Il senso del sacro
Primo post
Teliste e telisti, mi piacerebbe ascoltare i vostri pensieri e le vostre esperienze in merito alla spiritualità.
Io sono ateo figlio di atei, cresciuto in una cultura fatta di razionalismo, pragmatismo, scientismo e materialismo.
Mi ci sono voluti quarant’anni per scoprire che un ateo non è necessariamente un materialista, e per convincermi che quella cultura, oggi dominante, è nociva.
Metterei la questione così:
Alla radice di qualsiasi pensiero religioso c’è un sentimento, il senso del sacro, che è un sentimento, come l’amore, l’ira, la gelosia.
Quando ero un adolescente con indosso gli occhiali del materialista, non capivo: c’erano momenti in cui ero a contatto con la natura, nei quali venivo preso da un turbamento, cui non sapevo dare nome. Talvolta provavo quello stesso turbamento quando guardavo dentro me stesso o ascoltavo qualche strana voce dentro me stesso. Fu solo quando frequentai l’asilo steineriano con i miei figli che finalmente conobbi il nome con cui chiamare quel sentimento: era devozione, cioè il senso del sacro.
La cultura l’ha espresso in mille forme diverse, che si sono evolute nel tempo, dall’animismo panteistico dell’uomo primordiale che sente che tutto ha un’anima, al politeismo delle forze che si manifestano attraverso i fenomeni di natura, o dei superuomini proiettati nell’Olimpo, fino al monoteismo delle grandi religioni occidentali.
Ma oggi che l’uomo scientifico e materialista sta finendo di spazzare via ogni forma di falsa conoscenza, nessuno più ha cura e capacità di alimentare questo nostro sentimento, che si rattrapisce, lasciandoci più aridi, cinici e brutali.
Qui da noi un tempo c'era la chiesa.
C’erano i sacerdoti che ogni domenica ci ricordavano di alzare gli occhi al cielo, che nutrivano i nostri spiriti, che spronavano al bene, alla gentilezza, alla fratellanza universale.
Oggi pochi frequentano le chiese e le scuole sono diventate laiche (per fortuna, dico io).
Ma quindi oggi chi ci rammenta di guardare in alto? Chi ha cura del nostro spirito? Come possiamo nutrirlo?
Abbiamo spiriti affamati, e intelletti perplessi.
E porrei la domanda così:
Mi piacerebbe sapere, da quelli di voi che vivono fuori della chiesa e del cattolicesimo canonico, quali pensieri avete al riguardo, se e quale altra via spirituale avete trovato, e soprattutto cosa e come portate alle vostre figlie e ai vostri figli.
Ciao Matteo grazie per le tue riflessioni. Anche noi siamo atei, mio marito si è a lungo informato leggendo testi e ponendosi domande. Entrambi abbiamo fatto catechismo da bambini e i sacramenti ma poi quando abbiamo deciso di sposarci abbiamo scelto il mare perché semplicemente ci rappresenta a differenza della chiesa. Capisco le tue perplessità. Ti racconto cosa facciamo noi con Lev che ha quasi 2 anni e mezzo: noi puntiamo molto la nostra educazione sul senso della morale, su ciò che è giusto e ciò che è sconsigliato fare. Ad esempio raccogliamo la spazzatura da terra in giro per il paese, diamo completa fiducia quando cammina e va in bicicletta ovviamente dopo un costante lavoro fin dagli esordi sulle regole stradali. Perciò educhiamo al rispetto reciproco, al rispetto anche di chi è diverso da noi. Altri bambini al parco mangiano merendine, e lui no e lo accetta perché sa che noi scegliamo di non mangiarle. Perciò credo che anche con la religione sia così. Ci ha chiesto un giorno di entrare in una chiesa, passandoci davanti, ne è rimasto incantato. Ma aspettiamo le sue domande per porci altri quesiti. Noi facciamo ciò che è giusto per noi e speriamo di trasmettergli il senso della morale e non di paura o altro. Spero di esserti stata utile, ti aspetto nei commenti se hai bisogno.
Elena 🤗
Cara Elena, grazie per aver rotto il silenzio.
Provo a chiarire la questione.
L’etica, il rispetto, la buona educazione non sono il sentimento del sacro.
Sposarsi di fronte al mare sì.
Restare incantati da una chiesa pure.
Tutti noi parliamo di educazione sentimentale, di coltivare i sentimenti, di imparare a conoscerli, ad esempio il sentimento del bello: abbiamo cura che i nostri figli ne facciano esperienza, li circondiamo di cose belle, li portiamo a vedere cose belle, facciamo che disegnino, dipingano, cantino, ascoltino musica, alimentiamo il loro senso del bello anno dopo anno, portandoli a fiorire.
Ma per il senso del sacro cosa facciamo, oggi che siamo usciti dalle religioni? Nulla.
Non si tratta di rispondere alle domande esistenziali quando arriveranno, né di spiegare perché qualcuno prega Dio, altri Allah, e altri credono che si reincarneranno.
Si tratta di coltivare il senso del sacro così come coltiviamo il senso del bello, perché, se non lo facciamo, i nostri figli, come già molti di noi, cresceranno menomati di una dimensione fondamentale dell’uomo, e non potranno fiorire interamente: molto di ciò che critichiamo oggi nella società ritengo sia conseguenza diretta di questa mancanza.
Per i nostri figli, abbiamo trovato la via della padagogia steineriana, che li ha formati dall’asilo alla quinta elementare; dopo di che abbiamo dovuto rientrare nella scuola pubblica e ci siamo persi.
Porto qualche esempio per cercare di chiarire come si possa coltivare il senso del sacro.
Dalla pedagogia steineriana. Quando i nostri figli erano bambini, abbiamo dato una forma rituale all’ora della buonanotte. Si mettevano a letto, spegnevo la luce e accendevo una candela. Dopo un po’ di silenzio, prendevo il libro delle fiabe dei fratelli Grimm, e per un mese, ogni sera, leggevo sempre la stessa fiaba. Le fiabe originali dei fratelli Grimm, integrali, quelle giuste per l’età giusta, così percorse, costituiscono un’esperienza spirituale: incredibile come i bambini non si stanchino mai di ascoltarle.
Da tutt’altra direzione, dall’Oriente. Con una certa frequenza, ad una certa ora del giorno, per cinque minuti, ci sedevamo a terra a gambe incrociate, tutta la famiglia in cerchio, chiudevamo gli occhi, stavamo zitti e fermi, e guardavamo cosa accadeva dentro di noi.
O certe passeggiate nel bosco in silenzio, respirando profondo.
O certe notti d’estate a pancia in su a guardar le stelle.
All’asilo e a scuola molte forme di rito, delicate, ritmate, con grande cura, e devozione.
Ma usciti dalla steineriana, ed entrati nell’adolescenza, non siamo più stati capaci di trovare forme adatte di cultura del sacro.
La società non offre nulla, anzi sembra deridere ogni tentativo in tal senso.
Ecco ciò di cui sono alla ricerca: nuove forme percorribili oggi di ritualità collettiva, per sentire insieme il sacro.
Certo, non si può inventare qualcosa del genere, non si può razionalmente decidere cosa fare, personalmente non ho trovato ancora nulla da proporre ai miei figli adolescenti, ed ecco perché ho posto la domanda in questa bellissima comunità della Tela: intanto per capire se questo bisogno è condiviso da altri, e poi perché magari qualcuno ha già trovato qualche risposta.
Grazie di nuovo, Elena, spero che altri vogliano condividere i propri pensieri al riguardo.
Ciao Matteo grazie per la tua delucidazione in merito. L'unica cosa che mi viene in mente da consigliarti per questa fascia d'età è la meditazione. Non posso aiutarti in altro modo mi spiace. Buona serata
Elena