La «prima faccenda» di Oliver a 5 anni.
Non è andata come speravamo, ma ci ha insegnato tanto.
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Oggi vi racconto una cosa che forse ti stupirà.
Prima di commentare, come sempre, ti chiedo di riflettere sul messaggio che vuoi trasmettere e, mentre scrivi, di pensare con cura alle parole che scegli e se stai esprimendo curiosità o giudizio.
La prima faccenda in Giappone
Poco tempo fa (siamo a Papamoa, Nuova Zelanda), abbiamo visto insieme un documentario che mostrava il concetto giapponese di «first errand», la prima faccenda: un bambino o una bambina di 3 anni va a fare la sua prima commissione da solə.
È nata da una pratica comune e anonima in Giappone (le famiglie giapponesi danno molta libertà ai bambini) ed è diventata «la tradizione della prima faccenda» grazie a una serie televisiva in cui i bambini vengono seguiti da cameraman in incognito mentre si avventurano per le strade affollate delle grandi città giapponesi (come Tokyo!) e vanno a comprare qualcosa (nell'episodio che abbiamo visto noi, era il sushi per cena).
Ma loro pensano di essere da soli. A 3 anni.
Onestamente, quando penso a Emily di 3 anni, so che potrei fidarmi ciecamente di lei: andrebbe, navigherebbe la città e tornerebbe con la cena. È cresciuta in giro per il mondo e ci guida da quando era molto più piccola.
«Non mi fiderei delle persone che potrebbe incontrare sul suo cammino», è quello che mi diresti tu, ma questa è un'altra storia che, per ora, archivierò con due riuflessioni:
- Il Giappone è la società perfetta per questo esperimento: se perdi il portafoglio è impensabile, te lo riportano con tutto dentro, fino all'ultimo centesimo;
- La cosa più sorprendente che ho imparato in viaggio a tempo pieno è che il mondo non è pericolo come ce lo raccontano. Più spesso, le persone sono buone.
La prima faccenda di Oliver
Il giorno dopo aver visto quell'episodio, Oliver si è sentito ispirato: ci ha chiesto di poter andare a comprare i chewing gum da solo e Alex gli ha detto di sì. Queste decisioni, nella nostra famiglia, le prende lui, perché io sono cresciuta con una madre apprensiva e tendo a replicare lo stesso modello, facendomi guidare dalla paura: lui, invece, è cresciuto con molta più indipendenza fin da piccolissimo e può aggiungere buon senso alla paura.
Il negozietto era a 200 metri, sullo stesso marciapiede che percorriamo ogni giorno per andare a scuola. Nessun pericolo, nessun attraversamento, sempre dritto.
Gli abbiamo dato i soldi ed è partito.
L'imprevisto
Lo abbiamo aspettato davanti alla porta di casa e a un certo punto, sulla via del ritorno, si è messo a correre. Ha percorso tutto il resto della strada di corsa, con le lacrime agli occhi e ci ha raccontato che dei bambini lo avevano seguito e lui si era spaventato.
Ho abbracciato Oliver, ho aspetto che si calmasse, l'ho preso per mano e ho marciato verso i bambini che giocavano sul marciapiede. Per fortuna in quei 200 metri ho avuto il tempo di calmarmi per poter parlare con loro in maniera efficace.
Erano cinque bambini, tra i cinque e i nove anni. A quanto pare il più piccolo aveva rincorso Oliver con il monopattino, ignorando quello di nove anni che gli diceva di smettere (l'ho ringraziato). Abbiamo deciso tutti insieme che non era stato un bel gesto, soprattutto perché Oliver non sembrava divertirsi: uno scherzo è bello quando ridono tutti.
Quello che è successo davvero è questo e lo abbiamo poi messo insieme dai racconti di Oliver dei giorni successivi: Oliver era probabilmente già nervoso per questa sua «prima volta», all'andata ha dovuto passare accanto ai bambini e si è sentito intimorito e così era ancora più teso all'idea di ripassare di lì al ritorno. L'emozione si è gonfiata e un gesto che al parco giochi non gli avrebbe dato fastidio né timore, lì, da solo, in un contesto nuovo, lo ha spaventato.
Come ne abbiamo parlato
Quando abbiamo parlato con Oliver, non abbiamo sminuito il suo sentimento con frasi del tipo «ma stavano solo scherzando». Gli abbiamo detto, invece, che non tutti i bambini capiscono il rispetto dei limiti o non l'hanno ancora imparato e questo non significa che sono cattivi: per offrirgli un metro di paragone, gli abbiamo ricordato alcune volte in cui lui stesso non aveva rispettato un limite e aveva fatto piangere Emily.
E gli abbiamo detto che, se dovesse ricapitare, può fermarsi, girarsi e dire «Stop! I don't like it!». Lo abbiamo praticato insieme, come un gioco di ruolo. Non sempre le persone lo rispettano, ma vale la pena provare.
Tutto questo ha fatto sì che non fosse un'esperienza traumatica e che, un paio di settimane dopo, Oliver ci abbia chiesto di nuovo di andare a comprare i chewing gum da solo, questa volte senza imprevisti.
Gli insegnamenti
Io e Alex siamo convinti che, nonostante non sia andata come speravamo, questa «prima volta» sia stata ricca di insegnamenti. Di alcuni di questi temi ho già parlato altrove, sul blog e nel podcast, ma qui si sono intrecciati tutti nello stesso pomeriggio:
- Indipendenza e libertà non significano assenza di controllo. Dare autonomia a Oliver non voleva dire abbandonarlo: sapevamo dov'era, quanto ci avrebbe messo, che la strada era sicura, potevamo vederlo tutto il tempo. Era una libertà accompagnata.
- L'autonomia si impara gradualmente. Non si diventa autonomi tutti in una volta, come spesso pensiamo debba succedere ai nostri figli ai 18 anni. Si comincia da poche centinaia di metri su una strada conosciuta e si cresce un passo alla volta.
- Gli imprevisti fanno parte dell'autonomia. Non possiamo preparare i nostri figli a tutti gli ostacoli che incontreranno; ma possiamo esserci con la nostra presenza e dare loro gli strumenti che potranno usare la prossima volta.
- Oliver non era mai in vero pericolo. La sua paura era autentica e l'abbiamo accolta, ma il pericolo, oggettivamente, non c'è mai stato. Riconoscere la differenza tra paura e pericolo aiuta prima di tutto noi genitori a non spaventarci insieme a lui.
- Tornare a parlare con quei bambini mi ha messa dentro la storia. Andare da loro, invece di liquidare tutto con un «non è successo niente», ha infuso me nel suo ricordo: la memoria funziona così, è l'evento che succede + tutto ciò che succede intorno a quell'evento.
- Oliver non era più solo. È partito da solo, ma è tornato con qualcosa in più: delle parole da dire, degli strumenti per la prossima volta, e la conferma che i suoi genitori sono la base sicura da cui tornare.
Alla fine è questo che gli vogliamo insegnare: che può andare da solo – il nostro lavoro è assecondare la sua spinta verso l'autonomia – E che non sarà mai solo davvero.