Separazione, cambio città e senso di colpa
Primo post
Ciao a tutte/i, è la prima volta che scrivo e sono in un momento di crisi importante. Il mio bambino ha da poco 3 anni. Da quando è nato il rapporto con il mio compagno si è fatto sempre più difficile: per lui è stato molto difficile adattarsi alla vita con un bambino, nonostante lo avesse desiderato. Credo siano uscite cose sue non risolte che non avevano nulla a che fare né con me né con il bambino, ma in 3 anni di tentativi non sono riuscita a salvare la nostra coppia (reazioni di chiusura e aggressività ogni volta che percepiva una "critica", percorso da un terapeuta di coppia interrotto da lui dopo solo 2 mesi, continua negazione dei miei stati d'animo e via così). Da quando il bambino ha avuto 2 anni sono iniziati anche grossi problemi nel modo in cui si rapportava con il bambino (alla fine, di fatto, determinando un attaccamento ambivalente). Alla fine decido di separarci, perchè non ce la faccio più e non vedo soluzioni (per molto tempo avevo avuto speranze). Ecco la complicazione: io da 10 anni vivo nella città del mio compagno che però non è la mia. Decido di tornare a vivere con mio figlio nella mia città di origine dove ho appoggio dei miei e rete di familiari e amici più ricca a supporto mio e del bambino (in realtà non proprio una decisione di impulso perché già da mesi sentivo questo desiderio e lo avevo condiviso anche col padre di mio figlio, che all'epoca capiva e concordava). Quando ci troviamo nella situazione di separarci a inizio estate chiedo di spostarmi a breve, per l'inizio della scuola, in modo che mio figlio possa iniziare là la scuola dell'infanzia. Il mio (ex) compagno non si oppone ma mi dà la colpa di tutto, di aver rovinato la sua famiglia "felice" (che non siamo mai stati, di sicuro per lui per cui stare con noi era un "incubo", parole sue), che se porterò avanti questo progetto il bambino non avrà più un padre e sarà tutta colpa mia... (distanza dalla sua città 4 ore di auto, gli è stato offerto un appartamento di un'amica dove può venire gratis quando vuole per stare col bambino, lui lavora quasi sempre da casa e ha auto aziendale quindi neanche paga la benzina). In più concordiamo che sarò io portare il bambino da lui 1 volta al mese. Lui dovrebbe venire qui 1 volta al mese, in modo da stare col bambino ogni due settimane circa. Io e il mio bambino ci siamo appena trasferiti in un appartamento accanto ai miei. Ho già trovato un lavoro per fine settembre. Ma mi sento male. Quel sollievo che speravo di trovare non è arrivato: mille pensieri e sensi di colpa mi affollano la mente. Per il mio compagno che, per quanto disfunzionale di sicuro sta soffrendo, per la paura di aver preso una decisione sbagliata... ma io non mi sentivo di continuare a vivere lì.. sarei stata quasi sempre sola con il mio bambino, senza aiuti né pratici né psicologici... non è stata una scelta facile ma a lungo termine mi sembrava la migliore. E se ho sbagliato? E se invece sarebbe stato meglio per il mio bambino avere il papà vicino, anche se una madre un po' più scontenta? Non conosco nessuno con esperienze simili e mi sento persa...
Team esteso
Carissima Silvia,
La tua condivisione è preziosa per tantissimi aspetti e sono sicura che tocca corde profonde in chi passa di qui a leggere, non meno le mie che, come mediatore familiare ho scelto di farne il mio lavoro.
Sono certa, da come scrivi, che le decisioni prese abbiano tenuto al centro il vostro piccolo, i suoi bisogni e quello che per te, genitore prevalente che si occupa della sua crescita, può essere fonte di risorse.
Sono assolutamente legittimi tutti i dubbi e le sofferenze che hai condiviso e qui torna un parodosso inevitabile: nel momento in cui siamo più fragili abbiamo anche la responsabilità di rimanere centrati per i nostri piccoli; un paradosso ma che di fatto risponde ad esigenze reali e concrete, pertanto, mi preme rinforzare l’importanza di una rete di supporto intorno, per te e per il bambino, in primis e sostenere la scelta che hai preso nell’avvicinarti a chi può essere per voi un aiuto presente.
I nostri piccoli imparano da noi come si è famiglia, come si è coppia, come si sta in relazione, hanno bisogno di poter vedere degli esempi pratici che saranno per loro strumenti per andare nel mondo e, leggendo la tua condivisione, credo proprio che tu stia lavorando per tutto questo.
Se hai bisogno di approfondire o trovare uno spazio individuale mi trovi qui ne La Tela, ringrazio anche le condivisioni che sono arrivate qui sotto che normalizzano le fatiche e offrono esempi di grande resilienza.
Un caro saluto
Karen🌷
Cara Silvia, quando ho letto la tua storia, mi si è acceso un solo pensiero in testa. La vita ti ha posto davanti ad una scelta difficilissima in tutti i modi che posso solo immaginare. E, cercando di mettermi nei tuoi panni, penso che forse nessuna delle opzioni di scelta sarebbe stata pienamente soddisfacente per te e per le altre persone coinvolte e, di fondo, resta la paura di aver intrapreso la strada sbagliata.
Ma forse non esiste la strada o la scelta giusta né quella sbagliata. Tutte le scelte sono valide.
La tua è una scelta valida e, penso che forse questa tua sensibilità nel metterti in discussione, ti aiuterà ad affrontare i cambiamenti al meglio possibile.
Un abbraccio
Cara Silvia,
Ti scrivo solo per dirti che ti capisco e ti sono vicina. Forse questo non ti servirà ad alleviare il tuo senso di colpa e la.tristezza. Sappi che non sei l'unica a vivere situazioni così.. e per alcune sei stata molto forte e determinata. Hai pensato al bene di tuo figlio. Il bene tuo è il suo. Non si può crescere i bambini in una famiglia non famiglia.
Complimenti per la tua tenacia. Ti auguro il meglio e di star presto in serenità. Un abbraccio
Grazie. Mi risuonano in testa le parole del mio ex compagno: se avessi pensato al bene del bambino saresti rimasta qui così io sarei stato vicino ma invece sei un'egoista e ti trasferisci perché pensi solo a te stessa.
Ambassador
Silvia, meraviglia. Ti mando un abbraccione. Sono qua che rileggo e rileggo le tue parole e sento quanto siano pesanti.
Arrivi a me come una mamma che ha scelto ponderando ogni aspetto, le tue necessità come persona, quelle del bimbo, le possibilità di spostarsi del padre, la necessità di avere un lavoro, di avere una rete di supporto. Hai pensato a tutto e lo hai lì, ben chiaro. Ti sei fatta carico per tanto tempo delle responsabilità e anche delle emozioni e sofferenze del tuo ex compagno. Hai un cuore grande e vorrei darti un abbraccione forte forte in questo momento.
Io ho avuto una situazione egualmente difficile, diversa, ma con qualche punto di contatto. Posso raccontarti alcuni aspetti e condividere come li ho affrontati e i ragionamenti che ho fatto io, spero che la mia condivisione possa in qualche modo, almeno, farti sentire meno sola.
Con il padre di mia figlia ci siamo lasciati quando io ero all ottavo mese di gravidanza. Durante tutto il primo anno di vita della bimba gliel’ho portata, ogni mese, al bar che gestiva per permettergli di vederla. Quando ho ricominciato a lavorare dopo 12 mesi di maternità, gli ho detto che non avrei più potuto gestire questi incontri, che poteva venire lui, quando voleva, bastava mi avvertisse la mattina e che si organizzasse per venire fra le 17.30 e le 21, dopo il nido e prima della nanna. Si è fatto rivedere 13 mesi dopo l’ultima visita gestita da me. Nel mentre è stato sempre molto pressante per telefono facendomi ricadere addosso tutta la responsabilità della situazione. Eravamo a 800m. Io ho comprato casa a 800m da casa sua per non metterlo in difficoltà ed esserci. Ma nemmeno questo è servito. Ad un certo punto ho capito che non potevo io farmi carico della sua paternità, che doveva essere lui responsabile del suo esserci o non esserci. Il farmi carico in toto della vita e della gestione di mia figlia era sufficiente, non potevo anche prendermi carico dei suoi doveri. Un genitore, per la legge, deve esserci. Per rispetto del diritto del bambino alla bigenitorialità, che si esprime con la cura economica e con la presenza continua nella sua vita di entrambi i genitori. Ciascun genitore deve fare ciò che gli compete per non violare questo diritto del proprio figlio, non può farlo solo uno dei due per entrambi. Mi sono poi resa conto che il suo modo di colpevolizzarmi per le sue mancanze era una forma di manipolazione e, stanca e disarmata di fronte al suo potere su di me, perché era capace di farmi pensare quello che voleva e farmi sentire in colpa per le sue mancanze, io in questo caso chiesi supporto a mia sorella…. E qualunque conversazione avessi con lui, gliel’ho fatta gestire a lei… per un bel po di tempo.. un anno almeno. Non avevo la forza per farlo da sola e dipendevo troppo dal suo giudizio. Con la terapia poi sono stata capace di emanciparmi… ma diciamo che per almeno 3 anni non mi sono permessa di avere un mezzo rapporto affettivo per il terrore, terrore, di instaurare una relazione di questo tipo… in cui io sapevo di avere ragione, che tutto quello che pensavo era ben ponderato e oltremodo altruista, per niente egoista egocentrico o vendicativo… ma in cui mi sentivo sempre in difetto.
Quando poi mia figlia ha fatto 2 anni ho chiesto la decadenza della responsabilità genitoriale del padre. Ho chiesto questo per avere la possibilità di esserne l’unica responsabile da un punto di vista legale. È stato poi il servizio sociale, insieme alla curatrice speciale assegnata dal tribunale a chiedere che il padre potesse cedere la bambina solo passando dalla mediazione del servizio. Io non l’avevo chiesto. Lo hanno valutato loro dopo averlo conosciuto e sentito. Il giudice ha deciso che per vederla, deve richiedere degli incontri in ambiente protetto al servizio sociale che li potrà organizzare e monitorare, con la presenza di psicoterapeuti, e valutarne l’evoluzione.
Non ne ha mai chiesto uno.
Con tutta la fatica che ho fatto quel primo anno a portargliela costantemente, a mandargli foto per aggiornarlo su tutto, a stare sempre a Torino e non a Firenze dai miei genitori per non allontanarmi mai troppo da lui, caso mai avesse voluto vederla… niente, non ha mosso un muscolo.
Sono fortunata, perché mia figlia non l’ha mai avuto in realtà questo padre e alla fine non ha mai vissuto un momento di distacco. E sono anche contenta di essere riuscita a scegliere per lei e non per lui. Perché lei è bambina e ha bisogno che la sua mamma scelga per lei, mentre lui è adulto ed è bene che faccia lui le sue scelte, le sue fatiche, i suoi sacrifici, e che sia lui artefice del suo destino. Non sta a me renderlo un buon padre, io mi impegno ogni giorno ad essere la migliore versione di madre che riesco ad essere.
Scusami. Forse ho preso troppo la tangente in questa mia condivisione. Ora mia figlia ha 4 anni, era da un po’ che non ci pensavo. 💜
Ti mando ancora un abbraccione, e buona notte.
Grazie infinite per il tuo racconto. Nel nostro caso non c'è stata una "negligenza" di questo tipo nei confronti del bambino (del resto ci siamo separati solo ora che il bambino ha 3 anni). Più che altro io ho visto dalla nascita di mio figlio una notevole frustrazione su tutto, scontentezza e insoddisfazione della sua vita ("non ho più una vita" il ritornello). Lui ha riversato questo suo malessere su di noi: sul bambino in primis (perché non dorme e invece gli altri dormono, perchè lui è troppo vivace, perchè non vuole stare in auto, perchè non mangia e via così...); e poi su di me (se non era colpa del bambino era colpa mia: tutte le mie idee "naif" su come allattare e gestire il sonno... ). Su tutto era completamente disconnesso da noi e tutto concentrato sul suo malessere. In questo trovo una somiglianza con la tua storia: anche lui non si è mai ritenuto "responsabile" del suo stato d'animo (ho 35 anni, ho un figlio che volevo e la vivo così... non è che sono io che sto funzionando male?) e anche io per molto tempo mi sono ritenuta responsabile di questo (io/noi non siamo abbastanza per lui, forse potrei fare di meglio per far sì che lui sia più contento...). Ora lui sostiene che avrebbe potuto essere una situazione idilliaca la separazione se io non mi fossi spostata... io ammetto che per lui sarebbe stato più semplice la logistica ma per l'appunto ho pensato più a me e all'ambiente in cui volevo che mio figlio crescesse. Garantendogli il mio massimo impegno per favorire la sua presenza col bambino. Ma da qui lui ha deciso che non potrà avere nessun ruolo... anche dal punto di vista economico (per ora abbiamo firmato un accordo con mediatore familiare) ha concesso meno del minimo per quella che è la sua situazione.. e la motivazione è sempre la stessa, cioè che sono io che ho voluto andare via e quindi che non intende "pagare le mie bollette". Si preoccupa molto di ciò che lui perde (non potrò vederlo quando voglio e senza sforzo) ma anche di non aver troppi doveri (se avrò un'altra famiglia non posso essere vincolato a venire giù un weekend al mese per 15 anni!). Mai una volta gli ho sentito dire che è preoccupato che il bambino possa sentire la sua mancanza, cosa che invece preoccupa me. Anche se la teoria la so, sento il peso di questa decisione, e fatico a emanciparmi dal sentire di aver fatto in qualche modo qualcosa di male. Dal suo punto di vista io gli devo essere eternamente debitrice perché mi ha concesso di spostarmi con il bambino, motivazione che usa anche per richiedere a me il grosso degli sforzi per garantire le visite. Non mi sembra giusto ma anche mi sento in colpa... spero che staremo bene e troveremo un equilibrio nel tempo😪
Ho bisogno di stare bene per ripartire con mio figlio qui con una nuova vita, e lui ha bisogno che io sia serena.