Quando fai più fatica con un figlio – e spegni la sua autostima
A volte il figlio con cui facciamo più fatica è quello più simile a noi: ed è lì che ci va più attenzione.
C’è sempre un figlio che ti fa fare più fatica e, se non te ne accorgi, rischio di spegnere la sua autostima.
Io e Oliver siamo così uguali da scontrarci forte per cose piccole. Così diversi da sembrare, a volte, su pianeti lontani. Io fatico a mordermi la lingua; lui ama avere l’ultima parola. Spesso esageriamo tutti e due. Ma in questa relazione, la vittima è lui – e io ho quasi spezzato la sua autostima.
Perché l’autostima è come una lampadina a intensità variabile: ogni bambino ce l’ha già dentro di sé e noi adulti, con le nostre parole e azioni, la spegniamo o la illuminiamo più forte. Sì, il telecomando ce l'abbiamo noi.
È difficile crescere un figlio altamente sensibile quando lo sei anche tu. Che prova emozioni fortissime proprio come te. Che riconosce le ingiustizie e le contesta a gran voce (perché glielo hai insegnato tu!).
Mi ricorda così tanto me da piccola che alcuni suoi comportamenti fanno emergere la mia bambina interiore. Attivano le stesse risposte che i miei genitori avevano con me. E allora sbaglio tanto: critico, uso sarcasmo, sottolineo gli errori, non lascio andare nulla, ricerco la perfezione che veniva chiesta a me – anche se so il danno che fa.
E lui? A volte si impunta, altre volte mi ignora. A volte si chiude in sé, altre volte mi urla al massimo del volume. E io a volte rincorro, a volte urlo più forte, a volte ignoro.
Ma il comune denominatore è sempre lo stesso: mi dimentico di essere io l’adulta.
Vedo tutto con chiarezza, eppure cambiare non è così facile, anche perché significa sedermi con una verità scomoda e a tratti dolorosa: «Non ti meritavi tanti dei comportamenti ricevuti, piccola Carlotta».
Certe mie parole e reazioni non posso più riprendermele. Ma io ho una duplice fortuna: so che non è mai troppo tardi per riparare e ho tanti strumenti che non ho paura di usare. Tra cui la capacità di lavorare su di me, per far sentire la mia bambina interiore ascoltata e vista, così che non debba mettersi sotto i riflettori quando si riconosce in mio figlio.
E così faccio il lavoro. Cerco di smettere di criticare, anche quando sento che dovrebbe sapere già. Cerco di non farlo sentire da meno anche quando «non ci arriva». Riparo ogni volta che il mio comportamento non va bene, che il mio tono non è gentile. Lo accolgo quando mi dice «Questo non mi è piaciuto», invece di rispondere «Sai quante cose non piacciano a me?». Cerco di dargli il beneficio del dubbio. Di imparare a essere una persona da cui vuole tornare.
E il lavoro, ora che è preadolescente, non è solo mio. Anche lui cerca di non scappare ed evitare quando si sente ferito, e invece me ne parla. Non accetta passivamente le critiche. Fa valere la sua voce anche quando la mia lo sovrasta. Cerca di darmi il beneficio del dubbio, di imparare a vedermi come una persona da cui vuole tornare.
La nostra relazione non è quella che sognavo, no. E questo a volte, ancora oggi, mi riempie gli occhi di lacrime.
Ma sono felice di riconoscerlo e di avere gli strumenti per puntare i piedi in una direzione diversa. Mi stimo per aver imparato (e continuare ad imparare ogni giorno) a fare un passo indietro e accedere alla mia parte adulta quando la mia bambina interiore protesta.