Se solo i puntini fossero numerati…

Carlotta Cerri
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L’altro giorno le parole scritte di un amico ormai lontano mi hanno fatto pensare a quanto siamo tutti incredibilmente uguali, con gli stessi timori, le stesse domande, le stesse debolezze e gli stessi dubbi. Mi permetto di prendere in prestito le sue parole:

Ci sono crisi che arrivano senza chiedere. Inaspettate e imprevedibili puntuali invece si presentano. Non bussano. Loro invadono. A volte mi guardo indietro chiedendomi: "Perché?"Ci affanniamo tanto in questa vita. E alla fine per cosa? Ogni giorno è un'epica battaglia fra noi che non siamo altro che un puntino e un mondo intero che ci sovrasta e che è e sarà sempre più grande di noi. Una battaglia troppo grande. Eppure ogni giorno, contro ogni statistica e probabilità, ci presentiamo puntuali sul campo.Capita così di chiedersi dove si sta andando. Che cosa si sta facendo. E perché.

Credo che queste parole appartengano un po’ ad ognuno di noi — ambiziosi o no — in una o molte fasi della nostra vita.

Quando mi sono laureata, volevo tradurre letteratura. Volevo diventare la prossima Fernanda Pivano. Dopo un anno e mezzo di bisbigli nel mondo della traduzione letteraria, che ho scoperto essere una vera e propria nicchia impenetrabile, ho finalmente ottenuto il mio primo grande progetto.

Per sei mesi, ho tradotto Passport to Enclavia: travels in search of European identity di Vitali Vitaliev con grande passione, assaporandone ogni parola e mettendola nero su bianco nella mia lingua madre. Non sarebbe mai diventato un best-seller — forse nemmeno un seller — ma mi piaceva tantissimo.

Lo volevo così fortemente che, ingenuamente, firmai un contratto accettando di essere pagata interamente alla consegna — povera illusa! Il libro fu pubblicato in Italia, vendette addirittura un numero decente di copie, ma i miei soldi non li vidi mai.

Delusa e amareggiata, mi arresi. Guardandomi indietro, oggi so che se avessi continuato imperterrita sulla mia strada, probabilmente sarei riuscita a varcare la soglia di quel mondo letterario così chiuso e raccomandato. Ma non lo feci.

Avevo bisogno di un cambiamento.

Alcuni mesi prima, avevo iniziato a dare lezioni di inglese alla figlia di un’amica. Era tutto nuovo, intrigante e motivante. Non solo insegnare mi faceva stare bene e mi dava un senso di soddisfazione istantanea, ma si rivelò essere un mio dono nascosto. Inoltre, stavo finalmente guadagnando facendo qualcosa che mi piacesse. Ero ad un bivio e, senza pensarci su, girai verso l’insegnamento.

Chiesi al mio dolce maritino di crearmi un sito web di una pagina, comprai un po’ di pubblicità di Google e prima di rendermene conto, stavo insegnando a tempo pieno.

Era tutto perfetto. Passavo la maggior parte del tempo a parlare di ciò che mi appassionava di più, le lingue, e ogni momento della mia giornata era pieno di persone — che mi fece ricordare quanto mi mancasse il contatto umano (un lusso per i traduttori). La traduzione era sempre nella mia mente, fino a quando, un giorno, non lo era più.

Oggi insegno inglese a spagnoli e italiano a quei pochi pazzerelli che vogliono impararlo. Insegno ad adulti al mattino nella mia aula e a bambini al pomeriggio, normalmente seduti ai loro tavolini o sdraiati sui tappeti delle loro camerette, circondati dai loro giochi.

Mi piace. Non solo ho conosciuto persone meravigliose — tra cui la mia famiglia spagnola — e passato un sacco di tempo con i bambini, che mi hanno insegnato quanto sia importante ridere e saper ritrovare il Peter Pan nascosto in ognuno di noi; ho anche imparato tantissimo di lingue, culture, business e relazioni. Vita vera, insomma. È stato un viaggio ricchissimo e mi sento estremamente fortunata.

Eppure spesso non posso fare a meno di chiedermi, "Dove sto andando?".

Darò lezioni tutta la vita? E che succederà tra poco quando lo scimmiotto sarà nato — vorrò ancora passare i miei pomeriggi con i figli… di altre persone? E soprattutto, voglio insegnare lingue per tutta la vita?

Spesso penso, Sì, perché no? Ma altrettanto spesso — quando devo forzarmi ad aprire la porta al mio primo studente del mattino o mi ritrovo a contare i minuti alla fine di una lezione — non ne sono poi così sicura.

Steve Jobs disse in quello che è da sempre il mio discorso motivazionale preferito:

Negli ultimi 33 anni, ogni mattina mi sono chiesto guardandomi allo specchio: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E se la risposta era “no” per troppi giorni di fila, sapevo che dovevo cambiare qualcosa.

Queste parole mi hanno sempre affascinata. Tuttavia, dubito fortemente che vorrei spendere l’ultimo giorno della mia vita — o anche solo metà — insegnando. Conosco chi idealmente lo farebbe perché il loro lavoro li rende felici. Mio marito è uno di quelle. Ma so che nemmeno loro sono mai soddisfatti, alla continua ricerca di tecniche migliori, risultati migliori, design migliori, migliori versioni di se stessi.

Quindi magari non sarò soddisfatta appieno, ma in fondo, chi lo è?

Magari non è necessario amare il proprio lavoro tanto da volerlo fare fino alla fine dei nostri giorni. Magari è sufficiente svegliarsi ogni mattina e decidere di farlo, sempre e comunque. Sceglierlo e risceglierlo. Sapendo che ci saranno discese e risalite, conquiste e sconfitte, ma che alla fine, guardandoci indietro, sapremo di aver fatto del nostro meglio in ciò che abbiamo scelto.

Perché la verità è che la vita la si può capire solo guardandoci indietro. O come disse Steve Jobs nella mia citazione preferita,

You can never connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards.

Non possiamo collegare i puntini guardando avanti; possiamo collegarli solo guardandoci indietro.

Se solo i puntini fossero numerati…

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