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Episodio 40 ·

Storia di un burnout

In questo episodio di Educare con Calma vi racconto la mia esperienza con il burnout. Ne parlo questa settimana, perché ne sto superando uno, che per me non è stato il primo e credo non sarà l’ultimo. Vi spiego quali sono generalmente i miei campanelli d’allarme, che cosa provo durante il burnout e qual è la mia “routine” per prendermi cura di me stessa e superarlo. Vi parlo anche di quale sia il ruolo della mia famiglia (mio marito e i bambini) nel burnout.

Per chi ascolta il podcast su Spotify o altre piattaforme, nella pagina dell’episodio sul mio sito trovate articoli relazionati (tra cui un articolo riassuntivo di questo episodio) e potete lasciarmi i vostri commenti e raccontarmi la vostra esperienza, perché credo che le esperienze altrui aiutino sempre davvero molto.

Come appoggiare il podcast:

Io non faccio pubblicità e non accetto sponsor, perché le pubblicità mi danno fastidio e non voglio sottoporvi a più pubblicità di quelle che già vi sommergono nella vita quotidiana. Se vi piace il mio podcast e volete aiutarmi a mantenerlo vivo, potete acquistare uno dei miei corsi:

  • Educare a lungo termine: un corso online su come educare i nostri figli (e prima noi stessi) in maniera più consapevole. Tanti genitori mi dicono che gli ha cambiato la vita.
  • Co-schooling – educare a casa: un corso online su come giocare in maniera produttiva con i bambini e come affiancare il percorso scolastico per mantenere vivo il loro naturale amore per il sapere.

Benvenuti e benvenute a un nuovo episodio di educare con calma. So che nello scorso episodio vi ho detto che nel prossimo non sarei stata sola, ma ho cambiato progetti, perché ho attraversato qualche giorno difficile, ne ho già parlato su instagram, ma so che tanti mi seguono qui e magari non su instagram e quindi ci tenevo prima di tutto a ringraziarvi per la vostra pazienza, perché come avete notato lo scorso venerdì non ho pubblicato un episodio (che era tra l’altro la prima volta da quando ho lanciato il podcast) e poi anche vorrei anche spiegarvi perché la scorsa settimana sono sparita. In realtà è stato molto strano anche per me perché io sono abituata a non lasciare il lavoro a metà e l’episodio che avrei pubblicato è tra l’altro con un ospite su un argomento che a me sta molto a cuore, quindi insomma mi è dispiaciuto veramente non molto averlo ancora pubblicato, ma ho deciso di rimandarlo ancora di una settimana perché… perché questo podcast è vita vera, è la mia vita, senza troppi filtri, ormai mi conoscete, e quindi farei fatica questa settimana a pubblicare qualcosa che non rispecchi il mio umore. Credo molto nella trasparenza, anche emotiva, e quindi questa settimana vi parlo di ciò ho vissuto e che in parte sto ancora vivendo, perché in realtà non sono ancora riuscita a tornare a lavoro a pieno regime, un po’ per l’umore un po’ maciaccato (non so se questa parola la capisco solo io ma vabbè) e un po’ per via dei mal di testa quando mi siedo a computer, sono andata anche a fare una visita oculistica e la salute dell’occhio è ottima, ma appunto mi hanno detto che come immaginavo questo mal di testa è dovuto dallo stress che tra l’altro ha un effetto molto forte sulla vista (mi raccontava che a volte le persone che sono molto stressate non riescono neanche a leggere, proprio non distinguono le lettere, nonostante la salute dell’occhio sia ottima) e che quindi devo prima cercare di “risolvere” lo stress e poi quando sono più rilassata, se il mal di testa non passano, magari mettere gli occhiali quando lavoro. Ma Mi ha fatto ridere perché mi ha detto, ma in generale se passi 2-3 ore a computer tutti i giorni probabilmente è meglio che usi gli occhiali quando lavori. E io gli scherzando gli ho detto, quindi vale anche se passo circa 12-13 ore a computer? E mi ha guardata un po’ con aria di rimprovero.

E ha ragione, perché il troppo lavoro ha proprio a che fare con quello che vi raconto oggi. In questo episodio infatti parliamo di "burnout", che è un termine che nacque per descrivere un esaurimento fisico, psicologico ed emotivo dovuto al lavoro. L'immagine del burnout che ha fatto il giro di internet molti anni fa è quella di una fila di fiammiferi (a rappresentare delle persone), di cui uno è completamente bruciato. Io in realtà ho scoperto che molti di voi in italia non conoscevano questo termine inglese, ma che molti lo avete scoperto proprio in questa pandemia, quando si è iniziato a parlare di burnout genitoriale. In questo post io mi limiterò a raccontarvi la mia esperienza con il burnout perché non è la prima volta che mi capita, ma questa è forse stata la più intensa e sapete che io credo che possa essere d’aiuto sempre sentire esperienza altrui. 

Allora, da dove parto. Parto dal dirvi che da sempre Sono una workaholic, è un mio limite personale: io adoro il mio lavoro e lavorerei 24/7 e spesso non sento la fatica perché amo ciò che faccio. Circa 8-9 anni fa la mia accademia di lingue a Marbella funzionava finalmente molto bene, lavoravo 10 a volte 11 ore al giorno e per la prima avevo anche altre insegnanti che lavoravano per me – loro facevano le lezioni e io le organizzavo, orari giorni, pagamenti ecc. Di quel periodo ricordo due sensazioni ben precise e molto contrastanti tra loro: la felicità di esser riuscita da sola a costruire un business da zero e il costante stress a fior di pelle.

In quel periodo fu la prima volta che ricordo di aver superato il mio limite personale, di aver proprio toccato il fondo in maniera più evidente, e cercando di capire che cosa mi stesse succedendo trovai questo concetto del burnout (che potremmo tradurre con "esaurimento") e che era molto simile a quello che stavo vivendo. allora, però, era diverso: allora l'unica mia vera responsabilità ero io, non ero ancora madre e quindi alla fine diciamo che già solo il fine settimana mi aiutava molto a recuperare, magari dormivo tutto il fine settimana e poi stavo meglio, non benissimo, ma potevo tirare avanti. 

I burnout vissuti da mamma lavoratrice sono invece sempre stati più forti, più totalizzanti, soprattutto all'inizio, quando si aggiungeva il senso di inadeguatezza per non riuscire a stare dietro a tutto – lavoro, figli, relazione di coppia, famiglia, amici. Poi Quel senso di inadeguatezza, dopo anni di lavoro su me stessa, è ora scomparso insieme ai sensi di colpa — che reputo inutili e controproducenti. Invece L'abitudine di lavorare troppo per riuscire a raggiungere ciò che mi prefiggo è rimasta e con lei, puntualmente, quando oltrepasso il limite arriva un burnout

Ma oggi conosco i miei campanelli d'allarme

E infatti Ciò che mi aiuta di più è che il burnout, a differenza della sindrome premestruale (altro demone con cui lotto abitualmente), arriva con dei campanelli d'allarme. Ognuno ha i propri campanelli d’allarme: io sono più intollerante, ho mal di testa frequenti (che per me raro), mi arrabbio di più con i miei figli, alzo la voce, mangio male, non faccio esercizio, la mente è sempre sul lavoro (anche quando sono a tavola, sono al bar con un'amica o quando gioco con i bimbi)… è un po' come se dentro di me il lavoro fosse la priorità assoluta, ma in realtà il lavoro non mi dà gioia, e anche questo per me è molto raro. 

Ed è un po’ come se tutti i circoli viziosi si innescassero uno ad uno: più mangio male, più ho voglia di cibo spazzatura; meno faccio esercizio, meno motivazione ho di seguire il mio programma di allenamento; più voglio finire il lavoro a tutti i costi, più divento intollerante alle offerte di soccorso di Alex; più mi concentro sul lavoro, meno voglia ho di giocare con i miei figli e più vorrei rinchiudermi in una stanza d'hotel e lavorare all'infinito. Ma d’altro canto più lavoro e meno ho voglia di lavorare su ciò che devo fare, continuo a pensare che preferirei fare tutt’altro. Quindi ecco, diciamo che la mia mente va proprio in un loop, contraddizioni a mille.  

A volte riesco poi effettivamente a finire il progetto lavorativo in relativa fretta e allora questo circolo vizioso dura solo pochi giorni, i campanelli d'allarme scompaiono e io piano piano riesco a ritornare in me. Pericolo scampato. 

Altre volte, quando il carico di lavoro è più del previsto, magari non lo avevo anticipato o magari si presentano ostacoli che lo rendono molto più intenso, spesso mi ritrovo a ignorare i campanelli d'allarme (a volte inconsciamente) e quindi spingo, spingo, spingo. Penso di farcela, proprio come sono abituata a fare sempre, e mi dico. "Dai, solo un piccolo sforzo in più”, e magari fino alla fine riesco a mantenere la mia parte cheerleader che mi dice “dai carlotta, dai, dai, ce la fai” ma poi senza nemmeno accorgermene oltrepasso il limite e raggiungo il burnout

L'ultima volta che è successo, pochi giorni fa, mi ha colpita più forte del solito. È successo per il lancio del libro per bambini "Come si fa un bebè". Ignoravo i campanelli d'allarme ormai da settimane, lavoravo con il mal di testa da molti molti giorni, ero davvero esausta, dopo aver lanciato la versione italiana, ho lanciato anche quella spagnola ma gli ultimi giorni erano proprio di odio per quello che stavo facendo, ma continuavo a ripetermi "Dai, solo più questo sforzo e poi ti riposi".

Fino a quando sono arrivata al venerdì, giorno in cui esce il mio podcast, e mi ero prefissa di finire di editare il podcast, pubblicarlo e poi passare alla versione inglese del libro per lanciare anche quella nel fine settimana. Della seria, ignoriamo proprio tutti i campanelli d’allarme. E invece a un certo punto mi sono resa conto che stavo digitando a computer con le mani che tremavano. Avevo un fortissimo mal di testa, fissavo lo schermo, ma lo sguardo andava oltre, come se non riuscissi a leggere quello che stavo scrivendo. 

E nonostante avessi quasi finito l'episodio del podcast, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima: Ho lasciato il lavoro a metà, ho chiuso il computer e ho detto stop. Ora, Io sono fortunata. Ho il privilegio di lavorare per me stessa, di decidere le mie deadlines e di avere un lavoro che posso mettere in pilota automatico per qualche giorno.

È un privilegio, vero, ma è anche un'arma a doppio taglio: significa che se non mi forzo io a riposare, spesso non ci sono soste, non ci sono sere, non ci sono fine settimana. D'altra parte, però, quando oltrepasso il limite, posso staccare la spina e dedicarmi a me stessa, e questo privilegio altre persone non ce l’hanno: 

Ma quel dire stop è stato proprio un passo importante nella mia evoluzione personale, perché mi sono fermata – in passato avrei staccato 10 minuti, avrei bevuto un bicchiere d'acqua, avrei fatto qualche saltello, avrei preso un caffè e sarei uscita in strada a respirare un po' d'aria. Poi mi sarei detta "dai, un ultimo sforzo" e mi sarei rimessa davanti a computer.

E So che ce l'avrei fatta a fare un ultimo sforzo, l'ho fatto in passato, ma ho deciso invece di dare la priorità alla mia salute mentale e fisica e di prendermi cura di me stessa. E ne sono felice, perché ora siamo a una settimana dopo e non sono ancora al 100%, anzi, direi forse un 75%, quindi evo, probabilmente ho proprio passato il limite di molto senza neanche rendermene conto (o forse senza volere rendermene conto).

E quindi nei giorni successivi ho preso coscienza di ciò che era successo e ho superato il burnout in questo modo: 

  • Non ho toccato nessun dispositivo per 3 giorni, non ho preso nemmeno il telefono per fare foto.
  • Mi sono presa cura di me: ho fatto esercizio (più del solito), stretching, meditazione e face yoga (che per me è uno dei metodi migliori per rilassarmi e rientrare in contatto con me stessa perché è praticamente una serie di massaggi al viso che io adoro, ho anche scritto un post sul blog, ve lo lascio nella pagina dell’espidoio sul mio sito).
  • Ho riniziato a prendere gli integratori: spesso quando vivo periodi di intenso lavoro me ne dimentico e credo che influisca (ma questa è una mia opinione personale, non ho fatto ricerca, ma la mia sensazione è che gli integratori mi aiutano molto).
  • Ho letto un libro (bellissimo, di cui vi parlerò presto, non vi anticipo ).
  • Ho giocato e ho letto ad Oliver ed Emily, che era una cosa di cui avevo bisogno perché non l’avevo fatto abbastanza e quindi anche il mio sentirmi bene come genitore vacillava.
  • Ho dormito o comunque mi sono rilassata mentre i bimbi giocavano da soli (tempo che di solito per me è sacro quindi lo dedico al lavoro).
  • Ho camminato sulla spiaggia, che ho la fortuna di avere dietro casa.
  • Sono andata a una festa con amici: io sono un'estroversa, stare a contatto con la gente mi ricarica le energie. Per Persone come mio marito che sono introverse sarebbe forse l’opposto, ovvero gli risucchierebbero le energie 
  • E poi come sempre Mi sono accettata e perdonata sia per non essere stata gentile con me stessa e con la mia famiglia nelle settimane precedenti, sia per non essere riuscita a finire il lavoro che volevo finire.

Dobbiamo sempre perdonarci per i nostri errori perché solo così sviluppiamo una famigliarità con l’errore perché lo dico tantissimo nei miei corsi, l’errore è amico :-)

La mia famiglia

Non ho volutamente parlato prima della famiglia, perché il mio burnout non riguarda loro, e quindi non voglio che passi il messaggio che il mio burnout arrivi dal mio essere genitore, anzi io personalmente credo che l’essere genitore sia proprio una minuscola parte del mio burnout, credo che arrivi di più da tutto lo stress esterno che si riversa sull'armonia della mia famiglia, che riempie il mio calice quotidiano (chi ha il mio corso educare a lungo termine sa di che cosa parlo) e credo invece che l’avere figli in realtà per me (per me) sia un’ancora perché loro mi riportano alla realtà, alle priorità che contano, e mi accolgono e mi perdonano sempre anche quando do il peggio di me. Io mi ritengo molto fortunata ad avere Alex, un marito che mi accoglie e mi sta vicino con calma e accettazione con pazienza e Oliver ed Emily che capiscono quando ho bisogno dei miei spazi (lo hanno imparato nel tempo, eh, non è che lo fanno naturalmente, lo hanno imparato attraverso tentativi ed errori perché il nostro equilibrio imperfetto ce lo siamo costruiti e ce lo costruiamo ogni giorno con non poca fatica). Quindi Certo, i bambini influiscono (perché esistono, fanno parte dell'equazione), ma so che questi burnout li vivrei con o senza di loro: la mia famiglia in questo caso è solo la vittima, io sono l'unica artefice del mio burnout e anche l'unica che può individuarlo, riconoscerne i campanelli d’allarme e quindi controllarlo (sto lavorando sulla mia tendenza ad ignorare i campanelli d'allarme… ma piano piano riuscirò a migliorare e anzi oggi che mi conosco così bene, so che questo burnout per me è stato una svolta: la prossima volta sarò un po' più consapevole. Perché alla fine è solo così che si evolve: sbagliando, accettandoci e perdonandoci.

E con questo vi saluto, vi do appuntamento alla prossima settimana che a questo punto non so che episodio sarà perché la prossima settimana dobbiamo lasciare la Nuova Zelanda quindi se seguo il mio umore vi ritroverete un episodio un po’ emotivo, chi vivrà vedrà!

Se volete leggere un riassunto di questo episodio lo trovate sul blog www.latela.com e sono tornata un po’ più operativa anche su instagram e Facebook su @lateladicarlottablog . Vi ricambio tutti gli abbracci e le carezze che mi avete inviato questa settimana, non ho parole per ringraziarvi e non mi rimane che augurarvi buona giornata, buona serata o buona notte a seconda di dove siete nel mondo. Ciao .   

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«Educare con calma» è un bel principio di cui a me mancava solo un dettaglio: la calma. Questo podcast è un resoconto del mio viaggio interiore di genitore.

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