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Episodio 7 ·

Quella volta che Oliver ha scelto di non andare a scuola

Questa puntata è nata in maniera spontanea in seguito a un episodio che ho raccontato su Instagram, ovvero la scelta di lasciare che Oliver decidesse con la sua testa anche se significava andare contro a quello che io e Alex pensavamo fosse meglio. In una delle mie classiche (e appassionate) ragnatele di pensiero, parliamo di libertà, di limiti, di responsabilità e di privilegio di vivere in una società in cui, più spesso che no, possiamo scegliere.

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Qualche tempo fa vi ho raccontato nelle storie di instagram che una mattina Oliver non voleva andare a scuola, abbiamo provato a convincerlo dicendogli che secondo noi stava prendendo la scelta sbagliata, ma che poteva decidere lui, siamo andati fino alla porta della scuola e poi lui ha scelto di non andare. Ed Emily con lui perché non voleva entrare da sola. Quel giorno ho anche detto che sono stata felice che Oliver abbia scelto con la sua testa, senza ascoltare noi. Ho ricevuto moltissimi commenti di genitori che mi facevano domande, ma la morale era: i bambini devono rispettare l’impegno, devono imparare.

E io sono d’accordo che i bambini debbano imparare a rispettare gli impegni. Non esiste libertà senza limiti. Lo dico sempre e lo credo fermamente. I limiti sono le responsabilità che accompagnano ogni decisione, dalla maglietta che ci si mette al mattino al portare un giocattolo al parco giochi al scegliere di andare a scuola.

Ma credo fermamente che noi genitori, se seguiamo il modo in cui ci hanno cresciuti,  diamo veramente poca libertà ai nostri figli, diciamo troppi no e imponiamo troppi limiti, spesso non necessari. Siamo spesso bianchi o neri nelle decisioni, nei no che diciamo e nei limiti che scegliamo di imporre ai nostri figli, ma la genitorialità è tutt’altro che bianca e nera, è di tutti i colori. La flessibilità è la bacchetta magica della genitorialità.

Nel nostro caso specifico, quella mattina ho dovuto pensare in fretta. Ho valutato molti fattori nella mia mente. In primis, che questa non è scuola obbligatoria, è una scuola provvisoria in un paese che non è casa per noi. Nella nostra vita al momento c’è già molta incertezza, quindi a maggior ragione, ancora di più in questo momento, io devo essere un punto certo, stabile nella vita dei miei figli, devono sapere che possono fidarsi di me e che accolgo e rispetto i loro sentimenti. Poi ho valutato altri fattori, come il fatto che io non ho bisogno che i bambini vadano a scuola perché rispettano il nostro lavoro e quindi possiamo lavorare senza problemi anche con loro a casa. Che è da oltre un anno che con poche eccezioni sono 24 ore al giorno con noi e noi con loro e che è quindi mio dovere rispettare e accogliere questo sentimento e se posso venire loro incontro. E poi anche che non avevamo preso un impegno formale con la scuola, loro sono flessibili e noi siamo flessibili. 

Proprio per questa flessibilità, l’altro giorno ho lasciato che Oliver scegliesse e sono stata felice che abbia scelto a dispetto di ciò che gli dicevamo io e Alex. Sono felice che non ci abbia ascoltati perché io credo che non si crescono pensatori critici indirizzando sempre le decisioni e i pensieri. Credo sia fondamentale trovare situazioni nella vita in cui i nostri figli possano prendere le loro decisioni, non solo “che cosa vuoi metterti oggi?”, ma anche decisioni importanti, che hanno un effetto sugli altri, come quel giorno la scelta di Oliver di non andare a scuola ha avuto un effetto su Emily in primis (che voleva andare ma non senza Oliver) su di me, su Alex e sulle persone che li aspettavano a scuola. Questa è una decisione importante per un bambino piccolo

E proprio per questo dopo aver lasciato che Oliver decidesse indipendentemente, abbiamo preso l’opportunità parlare di rispetto per gli altri e per gli impegni. Per noi il rispetto per noi stessi, per gli altri e per l’ambiente deve essere sempre alla base di ogni decisione. Ma vogliamo insegnarlo in più occasioni possibili in maniera positiva, attraverso l’esperienza, attraverso le mille piccole decisioni di ogni giorno che influenzano noi stessi e magari quelle poche grandi decisioni che influenzano anche altri.

Quindi alla sera abbiamo parlato con i bimbi, abbiamo fatto una piccola riunione di famiglia. Abbiamo spiegato loro che potevano decidere di andare i giorni x x e x o non andare e che entrambe le decisioni sarebbero state ben accette da noi. Che avevano massima indipendenza di decisione. Quella sera abbiamo parlato di rispetto verso l’impegno. Abbiamo parlato di rispetto verso gli amici a scuola e verso le insegnanti. Non abbiamo parlato di obbligo, di dover andare a scuola, perché questo non è un messaggio che noi, carlotta e alex, vogliamo trasmettere ai nostri figli, o almeno non ancora perché non è ancora la nostra situazione.

E dopo tutto questo hanno deciso di prendersi l’impegno, loro, da soli. Hanno deciso che vogliono continuare ad andare a scuola qualche giorno alla settimana. E così è stato. Da allora, con questo impegno avevamo una nuova responsabilità, un nuovo limite, e le mattine che Emily non voleva entrare mi sono seduta con lei finché si è sentita pronta per entrare, ma la scelta non era più “se vuoi puoi venire a casa con me”, la scelta era “puoi decidere tu quando entrare, io aspetto con te”.

Ecco, per me questa intensa situazione è stata un esempio di come io voglio educare a lungo termine.

In questo modo hanno imparato un’importantissima lezione sul rispetto e sull’impegno senza che li forzassi, senza che li obbligassi. E quando DOVRANNO andare alla scuola dell’obbligo sono sicura che si porteranno questo insegnamento nella mente. 

Ora molti mi hanno chiesto: 

E Se fosse stata una scuola stabile? 

E Se tu dovessi lavorare? 

E Se non potessero permettersi di scegliere? 

Non posso rispondere a queste domande. Non è la mia situazione. Non sarebbe intellettualmente onesto per me rispondere a queste domande. Non sono una fan dei se e dei ma. Preferisco concentrarmi sul momento presente e sulla mia situazione specifica.

Ma queste domande mi hanno fatto riflettere su una cosa.

Personalmente non sono d’accordo sul messaggio che non possiamo permetterci di scegliere. È una mentalità che ci inculcano da bambini e ci tiene in scatole e io non voglio trasmetterla ai miei figli. Alex ha smesso scuola, scegliendolo lui, a 14 anni, non faceva per lui e ha potuto scegliere perché suo padre gli ha trasmesso che nella vita si può sempre scegliere. In quell’occasione, suo padre gli ha detto, puoi scegliere di andare a scuola o lavorare. Alex ha scelto di andare a lavorare in una pizzeria. Poi quando lavorava in pizzeria e suo padre gli ha detto, ora lavori, puoi scegliere di pagare un affitto qui o trasferirti in una casa tua, è uscito di casa. A 15 anni viveva da solo, lavorava in pizzeria e imparava a programmare (perché era un suo hobby) nel suo tempo libero. A 25 anni, lavorava con aziende del calibro di Google e aveva un’esperienza di 10 anni in più rispetto ai suoi amici che uscivano dall’Università solo allora. Tutto questo perché suo padre lo ha lasciato scegliere: e non è che lasciandolo scegliere non gli ha insegnato a mantenere gli impegni o ad avere rispetto per gli altri, ma glielo ha insegnato in maniera non convenzionale, dandogli fiducia.

Ecco, io personalmente credo che questo abbia insegnato molto di più ad Alex di quanto gli avrebbe insegnato se suo padre avesse preso la decisone per lui, che sarebbe stata quella di rimanere a scuola. Perché certo, sono sicura che suo padre non fosse sereno all’idea che suo figlio smettesse la scuola a 15 anni. È un terno al lotto. Poteva andare diversamente. Alex poteva non avere il successo che ha oggi. Non si può collegare i puntini guardando avanti, sarebbe troppo facile.

Vi racconto un’altra storia. L’altro giorno eravamo in un bar. Tempo prima avevamo donato al bar 4-5 album da colorare in modo che i bambini potessero usarli quando vanno lì. Quel giorno Oliver aveva deciso che voleva portarsene a casa uno. Gli abbiamo spiegato che non era corretto, che non erano più nostri, ne abbiamo parlato molto e poi gli abbiamo detto che doveva scegliere lui ciò che era giusto o sbagliato. Ha scelto di riportarselo a casa. Non era la scelta giusta. Ne abbiamo parlato anche dopo. Era una situazione speciale, certo, perché quel libro era nostro prima che fosse del bar quindi il sentimento di Oliver era comprensibile e io credo che sia importante dare a tutti i sentimenti il beneficio del dubbio. Come genitore potevo scegliere di lasciare che Oliver scegliesse o obbligarlo a fare la cosa giusta, ovvero lasciarlo lì. E Oliver ha scelto male, ma sono sicura che abbia imparato di più da quella sua scelta che se l’avessimo obbligato a lasciare il libro. Ho spiegato alla cameriera e gliel’ho lasciato portare a casa. Qualche settimana dopo, parlandone, Oliver mi ha detto che sarebbe stato meglio lasciarlo là. Non ha saputo dirmi le ragioni, ma so che sono lì da qualche parte nella sua mente. Lo so perché mi fido di lui e perché so che sta capendo che le nostre scelte riflettono la persona che siamo. 

E non ho aspettative precise ma credo che la prossima volta sceglierà diversamente e sono anche sicura di aver fatto bene, come genitore, a prendere questa decisione, che è controversa e discutibile, ma in quel momento era per tutti noi un’opportunità di apprendimento che ho deciso di prendere al volo.   

Voglio insegnare ai miei figli a rispettare gli altri e gli impegni perché vogliono. Perché vogliono fare la cosa giusta. NON perché devono o perché non possono permettersi di scegliere. Quando il rispetto arriva dal dovere secondo me non funziona, ha un alone di negatività. Quando arriva dalla libera scelta, dal pensiero che “ciò che scelgo oggi riflette la persona che sono” allora sì che è una scelta quotidiana e aiuta a modellare comportamenti positivi. 

A me il rispetto l’hanno insegnato come un dovere, dovevo sceglierlo anche quando non ero d’accordo, anche quando non lo capivo. Come risultato, e non sto dicendo che sia sempre così, ma per me lo è stato: quando ho più avuto libera scelta, davvero, nella vita da giovane adulta, il mio senso del rispetto non era radicato in me ed era sfocato da un senso di ribellione. Un episodio su tutti, ricordo che quando ero universitaria, andavo spesso sul bus senza pagare il biglietto. Pensavo, “Bisogna pagarlo, certo, ma non fa differenza se questa volta per questo tragitto breve non lo faccio”.  E invece sì che fa differenza, fa sempre la differenza quando non rispettiamo le regole della comunità, fa la differenza quando pensiamo a noi stessi come individui singoli e non come parte di un gruppo, fa la differenza quando prendiamo scorciatoie, quando ci facciamo una foto al museo anche se non si può fare foto… perché ogni singola scelta ogni giorno riflette le persone che siamo. Questo voglio trasmettere ai miei figli, perché io questo concetto di rispetto l’ho imparato molto dopo e spesso l’ho imparato a mie spese. 

Come si trasmette ai figli? 

Io credo insegnando con il nostro esempio in primis, essendo noi genitori le persone che vorremmo che diventassero loro. 

Io credo obbligandoli meno ad essere le persone che NOI vogliamo che siano e lasciando che LORO scelgano più spesso che tipo di persone vogliono essere. 

Lasciandoli liberi di dire no, anche quando noi pensiamo che debba essere sì. E poi ragionando con loro sulle conseguenze delle loro decisioni. 

Trasmettendo loro messaggi positivi come “nella vita abbiamo sempre una scelta” (e questo è vero per noi nella società in cui viviamo perché noi siamo privilegiati e il privilegio è un concetto che sta entrando sempre di più in casa nostra).

Questo tipo di libertà secondo me porta a persone che non parcheggiano nel posto degli invalidi perché “quella scelta riflette la persona che sono”, non perché “è proibito parcheggiare qui”.

Persone che pagano il biglietto sul bus perché “questa scelta riflette la persona che sono”, non perché “se no mi prendi una multa”. 

Persone che scelgono di non discriminare secondo il colore della pelle, lo status sociale, il background culturale, l’orientamento sessuale perché “questo riflette la persona che sono” non perché “bisogna essere politically correct”.

Persone che insegneranno ai figli che ogni decisione nella vita riflette le persone che siamo e che solo NOI possiamo deciderlo. 

E queste scelte, questa mentalità, si insegnano fin da piccoli, cambiando il linguaggio, cambiando il messaggio, obbligando MENO, lasciando PIÙ libertà di scelta.

E apro un’ultima parentesi sul discorso scuola. Mi piacerebbe insegnare ai miei figli che a scuola non si va perché si deve andare, perché è un dovere. Sarò una romantica, una idealista, ma credo che ci sia un altro modo. 

Sento tanti genitori dire frasi come, “Devi andare a scuola e basta. Anche io non ho voglia di andare a lavorare, ma ci devo andare comunque”. E magari è proprio così, magari a quei genitori il loro lavoro non piace, ma mi chiedo, è il messaggio giusto? È questa la mentalità che vogliamo trasmettere ai nostri figli? È questo il messaggio che li renderà pensatori indipendenti? 

Anche io ho detto frasi del genere in passato e a volte le dico ancora, ma voglio smettere perché non credo che insegnino a prendere decisioni sane. Non credo che insegnino a prendere decisioni sulla base del “questa scelta riflette la persona che sono”. Io come genitore preferirei trasmettere il messaggio che si può scegliere. Che si può scegliere un lavoro che si ama, un lavoro che si ha sempre voglia di fare, anche quando si è stanchi, anche quando ci si sveglia alle 4 del mattino tutti i giorni e non ci si può fermare fino a sera. 

E poi certo magari la tua realtà è diversa, magari tu non ami il tuo lavoro e devi farlo comunque, ma questo non significa che i tuoi figli debbano fare parte di quella realtà e di quel pensiero. Non significa che solo perché questa è la nostra realtà, questo sia il messaggio che dobbiamo necessariamente tramettere ai nostri figli. Le parole accendono o spengono potenzialità. Se decidiamo di trasmettere un messaggio diverso, può darsi che i nostri figli in futuro desiderino rompere quel circolo vizioso. Noi genitori creiamo mentalità e creiamo attitudini.

Io personalmente preferirei trasmettere il messaggio che si può dire di no, che si può scegliere nella vita. Che è importante riconoscere il privilegio di essere nati in una società in cui si può scegliere e onorare quel privilegio. Perché poi non sarà sempre così, certo, nella vita non si potrà scegliere sempre quello che vogliamo, ma anche quando non sarà così, questa mentalità e questa attitudine faranno sempre la differenza. E magari creeranno scelte e apriranno porte. 

Questa mentalità la si crea ogni giorno. Con le nostre parole, con i messaggi che trasmettiamo ai nostri figli e a volte proprio lasciando che decidano andando contro il “giusto” imposto dalla società, dal pensiero comune e da noi genitori.

E con questo credo di essermi dilungata anche troppo e quindi vi saluto e vi di appuntamento alla prossima puntata di Educare con calma.

Mi trovate anche su www.latela.com e su Facebook e Instagram come lateladicarlottablog. Ciao ciao.   

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«Educare con calma» è un bel principio di cui a me mancava solo un dettaglio: la calma. Questo podcast è un resoconto del mio viaggio interiore di genitore.

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