Non è "solo" il colore della pelle!

Un giorno, a Parigi, ho scritto ad Alex un messaggio, "Sono ancora al parco. Sto parlando in francese da un’ora con un adorabile nonno nero", poi ho cancellato "nero” e l'ho inviato. La parola "nero" non avrebbe creato alcun pregiudizio in questo caso, ma… perché era importante? Era un nonno adorabile. Punto.

Un altro giorno, sempre a Parigi, abbiamo preso l'uscita sbagliata della metro e siamo finiti in un quartiere afro-americano. Eravamo gli unici diversi e mi sono sentita intimidita. Questo mi ha aperto due riflessioni: 1. Nonostante io pensi di no, c'è del pregiudizio in me (mi sentirei intimidita se avessero avuto tutti la pelle del mio colore?) e devo lavorarci; Chissà se una persona con la pelle scura si sente così quando cammina in mezzo a persone con la pelle del mio colore. Non sono in grado di dare risposte, ma ho iniziato a studiare.

Per ora so che non voglio parlare del colore della pelle come una differenza tra le persone, perché porta troppo bagaglio. Per me non è solo il colore della pelle. Sono etichette mentali che mettiamo nel cervello dei nostri figli in un momento in cui stanno costruendo la loro comprensione del mondo. Sono etichette che creano una separazione: voglio prestare attenzione ai dialoghi che inizio nella mente dei miei figli. 

Qualcuno mi ha detto che non va bene *non* far notare il colore della pelle ai bambini, che non parlare di razza rinforza il pregiudizio. Sono d'accordo e sono mi ritornano in mente le parole di Angela Davis: "Non è abbastanza essere non razzisti, bisogna essere attivamente antirazzisti". Ci credo fortemente e tutti i miei studi mi stanno portando in quella direzione.

Ma sono d’accordo SE il dialogo è voluto da entrambe le parti. Sono d’accordo se la domanda arriva dai miei figli, “Perché ha la pelle di quel colore?”.

Non sono d’accordo se è il genitore a iniziare la conversazione.

I miei figli vedono il colore della pelle — sono sicura che vedono che il colore della loro pelle è diverso da quello del loro amico Kenzy — ma non fa differenza nelle loro menti. In quest’ultimo anno spesso siamo stati noi i diversi, abbiamo vissuto con tante culture e giocato con tanti “colori”.

Allo stesso modo in cui non direi “il tuo amico bianco”, non direi nemmeno “il tuo amico nero”.

Kenzy lo abbiamo conosciuto a Singapore con la sua famiglia e con loro abbiamo passato molti pomeriggi. Oliver ed Emily lo adoravano, stavano spesso insieme. Una sera, qualche giorno dopo averlo conosciuto, si ritrovarono a giocare con molti bambini del condominio. Arrivati a casa, Oliver mi chiede il suo nome, perché non se lo ricordava, ma io non capisco di quale bambino sta parlando. Gli chiedo di provare a descriverlo, ma non ricorda che cosa aveva addosso e si sta frustrando. Prima che me ne renda conto, le parole escono dalla mia bocca: “Ah, il bambino nero?”. Oliver mi guarda confuso, di quegli sguardi che cercano di processare un messaggio troppo lontano. Mi correggo in un nano secondo: “Con i capelli neri? Il bimbo alto?”. Mi dice di sì e io metto quella lezione nel mio cuore.

Sono convinta che i bambini facciano le domande quando hanno bisogno di (o sono pronti per le) risposte. Il mio ruolo di genitore è educare me stessa per rispondere in maniera onesta e con i fatti quando arrivano quelle domande. Il mio ruolo non è attaccare etichette mentali al cervello dei miei figli in un momento della vita in cui stanno costruendo tutta la loro comprensione del mondo. 

Le domande sul colore della pelle arriveranno e sarà allora che scopriranno le razze, il razzismo, la bestialità del mondo in cui viviamo, il loro privilegio bianco e capiranno quanta storia li separa dai loro amici di colore. Perché, come dice Angela Davis, credo che si debba essere antirazzisti e queste conversazioni sono importanti: è responsabilità dei genitori bianchi studiare e parlarne con i figli.

Ma per quanto mi riguarda, arriverà da loro. Io genitore decido di fare attenzione ai dialoghi che avvio nella mente dei miei figli. E non prendo questa responsabilità alla leggera.

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