Preferiti dei bambini

Sulla tristezza

Pensieri a ragnatela su privazione del sonno, tristezza e vasi di Pandora.

Fondatrice de La Tela
4 marzo 2018
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Sono 14 mesi che subisco la privazione del sonno.

Nell'ultimo anno, nonostante provassi una grande quantità di inspiegabile tristezza, piangevo raramente. Quando avevo voglia di piangere, inghiottivo le mie lacrime, razionalizzavo e costruivo muri intorno a me. Alla fine la tristezza svaniva e mi sentivo di nuovo forte: avevo vinto.

Fino alla volta successiva. Ogni volta che mi sentivo di nuovo triste, dovevo affrontare tutta la tristezza accumulata. E così la reprimevo di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. Per un lungo anno.

Sono diventata il mio vaso di Pandora.

A un certo punto, lungo la strada, e ogni tanto stufa di consigli non richiesti, ho deciso di smettere di annoiare i miei amici e la mia famiglia allargata con i miei stupidi problemi: con loro mettevo una maschera e sorridevo e dicevo «Sto bene, grazie». A casa, invece, ho iniziato a prendermela con l'unica persona che vivevo tutto con me: mio marito.

Ho iniziato a lamentarmi. Di tutto.

Del fatto che non contribuisse abbastanza in casa. Del fatto che non contribuisse nel modo giusto in casa. Di un bucato fatto male. Di quella spazzatura ferma in cucina da giorni. Dell'asciugamano sbagliato usato dopo il bagnetto. Del pollo al curry senza riso bianco che ai bambini non sarebbe piaciuto. E così via.

Anche se razionalmente apprezzavo tutto il suo equo contributo, non potevo fare a meno di vederne sempre i difetti.

A poco a poco, lamentela dopo lamentela, mio marito – che è probabilmente la persona più ottimista e positiva che conosco – ha iniziato a spegnersi. Ha cominciato a sbottare contro di me, impaziente e intollerante quando si trattava delle mie lamentele e dei miei stati d'animo. Non aveva empatia nei miei confronti – l'unica cosa di cui avevo disperatamente bisogno.

Ha influito su tutto nel nostro rapporto: il prenderci cura l'uno dell'altra, la nostra complicità, la nostra amicizia, la nostra comunicazione, l'affetto che non ci dimostravamo più, la nostra vita sessuale già in caduta libera. Più cercavamo di sistemare le cose e di parlarne (le rare volte in cui i bambini lo permettevano), più ci allontanavamo.

Non parlavamo più la stessa lingua. Ogni discussione si concludeva con uno di noi, o entrambi, che accettava di non essere d'accordo con l'altro, andava nell'altra stanza o andava a letto arrabbiato per poi ricucire tutto la mattina: ci scusavamo e tornava tutto a posto.

Tranne che non lo era. Io non lo ero.

Stavo solo reprimendo di più, ingoiando più tristezza. Molte notti mi sono ritrovata a cercare «depressione postpartum», «segnali per il divorzio», a setacciare i forum in cerca di risposte a domande come «come fai a sapere quando il tuo matrimonio è finito?» o «perché non sono felice della mia vita perfetta?».

Ero disperata, nel tratto più buio del tunnel.

Poi, una notte… circa un mese fa, dopo l'ennesimo litigio in cui siamo saltati da un argomento all'altro, puntandoci il dito contro e facendoci del male a vicenda, mi ha detto, con le lacrime agli occhi, quattro parole che non dimenticherò mai.

Mi manca mia moglie.

Mentre stavo lì seduta, le lacrime cominciarono a rigarmi le guance e tutto quello che sono riuscita a dire è stato: «Anche io mi manco».

Mi mancava così tanto chi ero prima mi mancava chi eravamo prima insieme. Ho singhiozzato sulla sua spalla per quella che è sembrata un'eternità e ci siamo stretti forte come non facevamo da tanto tempo.

È stato allora che ho capito due cose.

La mia tristezza era opera mia.

Negli ultimi 14 mesi continuavo a dire ad Alex che mi sentivo priva di emozioni e davo la colpa a Emily che non dormiva, a Oliver che faceva i capricci, al non avere tempo per me o per il mio lavoro, ad Alex che non era abbastanza empatico.

La verità è che, anche se non potevo controllare la privazione del sonno, potevo decidere come reagire ad essa. Spesso attribuiamo la nostra tristezza, rabbia, frustrazione a fattori esterni, ed è giusto così: la vita non è sotto il nostro controllo. Ma come reagiamo è sempre una nostra scelta – anzi, scegliere la nostra reazione è la libertà più grande che abbiamo.

E non ero l'unica a soffrire. Anche Alex stava facendo fatica. Per motivi diversi e mostrandolo in modi diversi, ma anche lui era triste. Vederci vulnerabili insieme ci ha fatto sentire di nuovo vicini dopo tanto tempo.

Troppo spesso dimentichiamo che la vulnerabilità non è debolezza. È forza. Dimostra che sei in sintonia con te ed è uno strumento potente per connettersi con gli altri.

Puoi uscire dal tunnel e ne uscirai

Da quel giorno, qualcosa è cambiato dentro di me.

Non sono ancora uscita dal tunnel, ma almeno vedo la luce. Mi sento più forte. Nascondo di meno.

Ho deciso di reagire alla tristezza.

Sto vivendo la mia vita al massimo, ho voglia di scrivere, sono entusiasta del mio lavoro, vado a lezione di danza 4-5 sere a settimana nonostante la stanchezza, sono più paziente con i miei figli e io e Alex siamo in un momento migliore, sento che siamo di nuovo una squadra.

Se stai vivendo un momento difficile dopo aver avuto figli, sappi questo: non sei solo. I figli cambiano la vita in un modo tanto bello quanto drastico, e nessuna coppia ne è immune.

Va bene faticare, va bene sentirsi tristi, va bene sentirsi una versione peggiore di sé. Anche se hai una vita che ti soddisfa, figli sani, un marito che ti sostiene, una famiglia allargata che ti aiuta, amici premurosi… va bene sentire che non basta.

Ma non lasciarti convincere che non ci sia niente da fare, che devi solo accettare la situazione, startene con le mani in mano ad aspettare che cambi, perché da sola non cambierà. Le cose cambiano solo quando le cambiamo noi.

(Re)agisci partendo da alcune semplici regole.

Fai tua la tua tristezza

La tua tristezza è reale. Non importa quanto possa sembrare irragionevole e inutile, non nasconderla. Non reprimerla. Falla tua, non vergognartene. Sì, ci sono realtà molto peggiori e strazianti in questo mondo. Ma questa è la tua realtà, queste sono le tue battaglie e nel tuo personale «campo di battaglia» sono altrettanto dure: non c'è vergogna ad ammetterlo.

Il potere di un abbraccio

In una relazione, quando si vive a lungo la mancanza di affetto, questa diventa la nuova normalità. Inverti la rotta. Anche quando non ne hai voglia, anche se pensi di non sentirlo in questo momento, sforzati di comunicare i tuoi bisogni d'affetto e connessione a partner. Abbracciarsi di più e prendere l'iniziativa di un abbraccio al giorno, potrebbe salvare il tuo matrimonio.

Smetti di piangerti addosso

Il consiglio più diffuso quando si soffre di privazione del sonno è di andarci piano, di concedersi una tregua. Tutto vero e tutto falso! Sei stanca, sei esausta, credimi, lo so bene. Ma non sei malata. Trova qualcosa che ti renda felice, qualcosa che non vedi l'ora di fare, e fallo, rendilo una priorità. Per me è la danza. È il mio spazio mentale. Ricordo che una volta scrissi alla mia cara amica e insegnante di danza Lucy un messaggio pieno di autocommiserazione per giustificare la mia assenza alla sua lezione di quella sera. Cinque minuti dopo, notai quello che stavo facendo, e le mandai un altro messaggio (di getto): «Col cavolo, sto arrivando!». Mi sono alzata, mi sono vestita e sono andata alla lezione di ballo. Mi ha cambiato la giornata.

La felicità arriva in sottili fette di gioia

L'anno scorso ho dovuto imparare nel modo più duro che la felicità non è un sentimento costante e dominante: arriva solo in momenti dolci e brevi, sparsi durante la giornata. In piccole fette.

Va DAVVERO BENE sentirsi tristi, non importa quanto sia bella la tua vita. Non puoi anestetizzare i sentimenti in modo selettivo. Se provi ad anestetizzare la tristezza, anestetizzi anche la gioia, la felicità, la connessione.

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