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Episodio 145 ·

Mio figlio spinge (5 anni)

In questo episodio di Educare con Calma riflettiamo sui bambini che spingono (ma puoi sostituire «spingono» con qualsiasi altro comportamento che reputi scomodo): che cosa vogliono comunicare? Perché arrabbiarsi e sgridarli non insegna nulla? Come possiamo reagire in maniera costruttiva? E facciamo anche un mini ripasso sul perché sia importante non etichettare i nostri bambini.

Benvenute e benvenuti a un nuovo episodio di Educare con calma. Oggi parliamo di bambini che spingono, ma possiamo sostituire la parola "spingono" con quasi qualsiasi comportamento che per noi genitori è scomodo.

Ricevo davvero spesso messaggi di genitori che mi dicono che i loro figli spingono amici e amiche a scuola o al parco giochi. Tra l’altro, la situazione era diventata insostenibile per me perché La Tela cresce e i genitori che mi scrivono sono tantissimi, e questo mi rende estremamente felice perché significa che l’educazione che diffondo sta arrivano da sempre più famiglie, ma io rimango una sola e quindi abbiamo trovato una soluzione bellissima che a lungo termine sarà più sostenibile e che mi permetterà di dare ai genitori il giusto aiuto nei tempi giusti (perché ultimamente stavo arrivando anche con un mese di ritardo a rispondere e non mi piace). Quindi ora se avete bisogno del mio aiuto potete creare un 1-a-1 secondo la mia disponibilità, che è una sorta di chat privata di messaggi tra di noi che rimane aperta per un tempo che decido in base alla situazione e in cui ti aiuto con una difficoltà che stai vivendo e e ti do gli strumenti per fare il lavoro tu, perché se non lo fai tu, nulla cambia. E si aggiungono a questo servizio anche persone altamente preparate che stimo moltissimo e che hanno deciso di mettere la loro competenza a disposizione della comunità La Tela. Quindi vi invito ad andare a vedere il nuovo servizio 1-a-1 su La Tela, www.latela.com e lo trovate nella barra in alto.

Oggi vi leggo il messaggio di un genitore che ha fatto anche il mio corso. Premetto che con questi genitori avevamo già lavorato sulla gestione delle emozioni del bambino con molto successo e infatti la mamma mi raccontava che finalmente lui non tendeva più a tirare schiaffi quando era arrabbiato, ma a comunicare le emozioni a parole, che per un bambino è uno sforzo colossale, come vincere un’olimpiade.

Nel messaggio che mi scrisse il genitore, però, mi colpì una frase che usò: scrisse “dopo un miglioramento nel controllo delle sue emozioni”: nonostante magari abbia solo usato la parola senza pensare, l’ho invitata a non usare questa parola “controllo”, perché il linguaggio modella mentalità e quando usiamo la parola «controllo» relazionata alle emozioni cin convinciamo che le emozioni nostre o altrui debbano controllarsi e non è così. Le emozioni devono essere accolte e processate e quasi coccolate: cresciamo con l’idea che le emozioni, soprattutto quelle scomode, vadano controllate perché non va bene mostrarle, ma la verità è che alcune emozioni le sentiamo scomode proprio perché siamo stati abituati a doverle nasconderle, a vergognarcene invece di vederle come comunicazione di un bisogno. Se noi genitori abbiamo questa mentalità del controllare l'emozione, allora probabilmente non possiamo aiutare i nostri figli a sviluppare gli strumenti per gestirle in ma fiera sana, per accoglierle e lasciare che ci comunichino come stiamo e di che cosa abbiamo bisogno. Le emozioni vanno accompagnate, non controllate. Vogliamo trasmettere ai nostri bimbi che ogni emozione che provano è valida, né positiva né negativa, ma valida e degna di essere esplorata e vissuta e non repressa: quando cambiamo questa mentalità cambia anche il tuo approccio alle crisi dei nostri figli (e alle nostre).

Detto questo vi racconto brevemente che cosa mi ha detto il genitore: suo figlio allora aveva 5 anni e stava mettendo in atto comportamenti che (riporto le parole esatte) non vanno bene, per esempio tende ad essere facilmente frustrato, un po' aggressivo con gli amichetti, è molto deciso, dà ordini, vuole giocare solo come vuole lui e spesso spinge. La maestra ha riferito che a volte è molto collaborativo, ma a volte risponde in modo arrogante anche a lei oltre che ai compagni. Poi mi ha anche raccontato un episodio in cui erano con amici e suo figlio ha spinto e che quando sono arrivati a casa (che è stato difficile perché per portarlo via dalla festa dopo quell’episodio scappava dai genitori e si buttava a terra) loro hanno cercato di capire come mai avesse spinto, ma lui ha detto che non lo sapeva. E quindi mi chiedeva che cosa potrebbe fare se succedesse di nuovo.

Prima di tutto mi sono concentrata ancora una volta sul linguaggio perché il linguaggio modella mentalità e ho riflettuto sulla frase "sta mettendo in atto altri comportamenti che non vanno bene". Sono d’accordo che spingere non sia gentile, ma credo sia importante ricordare che ogni comportamento per i bambini è comunicazione. È vero, non va bene spingere, ma è anche vero che più vediamo questi comportamenti come sbagliati ci concentriamo sul comportamento (e magari lo puniamo andando via dalla festa) e perdiamo di vista ciò che davvero conta: che cosa mi vuole comunicare con quel comportamento? Perché si sente a disagio in questo momento, tanto da spingere e usare il le mani per comunicare? Perché usa le mani per comunicare? Ha gli strumenti per fare altro? Quando usa le mani per comunicare mi prendo il tempo per capirlo o lo sgrido e lo faccio sentire sbagliato, senza davvero lavorare su come può esprimere quell’emozione in futuro? Queste sono domande importanti e so che sono difficili, perché, anche se abbiamo scelto questa educazione, non ci viene spontanea e quindi non sempre riusciamo a vedere la persona dietro al comportamento.

Ora, un bambino che spinge è un bambino non ha ancora capito come gestire una determinata situazione ed emozione in maniera diversa, probabilmente non conosce l’alternativa. Per esempio, immaginiamo che un bambino spinga spesso e il genitore continua a dirgli «non si fa, non si spinge, spingere non va bene, se spingi andiamo a casa». Il bambino non impara gli strumenti per comportarsi diversamente, l’unica cosa che sa è che spingere non va bene ma quando è disregolato non può ricordarselo perché il suo cervello non è ancora maturo abbastanza da gestire da solo le emozioni forti… Dico sempre di immaginare il nostro cervello come una lampada da terra: quando siamo disregolati è come se la lampada non fosse collegata alla presa (il cervello rettile ha il sopravvento) e non possiamo accenderla quindi non possiamo attivare la parte razionale del nostro cervello. Tra l’altro, se non conoscete la nostra guida «È il tuo coccodrillo» vi consiglio di andarla a vedere perché ha aiutato migliaia di famiglie a gestire le crisi in maniera più calma, perché non è solo una guida per il genitore ma include anche un librino stampabile per l’infanzia e i bimbi si immedesimano tantissimo nel protagonista Oscar.

Quindi ricapitolo che se no mi perdo: ogni volta che mio figlio spinge io lo riprendo e lo sgrido, magari vado a casa dal parco come punizione. Che cosa impara mio figlio? Nulla. 1. Perché in un momento di crisi la parte pensante del cervello è scollegata e le nostre parole non arrivano e 2. Perché non gli sto insegnando a fare diversamente la prossima volta, non gli sto mostrando l’alternativa. Gli dico «non fare quello», ma non gli dico che cosa può fare invece di «quello».

Quindi che cosa possiamo fare invece di quello? Nel momento in cui i nostri bambini hanno dei comportamenti scomodi, il nostro lavoro di genitore è credere loro: se spinge è perché si sente a disagio e non sa ancora come gestire quel disagio. Dobbiamo dare loro il beneficio del dubbio e credere che loro non vogliono comportarsi così, ma semplicemente non sanno cos'altro fare, quindi dobbiamo dargli quegli gli strumenti.

Per dare loro gli strumenti, prima di tutto dobbiamo silenziare la vocina che ci dice «ti stanno guardando tutti». Lo so che in pubblico ci sentiamo in dovere di sgridare nostro figlio perché così gli altri genitori pensano «ah ecco sì sta facendo il genitore, sta facendo il suo lavoro, sta controllando suo figlio», ma in realtà dobbiamo scendere da questa ruota perché se noi continuiamo a sgridare i nostri bambini e usare il polso duro senza dare delle alternative di comportamento e fargli ramanzine in un momento in cui la loro mente non è predisposta a imparare è completamente inutile. Non stiamo insegnando nulla, non stiamo imparando nulla. È veramente una situazione in cui perdiamo tutti. Quindi prima di tutto dobbiamo toglierci di dosso questa necessità di sgridare i figli per far vedere agli altri genitori che sappiamo gestire la situazione perché quello può essere il modo in cui i miei genitori gestivano la situazione, ma non è il modo che ottiene collaborazione, che è alla base della fiducia, che è alla base del rispetto, che è alla base di una relazione costruttiva e sostenibile con i nostri figli a lungo termine.

Quindi diamo il beneficio del dubbio e poi, forse ne ho parlato anche in altri episodi quindi non mi dilungo, la prima cosa che faccio è andare dalla «vittima» a chiedere se sta bene così modello il comportamento per mio figlio: mi chiedo «quando mio figlio vede una persona che spinge un'altra persona che cosa vorrei che facesse? Io vorrei che andasse dalla persona che spinta e la aiutasse, chiedesse "stai bene?", la consolasse o stesse vicino a quella persona. Quindi questo è esattamente ciò che faccio io.

Poi rimango calma e arrivo da mio figlio dandogli il beneficio del dubbio descrivendo: «Hai spinto il tuo amico e lui ora piange. Vuoi andare a chiedere se sta bene?». Se vedo che è disregolato (è anche possibile che non lo sia e magari sia fermo, perché scioccato da quello che è successo), ma se è disregolato, magari scappa da noi, magari ride, magari piange… glielo dico: «In questo momento sei disregolato, vieni con me, ti aiuto».    Se non vuole venire, lo prendo gentilmente in braccio, anche se urla e piange, gli dico che lo capisco e mi allontano dal gruppo per poter essere solo noi due. Mi ricordo che c'è sempre un bisogno dietro a ogni comportamento, c'è sempre una richiesta d'aiuto dietro a un comportamento scomodo e questo mi aiuta ad attivare la mia empatia. E poi aspetto che il cervello sia calmo e offro solo presenza facendogli capire che voglio aiutare. Quando il cervello è calmo, quando siete entrambi calmi, allora potete chiedere di raccontarvi (parliamo di un bambino di 5 anni quindi ne sarà probabilmente in grado): chiediamo che cos’è successo e proviamo a ragionare insieme su come si è sentito, che cosa avrebbe potuto fare invece di spingere ecc… non gli imboccò le parole, ma se vedo che ha bisogno di aiuto gli faccio da interprete. Per esempio:

«MI stai dicendo che volevi la palla e così hai spinto l’unico? Sai che ci sono altri i per chiedere la palla? Vuoi che te ne dica alcuni e poi li proviamo insieme?» E offriamo alternative e spieghiamo che spingere non è gentile e che solo noi possiamo scegliere di essere gentili (credo che sia importante che anche questo faccia parte della comunicazione e della conversazione).

Ovviamente è un processo, mio figlio non smetterà domani di spingere: smetterà quando ha le parole per comunicare le sue emozioni, quando ha praticato abbastanza la forza di volontà per non esprimere l’emozione con le mani, quando ha gli strumenti di cui ha bisogno per scegliere un comportamento diverso.

Solo più due precisazioni che mi sono venute in mente mentre parlavo e spero di non ripetermi ma se mi ripeto repetita iuvant.

La prima è che questi comportamenti appartengono alla maggior parte dei bambini che non hanno ancora imparato a gestire le proprie emozioni e la propria frustrazione. Non significano che il bambino sia cattivo o birichino. Mi chiedete spesso «è normale che mio figlio si comporti così?». Io non amo la parola normale, perché… be’, che cos’è normale o anormale, chi decide chi e cosa è normale o anormale? Per me è ovvio che se un bambino disregolato non conosce un’alternativa, spinge. È ovvio che un bambino disregolato diventi aggressivo con gli amici se nessuno gli ha mai insegnato come gestire quell’emozione. È ovvio che una bambina dia ordini e voglia giocare solo come dice lei se nessuno ha mai dedicato il tempo di mostrarle come trovare il compromesso e che cosa può fare invece di dare ordini… Insomma, avete capito.

La seconda precisazione che ci tengo a fare è questa: se mi seguite da un po’ lo sapete già: credo che sia importantissimo smettere di etichettare i nostri figli (birichino, cattivo, arrogante, sfidante, oppositivo, aggressivo, esagerato, inflessibile…). Di questo tra l'altro abbiamo, ho parlato anche nell’episodio 34 del podcast che si intitola «smettiamo di mettere le persone in scatole». Più noi etichettiamo i nostri figli più:

1) il bambino si crea una visione di sé nella propria mente: si convince di essere proprio così come noi lo descriviamo e quindi è anche più incline a portare avanti quel comportamento.

e 2) quando usiamo un’etichetta è molto più difficile che vediamo nostro figlio per chi è: è molto più probabile, invece, che lo vediamo per come si comporta. Dobbiamo cercare di scindere chi è nostro figlio da come si comporta, dobbiamo scindere la persona dal comportamento il fatto che nostro figlio a volte si comporti in modo egoista non significa che egoista.

Il fatto che nostro figlio a volte si comporta in modo aggressivo non significa che è una persona aggressiva, ma noi quando usiamo queste parole, quando usiamo questo linguaggio, quando etichettiamo i nostri figli, automaticamente nella nostra mente stiamo creando un'immagine di loro che è proprio così come li descriviamo. Questo tra l’altro funziona con tutti, non solo con le persone piccole. Se io penso di Alex «È asociale» tendo molto di più a comportarmi in un modo che tiene in conto di questo suo essere asociale, e quindi ci precludo situazioni che magari lui avrebbe scelto. Storia vera di qualche anno fa, tra l’altro, prima di imparare a fare l’aggiornamento di noi e di chi siamo.   

Quindi: vi invito con ogni fibra di me a smettere di etichettare i bambini, le persone in generale. Le parole che usiamo sono così potenti che quando cambiamo il linguaggio, automaticamente cambiamo la mentalità e quando cambiamo la mentalità scendiamo da qualsiasi ruota dalla quale vogliamo scendere.

Ok, ho parlato più veloce di un treno ad alta velocità, lo so, ma questo argomento mi appassiona perché credo sia una delle basi delle basi dell’educazione che abbiamo scelto.

Credo di avervi detto tutto, forse anche di più, e spero che questo episodio vi sia stato utile e soprattutto, se siete arrivati fino qui, grazie per il tempo che mi avete dedicato. Vi ricordo come sempre che mi trovate anche su www.latela.com e da lì trovate tutto il resto, anche il mio Instagram.

Buona serata, buona giornata o buona notte, a seconda di dove siete nel mondo. Ciao! Ciao! Grazie.

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«Educare con calma» è un bel principio di cui a me mancava solo un dettaglio: la calma. Questo podcast è un resoconto del mio viaggio interiore di genitore.