In salotto con Giada Vettorato: il digitale come strumento di identità, appartenenza e accettazione
Il «filo rosso» della diretta: in preadolescenza il digitale non è un problema in sé, ma il luogo (non lo strumento, come per noi adulti) dove si giocano tre bisogni più grandi e più antichi degli schermi: appartenenza, identità e accettazione. La domanda da cambiare è: da «Quanto tempo trascorre con il digitale?» a «Quale bisogno sta cercando di soddisfare?».
Da qui discendono i punti pratici principali:
Appartenenza: restare fuori da una chat significa fare da soli la traversata verso l'adolescenza, che invece chiede compagni di viaggio. Doppia faccia: il gruppo classe, ma anche la possibilità di trovare online la propria gente quando ci si sente diversi.
Identità: hanno bisogno di luoghi appartati, lontani dallo sguardo adulto, per sperimentare chi sono.
Accettazione: emerge soprattutto come bisogno di non essere giudicati. La vergogna inizia in preadolescenza e il compito del genitore è far sentire che c'è sempre uno spazio senza giudizio dove tornare.
Altri passaggi importanti:
La favola personale. Un bias tipico della preadolescenza per cui il proprio dolore sembra unico e incomprensibile a chiunque. È anche l'età in cui inizia la vergogna.
La paura del genitore. Distinguere «solo paura» da «paura mista a farfalle» e soprattutto chiedersi se la paura riguarda lo strumento o piuttosto il conflitto e la disconnessione dal figlio.
Il giudizio come errore di percorso. Cambiamo il copione: «Non venire a piangere da me, te l'avevo detto» ➡️ «Vieni da me, anche se ti avevo avvisatǝ». È ciò che tiene aperta la base sicura.
Lo spegnimento e la metafora dei «due pianeti»: invece di chiamarli dal nostro pianeta, possiamo salire sulla navicella, entrare nel loro mondo, connetterci e poi proporre di spegnere insieme, per creare armonia intorno allo spegnimento.
Schermi attivi VS passivi e lo stato di trance: una serie o un cartone spengono la mente, una lezione di disegno o yoga lasciano il corpo attivo e la mente apprende.
Dipendenza vera VS fatica a staccare: la dipendenza richiede una negligenza genitoriale costante (zero no, nessuno sport, nessun amico), non nasce da un'ora di videogioco.
Lo «zoom out» / la big picture: non ingigantire i cambiamenti (amici, gusti, hobby che saltano), perché sono tentativi di individuazione, prove ed errori normali.
Le domande che sono emerse
Perché per un ragazzo restare fuori dal gruppo WhatsApp della classe è una cosa seria?
Quando unǝ preadolescente passa ore a curare il proprio profilo o immersǝ in un videogioco, quale bisogno sta soddisfacendo?
Come facciamo a capire quale bisogno si nasconde dietro lo schermo?
Figlio di 9 anni in terza primaria, i compagni hanno già il telefono, ho paura che la richiesta arrivi troppo presto.
Mio figlio non vuole che io veda cosa posta: è normale, come mi comporto?
Come insegnare loro a gestire questo mondo online?
Devo aver paura della dipendenza se mio figlio fa già fatica a staccarsi dai videogiochi?
Ho paura della solitudine nel processare informazioni nelle chat di Whatsapp. Come prevenire o dare regole?
È corretto che a spegnere sia il genitore?
Bimba di quasi 11 anni, ancora senza smartphone nonostante tre quarti dei compagni ce l'abbiano, che davanti a film, serie e giochi si estranea totalmente. Mi spaventa questo meccanismo: come gestirlo?
Messaggio finale di Giada: bocce ferme! Quando guardi la registrazione capirai…
Risorse di cui abbiamo parlato (e in arrivo)
È in arrivo una nuova categoria del Percorso per Educare a Lungo Termine interamente dedicata alla preadolescenza.
Masterclass di Giulia Dall'Aglio sul primo smartphone:
Diretta con Silvia D'Amico sul sistema nervoso nella dinamica del digitale:
Lezioni dedicate agli schermi nel Percorso per Educare a Lungo Termine.
Diretta precedente con Giulia Dall’Aglio sui videogiochi.
Ok non è una questione di tempo ma non si può lasciare che i ragazzi stiano sul cellulare o PC con videogiochi(m13 non ha ancora il telefono) per ore come fare come individuare il bisogno nascosto?