In salotto con Najwa Saady e Arianna Basile: parliamo di genocidio
Ci sosteniamo nell'affrontare le conversazioni scomode che vorremmo non avere, ma che sono necessarie.
NB: Eravamo tutte nervose quando abbiamo iniziato questa diretta. Quella sensazione faceva già parte del messaggio: si può stare nell'inadeguatezza, nel non sapere, e parlarne lo stesso. Anzi, forse è proprio da lì che si parte.
Di cosa abbiamo parlato
Con
Najwa Saady
, la persona di riferimento per multilinguismo e interculturalità su La Tela, siamo entrate in un territorio raramente esplorato: cosa significa essere palestinese con cittadinanza israeliana. Najwa è nata e cresciuta in Italia da una madre con radici argentine e svedesi e da un padre palestinese nato dentro lo stato di Israele, da una famiglia rimasta lì dal prima del '48. Quella che lei chiama l'identità dei «palestinesi del '48».
È una storia complessa, piena di sfumature. Najwa l'ha raccontata con la cura e la lentezza che quella complessità merita, fermandosi, scegliendo le parole, tornando indietro quando sentiva che stava perdendo il filo. Il suo modo di raccontarlo è un insegnamento in sé.
Abbiamo parlato di giudizio e pregiudizio: del fatto che non siamo esseri umani esenti dal giudizio (fa parte di come siamo fatti), ma che possiamo imparare a riconoscerlo nel corpo prima ancora che nelle parole, e scegliere come esprimerci. Abbiamo fatto esempi concreti: domande che contengono giudizio senza che ce ne accorgiamo, e come riformularle con vera curiosità.
Ho raccontato un episodio personale sul pregiudizio: quando siamo arrivati a Playa Venao, a Panama, e ho realizzato che il mio primo istinto verso quella piccola comunità israeliana era di allontanarmi. Me ne vergogno un po' ancora adesso a dirlo, ma è successo. E Najwa mi ha aiutato a guardarlo, senza giudizio.
Con
Arianna
, la nostra insegnante virtuale di yoga in famiglia ed educatrice perinatale, siamo entrate nel cuore del progetto «Pratiche di pace»: una rete di solidarietà concreta nata per raccogliere fondi da destinare direttamente alle famiglie palestinesi. Arianna ha spiegato come i fondi arrivano nonostante le difficoltà bancarie, come si è trasformato il suo attivismo da quando è diventata madre, e come lavora insieme all'associazione Casa Freestyle per portare avanti progetti più strutturati sul territorio.
Il passo indietro
Arianna ha anche condiviso una pratica che porta con sé dalla sua formazione come danza terapeuta: prima di entrare in un cerchio, in una stanza, in uno spazio condiviso, fa un passo indietro. Fisicamente. Un passo indietro per creare distanza tra tutto quello che porta con sé (i pensieri, le emozioni della giornata, le sue posizioni su un tema) e lo spazio che sta per abitare insieme ad altri. Lo puoi fare tu, lo puoi far fare ai tuoi figli, con partner: la qualità con cui entrerai in quella stanza sarà completamente diversa.
Manifestazioni e boicottaggio
Abbiamo anche parlato del portare i bambini alle manifestazioni (quando farlo e quando no, e come fare la distinzione), del boicottaggio come scelta consapevole e coerente con i propri valori, e come spiegarlo ai bambini senza trasformarlo in un diktat. Najwa ha condiviso una conversazione bellissima che ha avuto con suo figlio sul compleanno di un compagno di classe, dove il pranzo era ordinato da McDonald's.
Il filo che attraversa tutto
Questa conversazione, come tante che facciamo su La Tela, era su un tema enorme: il genocidio. Ma era anche su qualcosa di più vicino: come stare nell'inadeguatezza, fare domande scomode senza ferire, imparare a riconoscere il giudizio nel proprio corpo prima che arrivi alle parole, e non smettere di cercare la speranza anche quando è difficile trovarla.
Un messaggio da decantare
Abbiamo chiuso con un messaggio letto in chat: due bambine di cinque anni a scuola di danza, una russa e una ucraina. Entrambe con il papà lontano per la guerra. Che si prendono la mano e dicono: quando saremo grandi, tu sarai la capitana della Russia e io dell'Ucraina. Comanderemo noi e non ci saranno più bambine con il papà che non può venire a vederle al saggio.
🌱 Se non hai potuto partecipare alla diretta, ti consiglio di guardare la registrazione. È una di quelle conversazioni che si portano dentro.
Abbiamo menzionato:
- Il progetto «Pratiche di pace» di Arianna Basile
- L'associazione Casa Freestyle
- Il pacchetto editoriale «Oltre l'Ansia Globale» su La Tela
- Il libro del potere (albo per bambini)
- L'articolo di Arianna sul blog su albi illustrati per conversazioni difficili
- L'app «No Thanks» per il boicottaggio consapevole
Grazie 💜
È stato intenso e commovente.
Sono immensamente grata per questa condivisione, grazie Najwa, Arianna, Carlotta 💜
Avrei tanto voluto arrivare alla fine della diretta ma è arrivata una crisi molto lunga che non mi ha più permesso di ringraziarvi come volevo. È stato davvero nutriente ascoltare le vostre riflessioni, i vostri pensieri e condivisioni. Grazie di cuore a tutte e tre per aver arricchito la mia giornata. 🧡
Grazie anche qui...a tutte e tre...infinitamente...la condivisione è così potente...
vi abbraccio
Ciao
Najwa Saady
ed
Arianna
, grazie per questo momento importante che ci dedicate. 💜
Come diversǝ di noi, mi sento davvero «carente» nella consapevolezza delle articolate dinamiche che hanno portato fino al genocidio in corso. Nell'ultimo periodo ho cercato di colmare questo grande vuoto, ma ci sono riuscita solo in (piccola) parte, e così spesso sento di non avere grandi risorse quando ne parlo con i miei bambini (8 e 11 anni).
E, mentre i contenuti e i libri per adulti sono parecchi, stento a trovare libri validi per bambinǝ che possano supportarmi per spiegare in modo semplice ma chiaro (e più oggettivo possibile) le dinamiche che questi due popoli hanno attraversato.
Non mi riferisco ad albi illustrati (anche se li amiamo profondamente, e mi sono segnata ovviamente tutti i bellissimi testi che
Arianna
ha consigliato nel suo ultimo post!), ma a testi più esplicativi, che raccontino la storia concreta e articolata di israeliani e palestinesi, aiutandomi a offrire ai bambini (e anche a me) strumenti per comprendere.
PS. Io ho fatto una ricerca e l'unico libro che mi è sembrato valido è questo, ma non l'ho ancora acquistato (magari lo conoscete e avete modo di darmi un parere): Sulla mia terra. Storie di Israeliani e Palestinesi, di Francesca Mannocchi.
Grazie per questo intervento. Dove trovo la lista di cui parli di Arianna? Sono interessata anche io alla risposta della tua domanda.
Ciao Francesca, ecco qui il post di Arianna:
Un caro abbraccio! 💕
Difficile scrivere...non so se ho domande...sicuramente desiderio di condivisione...
la mia difficoltà è stare...stare nella rabbia di osservare narrative distorte...stare di fronte alle persone che esplicitamente mi dicono di non interessarsi...stare nella consapevolezza e frustrazione che la pace necessita di riparazione e giustizia...stare di fronte a un relativismo alla deriva per cui tutto è opinabile...stare di fronte a parole che per me hanno un valore immenso che vengono distorte...stare di fronte all'evidenza che seppur l'umanità vuole costruire pace, pochi bastano per decidere per tutti...stare nell'attesa che ogni singolo semino piantato da tutti noi fiorisca e trasformi le cose...
ma forse più di tutto è la difficoltà di stare di fronte ad un'urgenza...accettare che oltre a quello che fai non potrai soddisfare pienamente quell'urgenza...che ha bisogno di me...di noi...ora...non domani o tra un mese...
E dico stare perchè questa emozione che ne comprende dentro altre mille non la so gestire ancora bene...ci devo parlare quotidianamente...in quell'equilibrio che si esprime nell'attivismo, nella partecipazione...ma a volte si esprime in dialoghi aperti ma eccessivi a casa sull'argomento e che sfociano in sensi di colpa verso Samuele che mi ferma "mamma basta, non parli d'altro!"
Si può trovare equilibrio? Sicuramente...
devo lavorarci? Tanto...come sempre.
Grazie per questa opportunità...
domani ci sarò
Chiara 💜
Come sempre, risuoni.
La mia irrequietezza al momento è legata alla difficoltà nello stare in 2 pensieri:
- che sul serio i potenti, quelli che decidono, la pace non la vogliono, ma usano i conflitti e la vita delle persone come uno strumento per continuare a spartirsi le risorse e le ricchezze- siamo tutti ancora vittime di una ideologia coloniale che schiaccia gli uni e confonde gli altri, manipola, oggi con strumenti di “controllo di massa” più potenti che mai;
- che questi strumenti di controllo di massa confondono e, per me, resta ancora l’incertezza… non riesco a digerire l’idea che entità dipinte e considerate fino ad oggi entità terroristiche siano oggi considerate gruppi di resistenza, non mi è del tutto chiaro quanto siano difensori e quanto siano loro stessi carnefici del loro stesso popolo.
E poi sono spaventata.
Mi spaventa l’apatia che ho provato nel vedere la liberazione degli ostaggi israeliani, la discussione e la differente narrazione che chiama ostaggi gli uni e prigionieri gli altri.
Mi spaventa l’allucinazione collettiva a cui è sottoposto il popolo israeliano e ebraico, non vedo una prospettiva di soluzione, non ho speranza che le azioni terroristiche verso i territori occupati vengano bloccate.
Vorrei non avere nessun legame con quella terra e con quel popolo, vorrei avere la libertà di affermare chiaramente quali sono le vittime e quali i carnefici, vorrei avere la leggerezza nel cuore di chi è totalmente estraneo e può schierarsi, da fuori.
Mi sembra che siano molteplici le vittime (di genocidio, di manipolazione, di soggiogamento) e molteplici i carnefici, ma ciò che mi spaventa di più è che gli israeliani, quelli che conosco almeno, quelli che sono parenti miei almeno, non hanno la minima percezione di essere un popolo invasore, di essere nel torto, che nessun ostaggio o morto giustifica il genocidio compiuto, e sul serio hanno il coraggio di dire “si, mi dispiace che siano morti tanti bambini, ma mi dispiace di più che se fossero sopravvissuti sarebbero diventati dei terroristi”.
Come si fa a “fare la pace” con qualcuno che non dà valore, in nessun modo, alla vita degli altri?
Purtroppo non potrò essere presente per lavoro ma da tempo mi accompagna un disagio credo abbastanza comune a noi che abitiamo dall' altra parte del mondo , spettatori inermi e "fortunati".
Come si può riuscire a conciliare, in quei giorni di pesantezza nel cuore e nello stomaco , quelle emozioni contrastanti di "normalità" per noi che siamo fisicamente distanti da ciò che accade a Gaza ogni giorno , con sensazioni di disagio, impotenza e paura.
A volte, mi sembra di essere scissa ma poi piano piano , quell' ansia sembra dissolversi.
Il percorso nel "durante" , talvolta e in alcune giornate può essere faticoso.
Grazie, un caro abbraccio 🫂
Questa settimana ci vediamo: avete domande? Dubbi? Fatica da condividere?