da cosa ci metti dentro alle parole che usi.

Ne ha parlato più recentemente anche Marshall Rosenberg: il linguaggio non è neutro, ma il suo potere sta nell'intenzione con cui lo usiamo, non nella parola in sé (Le parole sono finestre – oppure muri, 1999). In questo contesto, «ti amo» detto con presenza e autenticità apre una finestra; detto per colmare un bisogno dell'adulto costruisce un muro.

Un conto è dire a tuo figlio «ti amo» per dirgli sono felice che tu esista, sono qui per te, puoi contare su di me.

Un altro è fargli sentire la responsabilità di quell'amore: non posso vivere senza di te, solo tu mi capisci, non voglio che tu cresca (perché non puoi restare piccolo per sempre?), non andare ancora via di casa, ho bisogno di te per stare bene.

Nel primo caso il bambino si sente amato; nel secondo si sente responsabile. E questo succede anche se gli dici «ti voglio bene» invece di «ti amo».

È questa responsabilità il problema che Ferenczi e Rosenberg avevano in mente (ed è anche la ragione per cui su La Tela lavoriamo così tanto sulla nostra maturità emotiva di genitori): i figli non si confondono per le parole; si confondono quando dentro l'amore trovano un compito che non spetta a loro.


Quando le autorità sbagliano: Watson e il dovere di fare domande

Non è la prima volta che autorità scientifiche ci dicono come dobbiamo amare i nostri figli. E non è la prima volta che autorità scientifiche sbagliano.

Nel 1928, John B. Watson (fondatore del comportamentismo, uno degli psicologi più influenti del suo tempo, già presidente della American Psychological Association a soli 38 anni) pubblicò Psychological Care of Infant and Child.

Fu un bestseller e vendette centinaia di migliaia di copie (se hai letto il mio libro «Cosa sarò da grande» sì, è lo stesso Watson).

Il suo consiglio principale era questo: non prendete in braccio i bambini, non viziateli con troppo affetto fisico, mantenetevi emotivamente distanti. Metteva in guardia contro i pericoli del «troppo amore materno», era convinto che le emozioni fossero condizionamenti e che il contatto fisico eccessivo compromettesse l'autonomia del bambino.

Oggi sappiamo che è esattamente il contrario – e lo è sempre stato.

Sappiamo che il contatto fisico precoce è fondamentale per lo sviluppo neurologico ed emotivo (Bowlby, 1969). Sappiamo che rispondere al pianto di un neonato non lo vizia, lo regola e gli insegna a regolarsi. Sappiamo che un bambino tenuto in braccio, consolato, accolto, ascoltato costruisce le fondamenta di un attaccamento sicuro che lo accompagnerà per tutta la vita, anche nel sue relazioni adulte (romantiche e non).

Watson stesso, nella vecchiaia, pare avesse rimpianti profondi sul suo approccio alla genitorialità e bruciò gran parte dei suoi scritti inediti prima di morire.

Questo non significa non ascoltare le autorità; significa continuare a fare domande. Significa che quando un'autorità (qualunque autorità, anche quella che stimi) ti dice che una certa espressione d'amore verso tuo figlio è sbagliata, tu hai il diritto (e il dovere) di chiederti:

Su cosa si basa?
Chi lo ha dimostrato?
Dove sono i dati?
*Io* lo sento giusto o sbagliato per la mia famiglia?

E su Instagram, oggi hai anche il diritto (e il dovere) di chiederti:

Qual è il vero obiettivo di questo video?
Che cosa vuole promuovere? Un nuovo libro? Un'affiliazione a un/a mentore?
Perché hanno scelto questo spezzone di un'intervista lunga?
Quanto in questo messaggio ricerca la polarizzazione?
Come comunica la persona che lo dice? Ride? Sminuisce?

Come mi fa sentire la sua comunicazione? Sbagliato o accompagnato?

Questa persona ammette quando sbaglia? 

Questo è attivare la mente critica, che è rispetto per la conoscenza.


Un appunto per chi lavora con i genitori

C'è un ultimo punto che non voglio sorvolare, perché mi sta molto a cuore.

Un/a professionista dell'educazione e della psicologia non dovrebbe mai fare sentire sbagliati i genitori. Non è né etico, non è giusto e non è efficace.

E qui faccio un'ammissione di colpa.

Io sono la prima a contestare i comportamenti che ritengo «sbagliati» dei genitori, quelli che fanno male ai bambini e alla relazione: i ricatti emotivi, le sculacciate, la privazione dell'amore come punizione, l'umiliazione, la costante critica, l'assenza emotiva.

Ma oggi so, e l'ho imparato anche sbagliando, che  anche di fronte a questi comportamenti, non è mio diritto far sentire i genitori sbagliati o cattivi – e soprattutto non è mai l'approccio più efficace per piantare un semino.

Ciò di cui i genitori hanno bisogno non è qualcuno (qualcun altro!) che li corregga, li giudichi e li faccia sentire sbagliati; è qualcuno che veda la loro disperazione e la loro solitudine, che li incontri dove si trovano nel viaggio della genitorialità, che li aiuti (anche solo) a considerare di provare nuove lenti attraverso cui vedono una situazione  e che li accompagni a trovare alternative per i comportamenti che desiderano cambiare.

Questo vale per ogni professionista, ma soprattutto per chi ha molto potere, perché da un grande potere derivano grandi responsabilità.

Le autorità (di qualsiasi settore) non dovrebbero esserne immuni: quando lo sono, è un campanello d'allarme.  


Entrambe le parole hanno valore

Detto tutto questo, voglio chiudere con un messaggio che sento molto vero: non si tratta di scegliere.

«Ti voglio bene» non è una frase di serie B. È bellissima e avvolgente. Dà un messaggio che vale tantissimo: voglio il tuo bene. Lo senti?

Nemmeno «Ti amo» è una frase di serie B. È bellissima e avvolgente. Dà un messaggio che vale tantissimo: quello che provo per te è amore. Tu ti senti amato?

Non devi scegliere tra le due: entrambe sono valide, entrambe sono vere, entrambe possono vivere nella stessa relazione senza creare confusione.

E allora la verità è che la lingua italiana ci fa un regalo che poche altre lingue fanno: ci dà due parole, non solo una, con cui esprimere amore ai nostri figli. Usarle entrambe non è sbagliato. È una ricchezza.


Bibliografia

Questa è la bibliografia che ho usato per la ricerca, i testi che non conoscevo (marcati da *) li ho verificati con IA; gli altri sono parte attiva dei miei studi e del mio lavoro.

  • Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Lawrence Erlbaum Associates.
  • Bowlby, J. (1969/1989). Attaccamento e perdita, Vol. 1: L'attaccamento alla madre. Bollati Boringhieri.
  • Ferenczi, S. (1932/1933). Confusione delle lingue tra adulti e bambini. Il linguaggio della tenerezza e della passione.
  • Main, M., & Solomon, J. (1990). Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M. T. Greenberg, D. Cicchetti, & E. M. Cummings (Eds.), Attachment in the Preschool Years. University of Chicago Press. (Non disponibile in italiano.)
  • Rosenberg, M. B. (1999). Le parole sono finestre (oppure muri). Esserci Edizioni.
  • Watson, J. B. (1928). Psychological Care of Infant and Child. W.W. Norton.
  • Articolo su La Linguistica per Tutti di Andrea Morgillo per gli esempi trovati in letteratura di genitori che dicono «ti amo» ai figli;
  • Carosello di Consulente Pedagogico per la ricerca linguistica.

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Claudia    Oggi

Anche io la penso come Caterina. Andreoli ha poi chiarito questa frase, anche da Catteland, dicendo che 1+1 in questi casi non fa per forza 2., ha citato svariati psichiatri, anche italiani come Pellai e Recalcati. Detto tutto questo secondo me il bacio sulla bocca è più "sbagliato" (la bocca è una zona erogena), soprattutto dopo i 6/7 anni. 

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Caterina    Oggi

Grazie Carlotta per questo articolo molto dettagliato sull'argomento. L'ho letto con molto interesse e attenzione nonostante io non sia d'accordo sul fatto che sia in contrapposizione con quanto detto dalla professionista in questione : molti tuoi approfondimenti sono quelli che lei stessa ha fatto al di fuori del famoso reel che è stato ritagliato da un'intervista molto più ampia, tagliato da chi l'ha pubblicato in questo modo proprio per creare dibattito e scalpore. Come dici anche tu, le parole hanno un significato che viene anche modificato nel tempo, ma in questo momento storico e sociale mi sembra abbastanza chiaro che l'uso del "ti amo" proprio in questa forma, diretto a una persona (non quindi l'idea di amare in generale che è ovvio che i figli si amino) non sia destinato ai figli ma alla coppia. E sebbene in altre lingue non ci sia questa distinzione da noi c'è, ed è bene darle valore, infatti anche nei film o prodotti che vengono doppiati/tradotti non trovi mai "i love you" tradotto con "ti amo" tra genitori e figli. Penso che l'importante sia sapere perché si fa quel che si sta facendo, ovvero pensare alle proprie motivazioni sul perché si usano certe parole (o certi metodi educativi) e continuare a mettersi in discussione, non nel senso di andare in crisi ad ogni dubbio, ma di tenere la mente aperta al cambiamento e al miglioramento per cercare di essere la migliore versione di noi stessi per i nostri figli. 

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