Preferiti dei bambini

Normalizziamo la sofferenza

La propaganda della felicità ci ha portati a non sapere che cosa fare con la normalità della sofferenza.

Fondatrice de La Tela
1 agosto 2024
10 risposte
2 min

Quando entro in un «buco nero», di solito lo condivido nelle storie di Instagram e ogni volta ricevo tanti messaggi. Ogni volta, quando inizio a uscirne, penso che potrei registrare un video e lasciarne traccia anche qui: questa volta l’ho fatto, coccolata dalle onde di Lake Superior (Canada).

Una persona su Instagram ha giustamente commentato: «Se non è per motivi seri, gravi o grossi sembra che tu non abbia il diritto di stare male». Sono d'accordo: il «pensa a chi soffre davvero» fa parte di quella propaganda della felicità. Serio o non serio lo decide ogni individuo per sé e una cosa non esclude l'altra: posso pensare a chi soffre «davvero» (e lo faccio ogni giorno) e allo stesso tempo riconoscere che la mia sofferenza è valida e non va sminuita. 

La citazione di Esther Perell, tradotta:

«La felicità non è uno stato, la vita non è uno stato permanente di entusiasmo. Arriva in momenti, in momenti profondi in cui guardi la bellezza, senti connessione, unione, meraviglia. Non è "Sono una persona felice". Siamo in un momento sfidante in cui il mondo ti chiede di massimizzare, ottimizzare, essere felice. E così non sai più cosa fare con la normalità della sofferenza».

Ps. Per trasparenza, di solito parlo dei miei buchi neri quando ne sto già uscendo, quando ho afferrato la corda e mi sto tirando su. Quando sono nel mio «buco nero», non registro e sparisco – dai video, da IG, da Whatsapp, ovunque. Ma quando riemergo ci tengo a parlarne perché credo che sia importante normalizzare attivamente la normalità della sofferenza. Non c’è nulla di sbagliato in me quando sono nel mio buco nero. Io non sono sbagliata, la mia emozione non è sbagliata. Riscriviamo la narrativa per poterla trasmettere anche ai nostri figli.

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Yadira    21 mar 2025

Grazie per questa condivisione Carlotta 🥰🙏
Mi rendo conto che questa parte di aggiustare subito questi momenti è veramente un'imposizione della società perché bisogna essere forti perché sei mamma e quindi nn c'è tempo per lamentarsi o stare male. Mi sono sentita così per tanto(troppo tempo), adesso pian piano però sto provando a scendere da questa ruota e a ricordarmi che sono anche donna e individuo che ha bisogno di prendersi cura di sé stessa. E soprattutto ho diritto a comunicare i miei bisogni senza sentirmi giudicata ( e se succede amen, nn devo prendermi carico delle parole e giudizi altrui)
Grazie ancora 💜

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Federica    28 ago 2024

Ciao Carlotta, volevo solo dirti grazie per aver condiviso questo tuo momento. Le tue parole sono una boccata d'ossigeno; voglio prendere esempio da te, dalla vulnerabilità con cui hai avuto il coraggio  di mostrarti a noi, per dire a me stessa con altrettanto coraggio( non è il forse il termine esatto ma rende l'idea) che quando mi ripeterò <<non lamentarti, hai la salute, la famiglia, il lavoro>> beh...magari non dovrò lamentarmi ma essere grata e fermarmi per , per capire perché ho questi pensieri. Più sento il bisogno di rallentare, più mi sento in colpa e non lo faccio, perché? Perché il mondo non vuole questo; sono sempre più stanca di questa narrativa di cui io per prima, mi sono fatta portavoce per tanti anni. Scusa lo sfogo, avevo forse bisogno di scriverlo e dirti grazie per la tua condivisione.

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