Preferiti dei bambini

La scuola fa schifo?

Una conversazione con Vittoria Debernardis sul suo libro «Perché i bambini e le bambine dicono: "La scuola fa schifo!"».

Fondatrice de La Tela
29 maggio
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Quando Vittoria Debernardis mi ha mandato il suo libro, l’ho divorato in due giorni, ritrovandomi a sottolineare frasi quasi a ogni pagina. Raramente mi era capitato di incontrare questi temi (a me molto cari) raccontati con una chiarezza, una precisione e una delicatezza così profonde.

Il libro si intitola Perché i bambini e le bambine dicono: «La scuola fa schifo!» e già dal titolo si capisce molto del suo approccio: partire dalla voce dei bambini, non dalle teorie degli adulti.

Vittoria lavora nell'educazione da quando aveva quindici anni. Ha vissuto la scuola ricoprendo diversi ruoli: educatrice, insegnante, coordinatrice. A un certo punto però ha capito che non riusciva più a stare dentro la scuola tradizionale restando fedele a sé stessa, e ha preso la decisione difficile di uscirne.

Dopo questa scelta ha studiato, ha fatto ricerca, ha incontrato tante realtà educative e ha deciso di raccogliere tutto in questo libro. Oggi accompagna famiglie e insegnanti che vogliono percorrere strade diverse.

Questa conversazione nasce da un book club su La Tela in cui ho avuto l'onore di presentare il libro di Vittoria e parlare con lei di scuola, ascolto, relazioni, traumi scolastici e possibilità di cambiamento. Vi lasciamo qui alcuni dei passaggi più significativi.

Come è nata l'idea di scrivere questo libro?

L'idea è nata tante volte, in momenti diversi, negli anni in cui ero dentro la scuola ogni giorno.

Ma c’è un episodio che più di tutti mi è rimasto dentro: un giorno, nel periodo post-pandemia, stavo accompagnando in bagno una classe di seconda elementare. Avevo appena chiesto per l’ennesima volta a un bambino di non correre nel corridoio: lui si è fermato, mi ha guardata negli occhi e mi ha detto, con una rabbia e una stanchezza enormi: «Basta, non ce la faccio più, ci sono troppe regole. Adesso mi uccido».

In quel momento non ho pensato «Sta esagerando» e ho sentito tutta la fatica che c’era dentro quelle parole, perché in fondo la sentivo anch’io. Anche per me molte di quelle regole erano diventate soffocanti e mi rendevo conto di passare gran parte del mio tempo a farle rispettare, chiedere ai bambini di adattarsi continuamente e contenerli.

Chiaramente quel bambino non stava dicendo una frase da prendere alla lettera: stava cercando, con gli strumenti emotivi che aveva, di comunicare un limite raggiunto, un disagio reale, il bisogno urgente che qualcuno si fermasse ad ascoltarlo davvero. In fondo anche noi adulti facciamo qualcosa di molto simile: non diciamo La scuola fa schifo, ma magari diciamo Non ce la faccio più in questa relazione. Spesso non perché sia letteralmente vero, ma perché abbiamo bisogno che qualcuno si fermi e ci ascolti davvero. I bambini lo fanno con la stessa urgenza degli adulti, ma vengono molto più spesso liquidati come esagerati o troppo sensibili. E quella differenza di trattamento la sento ancora, ogni volta che ci penso.

C’è stato poi un altro momento che mi ha segnata molto, in un periodo in cui coordinavo i servizi integrativi in alcune scuole. Quasi contemporaneamente, mi sono trovata ad affrontare la stessa situazione in due istituti diversi: durante il doposcuola era diventato un problema perfino lasciare ai bambini una semplice palla di spugna con cui giocare in cortile. Parliamo di bambini che erano già a scuola da otto ore e che, nei pomeriggi di aprile, avevano solo bisogno di muoversi, stare all’aria aperta e giocare un po’. Eppure, nei confronti che ho avuto con le figure responsabili, i bisogni concreti di quei bambini sembravano passare in secondo piano. Non lo dico come critica alle singole persone, ma a un sistema che troppo spesso continua a mettere al centro il controllo e l’ordine prima del benessere dei bambini.


Perché nel libro dici che spesso trattiamo il disagio scolastico come se fosse un problema episodico, mentre invece è strutturale? Spiegaci da dove viene la scuola che conosciamo.

Se parliamo di scuola moderna in Italia, possiamo farla risalire all'Unità d'Italia, perché con l'unificazione politica è arrivata anche l'unificazione del sistema scolastico. L'obiettivo principale era uno solo: creare un senso di identità nazionale. L'Italia era frammentata, mancava una coscienza collettiva e la scuola doveva costruirla. Per questo i programmi scolastici dell’epoca erano fortemente improntati al rispetto delle regole, dell’autorità e dell’ordine. Il pensiero critico non era considerato una priorità, anzi: spesso veniva visto come qualcosa di potenzialmente destabilizzante.

Anni dopo, il ministro Baccelli disse apertamente che l’obiettivo era istruire il popolo quanto basta ed educarlo più che si può. Dentro questa frase c’è moltissimo della scuola che abbiamo ereditato: una scuola pensata per insegnare a leggere, scrivere, fare di conto, ma anche ad adattarsi e obbedire. Un sistema nato per formare cittadini disciplinati e rispettosi dell’autorità (senza metterla in discussione).

Anche la femminilizzazione del ruolo dell'insegnante ha radici in quel periodo storico: la legge permetteva alle ragazze di insegnare prima dei ragazzi e le donne, avendo molte meno possibilità lavorative e stipendi più bassi, accettavano più facilmente quel ruolo. Si parlava di «vocazione alla cura», ma dietro c’era soprattutto una questione di convenienza economica e sociale. E questa storia è molto più vicina di quanto sembri: fino al 1983, nella scuola dell’infanzia potevano insegnare per legge solo le donne. Non stiamo parlando di un passato lontano.

Quello che voglio che le famiglie portino via da questa parte del libro è uno sguardo diverso: il problema che state vivendo (il voto sbagliato, l'insegnante rigidǝ, il sistema di punizioni) non è colpa vostra, non è colpa di vostro figlio, non è colpa dell'insegnante. È strutturale. E questa consapevolezza dovrebbe aiutarci a cercare meno colpevoli e a sentirci, finalmente, dalla stessa parte.


Nel tuo libro c'è un elenco di materie che la scuola non insegna e che invece sono essenziali: educazione emotiva, denaro, relazioni, sessualità, pensiero critico, comunicazione, psicologia. Perché la scuola non ne tiene conto?

Il motivo è legato alla stessa radice storica che abbiamo appena raccontato: la scuola, per come è stata costruita, non nasce con l’obiettivo di formare persone autonome, consapevoli e capaci di mettere in discussione il sistema stesso. E questo si riflette ancora oggi nelle materie che vengono considerate «centrali» e in quelle che invece restano ai margini.

Avere studenti che si chiedono perché esistono i voti, che riflettano criticamente sulle regole, che sappiano leggere le dinamiche relazionali o riconoscere un abuso di potere è più complesso da gestire rispetto ad avere studenti che imparano soprattutto ad adattarsi.

Questo vale anche per temi come il denaro. L’educazione finanziaria influisce direttamente sulla qualità della vita, eppure a scuola resta quasi assente oppure viene affrontata in modo astratto e lontano dalla realtà quotidiana dei ragazzi. E intorno al denaro continuiamo ad avere un’enorme carica di vergogna e di silenzio, come se capire come funziona fosse qualcosa di poco nobile, invece che uno strumento di autonomia.

Lo stesso discorso vale per l’educazione sessuale: in Italia, dal 1975 a oggi, sono state presentate sedici proposte di legge senza mai arrivare a un inserimento strutturale nel curriculum scolastico. In altri paesi europei, invece, è parte integrante del percorso educativo già dalla scuola dell'infanzia. Gli strumenti esistono, i modelli anche. Ma purtroppo spesso manca la volontà di considerarli davvero prioritari.

Quale materia introdurresti subito, se potessi sceglierne solo una?

Comunicazione e relazioni. Passiamo la vita intera in relazione con qualcuno: figli, amici, partner, colleghi, insegnanti, e perfino con noi stessi. Eppure quasi nessuno ci insegna concretamente come comunicare, come esprimere un pensiero davanti agli altri, come gestire il conflitto o l’emozione che nasce nell’essere osservati.

È paradossale chiedere a un bambino di esporsi davanti alla classe senza avergli mai insegnato davvero cosa significhi parlare in pubblico e usare la voce. Sono competenze che si potrebbero allenare attraverso giochi, simulazioni, esperienze vive, molto prima delle interrogazioni. E quando questi momenti non vengono accompagnati, la scuola rischia di diventare il luogo in cui nascono paure che da adulti a volte ci portiamo dietro: l’ansia di parlare in pubblico, la paura di sbagliare davanti agli altri, il sentirsi giudicati ogni volta che si prende la parola.

Le neuroscienze lo mostrano con chiarezza: quando il corpo produce cortisolo, l’ormone dello stress, il cervello entra in uno stato che rende molto più difficile apprendere. Eppure la scuola, che dovrebbe essere il luogo dell’apprendimento, è spesso anche il luogo in cui molti bambini sperimentano livelli costanti di tensione e allerta.

Un bambino che ha paura della propria figura educativa non è nelle condizioni di esplorare, sbagliare, fare domande, apprendere con serenità, perché il suo cervello sta cercando soprattutto di adattarsi e di sentirsi al sicuro. E quando questa esperienza si ripete ogni giorno (soprattutto in contesti in cui magari non sono presenti altri adulti capaci di offrirgli uno sguardo diverso e accogliente), spesso non resta confinata dentro l’aula, ma rischia di diventare parte del modo in cui quel bambino percepisce sé stesso e il rapporto con gli altri.


Cosa possono fare concretamente le famiglie, soprattutto quando non possono scegliere un'alternativa al sistema scolastico tradizionale ?

Il primo passo è la consapevolezza: provare a riconoscere qual è stata la nostra storia scolastica e quali corde si attivano in noi quando nostro figlio torna a casa con un brutto voto o ci racconta un episodio di umiliazione.

La nostra reazione non nasce solo da ciò che sta accadendo a lui in quel momento, ma anche da ciò che abbiamo vissuto noi allora. Questo è un punto centrale: non si può accompagnare qualcuno in un’esperienza emotiva che non si è disposti a guardare anche dentro di sé, almeno in parte.

Poi c’è il livello più quotidiano dell’accompagnamento. Quando un figlio porta a casa un disagio legato alla scuola, il primo movimento utile non è trovare subito una soluzione, ma fermarsi nell’ascolto. Risposte come Passerà, Non è niente, Vedrai che andrà meglio, non raggiungono davvero il bisogno del bambino, che in quel momento non sta chiedendo di essere rassicurato in astratto, ma di essere compreso.

Alcuni copioni utili in questi contesti potrebbero essere: Come ti sei sentitǝ? / Vuoi raccontarmi cosa è successo? / C’è qualcosa che pensi ti aiuterebbe?. L’obiettivo è trasmettere in modo costante che il valore del bambino non coincide con ciò che produce, che l’errore non è una deviazione ma parte del processo e che la relazione con l’adulto non cambia in base al rendimento scolastico.

Questo può accadere senza trasformare la scuola in un nemico e senza delegittimare gli insegnanti. Anche il modo in cui si entra in dialogo con loro può fare la differenza: una comunicazione rispettosa, non accusatoria, che riconosce la complessità del loro lavoro, può aprire spazi di collaborazione inattesi.

Nelle scuole ci sono molti insegnanti che investono energie enormi e che sperimentano pratiche diverse, spesso in silenzio e senza grande visibilità: provare a intercettare uno di questi adulti e a costruire con lui o lei un’alleanza, anche piccola, può portare a un cambiamento concreto nell’esperienza scolastica dei bambini.


Quando nostrǝ figliǝ ci racconta una fatica legata a insegnanti, quanto è importante credere al suo racconto, anche quando ci mette in crisi o non siamo certǝ ci abbia detto la verità?

Generalmente, noi non siamo abituati a mettere in discussione l’autorità: siamo cresciuti in un sistema in cui l’adulto aveva ragione per definizione. Ma credere ai nostri figli è uno dei gesti di cura più importanti che possiamo fare.

Se a casa non diamo credito alle loro parole, ricevono da noi l’idea che ciò che sentono e raccontano non abbia valore, o che magari siano loro a sbagliare. E questo, in una fase della vita in cui non hanno ancora gli strumenti per proteggersi da quella conclusione, può avere un peso enorme sulla percezione di sé.

Tra l'altro, i bambini raramente inventano dal nulla ciò che li riguarda in modo diretto. A volte amplificano, a volte rielaborano, ma c’è quasi sempre un nucleo di verità che merita di essere ascoltato senza essere subito corretto o ridimensionato. E quello che vedo accadere spesso è questo: nel momento in cui un bambino percepisce che il genitore non lo giudica, che resta dalla sua parte senza minimizzare, la bugia – se c'è – viene fuori da sola, perché non c'è più bisogno di proteggersi.


Hai detto che hai iniziato a scrivere questo libro dalla frustrazione e l'hai finito con speranza rinnovata. Come è successo?

Non me lo aspettavo nemmeno io. Ho iniziato questo lavoro con l’idea di trovare soprattutto una lista di cose che non funzionano, e in effetti quelle non mancano. Ma mentre andavo avanti, ho iniziato a vedere anche altro.

Ho incontrato realtà educative già profondamente diverse, costruite da persone che avevano scelto consapevolmente strade meno comode e più incerte, perché sentivano che c’era la possibilità di qualcosa di più per i bambini.

E poi ho trovato tanti insegnanti che lavorano nella scuola tradizionale e che, spesso in silenzio e senza riconoscimento, nel loro tempo libero studiano, si formano, sperimentano metodi diversi e provano a costruire percorsi più attenti ai bisogni dei loro alunni. A loro va una stima profonda, perché serve una forma particolare di coraggio per fare questo dentro un sistema che non sempre lo facilita.


Qui si inserisce il messaggio finale che Vittoria lascia alle famiglie nel suo libro: non siete solə.

Sempre più persone stanno iniziando a guardare la scuola con occhi diversi. E, nella maggior parte dei casi, esiste una possibilità concreta di cambiamento, una chiave che molto spesso passa da un gesto semplice e radicale allo stesso tempo: l’ascolto.

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