La coppia santa.
Sento una profonda gratitudine, Carlotta, e vivo interesse, per la ricerca che stai portando avanti, per questo incredibile laboratorio comunitario che hai messo su.
Trovo estremamente fertili i pensieri che condividi.
Ne susciti in me tantissimi altri.
Crescono in un’altra dimensione rispetto a quella sondata da te, ma spero che non li troverai fuori luogo, perché l’intenzione è la stessa, e la complessità della vita sollecita approcci multidimensionali.
Tu studi le traiettorie nello spazio e come modificarle, i miei pensieri girano intorno a cosa accade se modifichiamo lo spazio.
Cambiando metafora, tu studi come evolvere i passi di questa danza, io mi chiedo come si trasformano se assumiamo una postura diversa: se teniamo il baricentro basso a terra, o lo solleviamo verso il cielo; se blocchiamo busto e bacino, o pieghiamo le ginocchia e svincoliamo il bacino dal resto.
Tutti concordiamo che l’amore verso i figli debba essere incondinzionato, vogliamo che sia così, è la stella cui facciamo riferimento per orientarci in mezzo alle difficoltà che incontriamo.
Per certi versi è un ideale irraggiungibile, una forma di santità, ma questa obiezione non la consideriamo rilevante, parlando di figli, come è giusto.
Ma non è ovvio assumere questo polo per ogni relazione?
L’amore incondinzionato, io ti amo qualunque siano i tuoi sentimenti, qualunque cosa tu faccia o dica a me e al mondo, io ci sono sempre, sono la terra sotto i tuoi piedi, ti sostengo e ti accompagno ovunque vai: non è il punto all’infinito di qualsiasi amore?
Depongo l’orgoglio, la corazza e le armi: sto nudo davanti a te.
Se fai del male a me o altri, è perché non sai quello che fai: non mi offendo, non reagisco, mi adopero finché insieme diverremo a santità.
Mi consacro a te, ho cura di te, voglio soddisfare ogni tuo bisogno.
In cambio non chiedo nulla, e tu sei libera di fare ciò che vuoi.
Non è questo il punto all’infinito dell’amore?
Assumo questa postura, ed è la medesima nell’amore che provo verso me stesso, verso te e verso tutto il mondo: cambia l’articolazione, permane il senso.
Non mi curo dei miei bisogni, ne avrai cura tu se vorrai, o altri, ma non io, non sono io che devo soddisfare i miei bisogni, non è questo il mio fine, il mio fine sei tu.
Così mi getto nel mondo, fuori di me, verso tutto.
Così i mille lacci dell’io che vuole per sé, che duole per sé, non trovano spazio cui aderire, dileguano.
Cosa resta allora di tutto quel difendersi, offendersi, aggredire e ferire?
Nella misura in cui mi tendo verso questa postura, indipendentemente da ciò che fai tu, unilateralmente, come cambia la nostra relazione?
E nella misura in cui tu fai lo stesso verso di me?
Arrendersi, accogliere, curare, cos’abbiamo davvero da fare? cosa è che ha senso fare? se non amare attivamente?
L’amore incondinzionato è la via.
Proprio perché iperbolico, assurdo, irraggiungibile e provocatorio questo amore può essere la forza che riplasma lo spazio delle nostre relazioni.
Cosa ne pensi?
Cosa ne pensate?