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Episodio 32 ·

Cultura Masai, Montessori, rabbia e adozione / Con Gaia Dominici @siankiki

In questo episodio di Educare con Calma ho invitato Gaia Dominici, che molti di voi conoscono su Instragam come @siankiki, a parlare di educazione dolce e Montessori. Gaia è nata in Colombia, è stata adottata da genitori italiani e oggi vive nella Savana dove cresce sua figlia Naresiai con suo marito Ntoiay.

Abbiamo parlato di maternità in culture diverse, delle somiglianze tra il metodo Montessori e il modo di crescere i bambini nella cultura Masai, di preconcetti ed etichette che si affibbiano ai bambini, di genitori che giudicano genitori, di rabbia e di calma, di adozione e delle differenze con l’avere figli biologicamente.

Questo è un episodio lungo, ma che spero troverete il tempo di ascoltare — preparatevi perché pianterà semini nella vostra mente.

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Carlotta Cerri: [00:00:00] Benvenuti e benvenute ha un nuovo episodio di Educare con calma. Questa settimana non sono sola, ma ho con me una donna e mamma che io stimo moltissimo e che ho voluto invitare a parlare di genitorialità perché la sua esperienza di madre è un po' particolare e io credo che possa essere davvero di grandissima ispirazione per moltissimi genitori. Lei si chiama Gaia, ma molti di voi la conoscono come Siankiki. E se già la conoscete saprete che lei e la sua famiglia vivono nella savana con il Kilimangiaro alle porte, ed è lì, con le giraffe in giardino, praticamente, che con suo marito Ntoiay, lei cresce Naresiai, la sua bimba che ora ha un anno e mezzo. Ma la sua storia potete davvero trovarla in tantissime interviste su Internet o leggendo i suoi meravigliosi post su Instagram? Che vi consiglio, perché per me lei è una scrittrice bellissima e delicatissima, ma oggi invece vorrei parlare con lei proprio di educazione dolce, perché voi ormai mi conoscete, io sono curiosa e visto che il modo che Gaia ha di essere madre mi incuriosiva in quanto lo sentivo molto vicino al mio, anche se viviamo in due realtà completamente diverse, allora, un paio di mesi fa le ho chiesto se le andava di leggere il mio corso Educare a lungo termine e lei ha accettato. E sono nate talmente tante bellissime conversazioni tra me e lei che oggi abbiamo deciso di condividerne qualcuna con voi. Quindi non mi rimane che dare il benvenuto a Gaia. Ciao Gaia. Come stai?

Gaia Dominici Siankiki: [00:01:45] Grazie per avermi voluta. Bene, speravo di essere da sola in tranquillità, invece, come sempre in vita da mamma, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo.

Carlotta Cerri: [00:01:59] È un podcast di maternità, quindi è solo adatto e appropriato che ci sia anche Naresiai con noi.

Gaia Dominici Siankiki: [00:02:06] Esattamente, lei è la protagonista. Quindi?

Carlotta Cerri: [00:02:09] Esatto, alla fine parliamo di noi, ma parliamo di loro, indirettamente. Allora, prima di inoltrarci nell'episodio, ovviamente, io vi ricordo che qui non ci sono studi di registrazione. Io sono in Nuova Zelanda, lei in Kenya a ha addosso Naresiai perché sta cercando di addormentarla, ma Naresiai va e viene, prende i coltelli. Insomma può succedere di tutto, quindi noi incrociamo le dita, ci buttiamo, ci proviamo e poi cerchiamo di fare miracoli in post production.

Gaia Dominici Siankiki: [00:02:40] Mi verrebbe da dire che credo che molte mamme si immedesimeranno abbastanza con la vita che, insomma, uno può vivere in Kenya, nella savana. Ma che poi la vita da mamma è abbastanza simile a tutte le latitudini del mondo...

Carlotta Cerri: [00:02:56] Esatto, è la stessa. Allora ascolta, iniziamo subito che magari sentendo le nostre voci, piano piano Naresiai si addormenta. La prima cosa che mi hai scritto quando hai iniziato a leggere il mio corso, mi ricordo che è stata proprio relativa all'indipendenza con la quale si cresce i bambini nella cultura Masai. Ricordo che mi hai detto che i bambini vengono accompagnati verso la totale indipendenza e ovviamente a me questo ha incuriosito molto perché Maria Montessori sottolinea sempre l'importanza dell'indipendenza e a me sembra quasi che lì da voi tanti dei suoi valori si applichino senza nemmeno accorgersene. Hai voglia di raccontarci un po' di più di questo?

Gaia Dominici Siankiki: [00:03:43] Allora sì. Premetto che io non conoscevo in alcun modo l'educazione Montessori, ne ho sentito parlare forse anche un po' per moda sui social, vedevo tutte queste mamme influencer parlare dei giochi Montessori, del letto Montessori alla cameretta Montessori, ma io di mio non non sono mai stata una mamma particolarmente interessata a questo tipo di tematiche. Anche quando ero incinta non ho mai letto libri sulla gravidanza. Non mi sono mai voluta creare delle specie di conoscenze che avevo paura potessero diventare preconcetti, o degli schemi troppo rigidi per me. Quindi ho sempre preferito lasciarmi guidare dall'istinto, anche quando, forse, invece qualche lettura in più, qualche informazione in più, avrebbe potuto aiutarmi in determinati momenti, però, è stata una scelta più o meno consapevole. Ecco, quando ho iniziato a leggere il tuo corso mi sono da subito resa conto che c'erano delle similitudine molto particolari e molto, molto, molto forti. Anche in un certo senso questo dell'indipendenza è una delle più lampanti. Nella cultura Masai i bambini fin da subito vengono in un certo senso abituati a svolgere piccole attività lavorative e la cosa particolare è che Maria Montessori chiama il gioco dei bambini lavoro, perché è un vero e proprio lavoro e i bambini sostanzialmente iniziano fin da piccoli a ricoprire comunque dei piccoli ruoli lavorativi nell'ambito familiare. E diciamo che questo avviene anche per una sorta di esempio. Cioè, nei boma le famiglie sono molto numerose, quindi nelle abitazioni tradizionali Masai, spesso vivono più nuclei familiari e ci sono magari più bambini di diverse età, per cui chiaramente i bambini più piccoli seguono l'esempio dei più grandi che, anche qui ho trovato, diciamo una somiglianza con la scuola montessoriana, perché leggevo, sempre nel tuo corso, che spesso i bambini più grandi aiutano quelli più piccoli a svolgere determinate attività. E anche questo succede nella cultura Masai in maniera del tutto spontanea. Non credo che nessuno conosca Maria Montessori tra i Masai.

Carlotta Cerri: [00:06:35] Non credo.

Gaia Dominici Siankiki: [00:06:38] No, non penso. Chiederò.

Carlotta Cerri: [00:06:39] Magari lei conosceva i Masai, chi lo sa.

Gaia Dominici Siankiki: [00:06:43] Chi lo sa. Sarebbe bello scoprirlo. Però devo dire che per i Masai è molto importante che il bambino fin da subito acquisisca una sua indipendenza, che il bambino fin da subito abbia consapevolezza di se stesso e del suo posto nel mondo. Io posso dire che personalmente ho notato tutto questo nella crescita di mia figlia in maniera assolutamente spontanea, cioè Naresiai a casa fa un sacco di cose. Sicuramente c'è una sua indole, è più portata, per esempio, a fare tanti lavori manuali. Però vedo proprio come lei ripeta delle azioni che vede fatte sia da me, ma anche da altri bambini, come ad esempio tanti bambini vengono la sera a mungere le nostre mucche per poi cucinare il chai, che è la bevanda tipica, un tè speziato fatto con il latte e sono molto teneri perché portano le loro piccole tanichette, le loro piccole bottiglie con cui, poi, travasano il latte che hanno munto. Naresiai fa troppo ridere perché anche lei la sera, anche se lei è a casa sua, esce di casa con qualche bottiglia o tanichetta e chiaramente vuole andare a mungere le mucche. Quindi mi sono accorta come l'esempio dei bambini più grandi, alla fine, diciamo, ha condizionato in maniera positiva la sua crescita, il suo sviluppo.

Carlotta Cerri: [00:08:44] Mi lascia scioccata. Te lo giuro, perché io ho praticamente dovuto studiare tutto questo sui libri, la filosofia Montessori e come funziona nelle scuole, perché l'esempio è importante, perché è importante lasciare che i bambini facciano attività di vita pratica in casa, Maria Montessori chiama vita pratica proprio, appunto, questi lavoretti che tu definisci lavoretti. E voi invece avete una cultura Montessori innata, è incredibile, è innata. E poi, tra l'altro, mi hai scritto una cosa molto bella, mi hai detto che comunque tu non riusciresti a pensare di crescere un figlio in un posto diverso da quello in cui sei. E mi chiedevo come mai? Perché in fondo tu sei stata cresciuta in un posto diverso e io so che generalmente si tende a sentire più famigliare l'educazione ricevuta, ma anche proprio si tende a educare come si è stati educati. E mentre a me sembra che per te questo di sentire più familiare l'ambiente dove sei stata cresciuta, non è proprio così, quasi come se la savana, in un certo senso, fosse il tuo posto a prescindere. Cosa ne pensi?

Gaia Dominici Siankiki: [00:10:00] Io quando sono arrivata per la prima volta in terra Masai, ho chiaramente sentito di appartenere a questo luogo e soprattutto ho sentito la cultura Masai molto vicina a me e molto vicina un po' alla mia visione anche del mondo che vorrei. E sicuramente sin dagli inizi, quindi sin dai primi momenti in cui io mi sono trovata in terra Masai, ho percepito questa vicinanza con il mio spirito, la mia anima, il mio modo di vivere la vita. Poi, ovviamente, trasferendomi lì, vivendo a contatto con la loro cultura, con le loro tradizioni, con il loro modo di fare e di pensare, mi sono accorta che, soprattutto nell'ambito dei figli, della genitorialità, dell'educazione dei bambini, il loro approccio era molto più simile a quello che io avrei voluto avere con un mio futuro figlio. Mi sono accorta che i bambini erano molto meno capricciosi, molto meno insoddisfatti, molto più consapevoli di loro stessi, molto più presenti anche nella vita di tutti i giorni. Insomma, io devo dire che mi sono accorta proprio come il loro approccio mi piaceva di più, cioè lo sentivo più mio prima di diventare mamma, ma anche nel periodo della gravidanza, cioè non mi sono mai immaginata mamma, forse anche un po' per la mia storia personale, il fatto di essere stata adottata e il fatto di aver scoperto quasi subito che sarebbe stata una bambina. Quindi c'è stata una sorta anche un po' di transfer, e in quella bambina ho rivisto me stessa. Non ho mai percepito la maternità come qualcosa di speciale, qualcosa che mi avrebbe reso una donna migliore, o che mi avrebbe completata, per cui vivere in un Paese dove la maternità è vissuta come qualcosa di naturale insomma, niente di eclatante e ciò rispecchiava maggiormente il mio modo di di vivere. Se penso che mia suocera ha avuto undici figli e molte delle mie cognate hanno dieci, nove, otto figli, non era niente di speciale che io fossi incinta, per cui non c'era tutto quell'infiocchettamento che è tipico a volte della maternità nel mondo occidentale, che invece a me faceva sentire a disagio perché non rispecchiava il mio modo di sentirmi e quindi mi faceva sentire inadatta, mi faceva sentire come se fossi io quella sbagliata, per cui è per questo, forse che ti dissi quella volta, io non credo di poter crescere un figlio in un contesto diverso, perché non è che c'è un contesto più giusto e un contesto sbagliato, assolutamente. Semplicemente per come sono fatta io, con la mia storia, le mie esperienze, la mia personalità, il contesto della savana è il contesto che mi fa sentire più a mio agio e quindi, sentendomi più a mio agio, posso essere una mamma migliore.

Carlotta Cerri: [00:14:00] Certo, e questo credo che sia così per tutte. Il problema è che spesso non lo riconosciamo. Spesso tante mamme non riconoscono che devono prima sentirsi a proprio agio per poter essere mamme e crescere figli a lungo termine, come dico io, con calma. 
Invece, parlavi proprio di queste due società diverse, di questi due mondi diversi, ma secondo te quali sono le differenze più grandi tra queste due società? Anche proprio al di là dell'ovvio, ovvero che tu vivi in un tipo di casa diversa dalla mia, o che io ho dei comfort che tu probabilmente non hai. Mi piacerebbe magari che provassi a pensare ad alcuni aspetti negativi, ad alcuni aspetti positivi di entrambe le società, perché comunque tu le hai vissuta entrambe.

Gaia Dominici Siankiki: [00:14:50] Sempre riguardo alla maternità o in generale?

Carlotta Cerri: [00:14:53] Sempre riguardo alla maternità.

Gaia Dominici Siankiki: [00:14:55] Tra i Masai nella cultura Masai, perché io ci tengo sempre a sottolineare che la cultura Masai non è comunque la cultura di tutto il Kenya, quindi io vivo una piccola porzione di cultura keniota che è quella Masai. E nella cultura Masai questo tipo di educazione verso i bambini, questo volerli rendere indipendenti, questo farli crescere "in fretta", secondo me, poi è estremizzato e ogni cosa che viene estremizzata, poi rischia di finire per essere squilibrata. Chiaramente ci sono bambini che crescono troppo in fretta, che troppo piccoli diventano adulti. E questo è un aspetto della genitorialità tra i Masai che io non appoggio. Abbiamo situazioni abbastanza critiche, a volte, proprio perché sembra un po' che si facciano figli per poi potergli dare cose da fare, perché i genitori non ne hanno il tempo e non ne hanno la voglia, e quindi, diciamo, questi bambini diventano un po' dei piccoli lavoratori. E questo anche a discapito dell'educazione, ci sono bambini che non vanno a scuola perché devono badare al bestiame del proprio papà, o bambine che non vanno a scuola perché devono badare alla casa insieme alla mamma. Per cui, come ogni cosa, come ogni cultura, come ogni società, ci vuole equilibrio. Io penso che dall'altra parte, nella società da cui provengo io, ci sia un evitare che i bambini crescano troppo velocemente e quindi abbiamo genitori che fanno co-sleeping con bambini fino a 12/13 anni, e la giustificazione che a volte che sento è, non esistono diciottenni che dormono ancora con i genitori e quindi prima o poi il bambino uscirà dal nostro letto. Però esistono diciottenni che non sanno da che parte sono girati, proprio perché, diciamo, non gli sono stati dati i giusti mezzi per essere indipendente. Quindi se da una parte abbiamo una società Masai che rende troppo adulti i bambini strappandogli un'infanzia e un'adolescenza a cui hanno diritto assoluto, dall'altra parte, invece, abbiamo una società che non accetta che i bambini debbano diventare adolescenti adulti, equilibrati, indipendenti, maturi. E quindi poi finiamo ad avere da una parte bambini che non sono andati a scuola, ma che sanno fare di tutto, potrebbero sopravvivere in qualsiasi contesto e dall'altra abbiamo trentenni, 35enni, che non sanno chi sono e non hanno alcun tipo di obiettivo nella vita e non hanno ambizioni, non hanno voglia di impegnarsi con costanza, senso di sacrificio, volontà, insomma. Quindi questi sono i due aspetti negativi principali che io vedo e che posso dire di aver vissuto. Credo che non ci sia un giusto e uno sbagliato. Personalmente, nell'educazione di mia figlia, cerco di trarre il meglio dai due mondi. Lei penso che riuscirà a prendere gli aspetti positivi dalle due società di cui lei comunque fa parte, in un certo senso e spero che unendo gli aspetti positivi sia dell'una che dell'altra, poi alla fine da questo miscuglio esca qualcosa di molto bello.

Carlotta Cerri: [00:18:56] Certamente, perché poi comunque, come dicevo prima, alla fine gli estremi squilibrano in entrambi i casi. Quindi è proprio quello che dicevi adesso delle due culture, che comunque certamente ci sono aspetti negativi in entrambi e aspetti positivi in entrambe. Ma se tu riuscissi, anzi io credo che tu riuscirai a mettere insieme, tra virgolette, gli aspetti positivi di entrambe e probabilmente riuscirai ad incontrare un equilibrio, soprattutto Naresiai riuscirà a trovare un equilibrio. Un'altra cosa che noto molto nella società occidentale è il modo in cui si trattano i bambini, come Maria Montessori aveva evidenziato e cioè che si associa l'immobilità al buon comportamento e l'attività al comportamento sbagliato, cattivo. Quindi, per esempio un bimbo che sta fermo e zitto, che non si fa sentire, è un bimbo buono tra virgolette. A me questo è successo tantissime volte al ristorante che magari i miei figli, visto che sono abituati comunque a stare in un contesto tipo ristoranti, hanno avuto molta esperienza, quindi quando le persone vedono questo, i tavoli affianco mi dicono, ah che bravi i tuoi bambini, come li hai educati bene. Ma a me sembra che invece lì sia molto diverso, che proprio non esista questo concetto dell'immobilità come buono, come bambino bravo.

Gaia Dominici Siankiki: [00:20:24] No, non esiste perché non esistono preconcetti verso il bambino, cioè il bambino è bambino. Non c'è poi il bambino cattivo e il bambino bravo. Generalmente, per esempio, quando qualcuno parla di bambini dà delle aggettivazioni concrete, cioè, è un bambino calmo, oppure un bambino molto riflessivo, oppure è un bambino molto fisico, molto attivo, ma non vengono mai classificati come buono e cattivo, oppure monello e obbediente. Non esiste proprio questo tipo di classificazione. Quello che io posso dire è che sicuramente Naresiai è un po' diversa rispetto al bambino tipico Masai, che è invece, sotto alcuni aspetti meno stimolato di Naresiai. Proprio perché le famiglie essendo così numerose, la mamma smette abbastanza velocemente di occuparsi del bambino piccolo e un bambino, quando inizia a camminare, è indipendente. Per cui, quando si è ancora degli infanti, si può dire, il bambino è già cresciuto per loro. Mentre io e Ntoiay siamo molto presenti nella vita di Naresiai e siamo molto presenti nella sua educazione, anche soltanto per esempio a livello linguistico noi parliamo tantissimo a lei, le parliamo in tre lingue, quindi è perennemente stimolata, per cui si vede che sta avendo uno sviluppo molto diverso da alcuni bambini suoi coetanei. Tra l'altro, lei ha due cuginette nate tutte nel 2019, a pochi mesi di distanza, quindi, nella stessa nostra famiglia abbiamo proprio anche la fortuna di avere tre coetanei, cioè Naresiai e queste altre due cuginette e si vede proprio come Naresiai, anche fisicamente nei movimenti, sembra una bambina molto più grande rispetto a loro. 
Come  è vista Naresiai dai Masai? È vista un po' come una montagna russa, cioè tante persone la adorano proprio perché è diversa, proprio perché ha delle manifestazioni diverse rispetto agli altri bambini. Ma non ho mai percepito una classificazione di Naresiai in negativo, per esempio guarda Naresiai come è agitata, è proprio una bambina monella. Oppure guarda come sta buona, seduta tranquilla e mangia il suo chapati in silenzio, come è buona e ubbidiente. No, assolutamente. Non è mai avvenuto e non credo avverrebbe mai, perché sarebbe vista come una cosa negatività e bruttissima.

Carlotta Cerri: [00:23:36] Ecco, dovrebbe essere vista come una cosa negativa in qualsiasi società. Perché, come dicevi tu all'inizio, un bambino è un bambino. Non esiste un bambino buono, o un bambino cattivo e credo che veramente la società ci bombardi di queste etichette, se vogliamo definirle così...

Gaia Dominici Siankiki: [00:23:54] E soprattutto, scusami, se ti interrompo diventa poi una colpevolizzazione del genitore. Cioè tu non sei stato in grado di far capire a tuo figlio duenne che al ristorante non può alzarsi e muoversi. Io cerco proprio di non fossilizzarmi su quello che la società si aspetta da me. Se mia figlia di un anno e mezzo ha bisogno di alzarsi, non è né colpa mia, né mia responsabilità fermarla. È chiaro che poi bisogna diversificare. È normale che un bambino, magari di cinque sei anni, e che è in grado di controllarsi maggiormente e si mette a urlare in mezzo al ristorante tirando il cibo, subentra l'insegnamento del rispetto e del non disturbare gli altri, del non sprecare il cibo, del non giocare con il cibo. È chiaro che poi si parla anche in base alla fascia di età del proprio bambino. Mia figlia di un anno e mezzo che ha questa, chiamiamola iperattività, tra virgolette, io non mi sento di doverla limitare perché è in una fascia di età, di esplorazione fisica, mentale che secondo me se la limito vado a creare un danno. E la cosa, però molto bella, è che qui in Kenya noi genitori non veniamo giudicati. È successo che qui a Nairobi Naresiai si muovesse e mangiasse in piedi con le mani, eccetera eccetera, e io a fine pasto mi sono messa a pulire sotto il tavolo perché mi dispiaceva lasciare il caos e il cameriere è arrivato immediatamente e mi ha detto, Ma no!, lasci, non faccia niente, ed io che spiegavo di essere dispiaciuta perché aveva fatto un putiferio, lui mi ha risposto, ma è una bambina, cioè come dire, ma cosa ti aspettavi? Ti aspettavi mangiasse seduta con forchetta e coltello e pure il tovagliolo? Mi ha proprio guardato, ed io mi sono sentita estremamente sciocca. Perché ho detto, ma cavolo ed è pure mia figlia e me lo deve dire il cameriere che è una bambina!, e quindi devo dire che qua in Kenya c'è una società che pone meno lo stigma sui genitori, ma riconosce maggiormente la figura del bambino come bambino, e non come entità dipendente dal genitore.

Carlotta Cerri: [00:26:37] Sì. E devo dire che è curioso, ma anche qua in Nuova Zelanda c'è esattamente lo stesso tipo di approccio. Qua normalmente i bambini vengono capiti e vengono accettati per come sono. E poi tu hai detto un'altra cosa Gaia, prima hai detto una cosa importante. Mi sembra che tu abbia detto, se mia figlia di un anno e mezzo ha bisogno di alzarsi mentre siamo seduti al ristorante, è ovvio che io come madre la assecondo e hai detto, ha bisogno. E questo è verissimo, perché i bambini hanno bisogno, il loro volersi alzare non è perché vogliono fare i bastian contrari e non vogliono stare seduti al ristorante con noi a tavola e semplicemente perché hanno un bisogno fisiologico di muoversi. Io so che tu hai letto anche nel corso, ma appunto Maria Montessori parlava di periodi sensitivi, e i periodi sensitivi, ad esempio, a un anno e mezzo è il movimento. I bambini devono muoversi, quindi è assolutamente impensabile che non si capisca che è un bisogno e lo si attribuisca a un capriccio. Comunque chiusa parentesi perché altrimenti vado avanti per ore...

Gaia Dominici Siankiki: [00:27:51] È interessantissimo sentirti parlare, per me lo è è veramente perché hai un modo di spiegare le cose che è molto accessibile e soprattutto anche come hai impostato il corso arrivi in maniera molto semplice e diretta, ma allo stesso tempo molto profonda. Cioè, dici delle cose che accendono una lampadina che c'era già. Quindi vai a toccare dei tasti che secondo me una persona ha già dentro, ma tu li vai a risvegliare e questo è molto bella come cosa. Risvegli delle riflessioni che forse sono innate perché tu, o comunque Maria Montessori e l'educazione dolce, basa molte cose sull'istinto. Quindi è chiaro che si parla di cose che in realtà noi abbiamo già dentro. Sono aspetti, diciamo, elementi istintivi che poi vengono oscurati da variabili esterne, quindi dal condizionamento della società, da quello che gli altri si aspettano da noi. Invece ecco, nel tuo corso ho trovato un po' un voler ritornare alle origini. Cioè less is more.

Carlotta Cerri: [00:29:08] Sì, è vero. È bellissimo quello che hai detto e ti ringrazio perché è un po' anche la mia filosofia di vita. Io quando mi sono messa a scrivere questo corso è stato veramente perché notavo che spesso e volentieri ci facciamo dei castelli mentali che non hanno bisogno di esistere. Ce li stiamo costruendo nella nostra testa, ci stiamo costruendo delle pareti dentro le nostre teste, mentre invece a volte bisogna abbattere queste pareti e lasciare che il buon senso e l'istinto, come dici tu, prenda il sopravvento. Ma anche se il discorso scolastico che hai menzionato spesso mentre parlavi è ancora molto lontano per te, perché Naresiai ha solo un anno e mezzo, immagino comunque che lì il sistema scolastico e l'educazione in generale sia diversa da quella a cui noi siamo abituati nel mondo occidentale, magari per avere una cosa, una scuola un po' più simile a quelle dell'immaginario comune occidentale, bisognerebbe andare in una città come Nairobi. Tu hai pensato a questo? Per il futuro di Naresiai? Hai pensato all'home schooling? Hai pensato a qualcosa di questo tipo? O cosa ne pensi?

Gaia Dominici Siankiki: [00:30:30] Io credo che mandarla a scuola nella savana sarebbe probabilmente un po' limitante, perché il livello dell'istruzione nelle zone rurali, non soltanto nella savana, quindi nelle zone periferiche del Paese, è molto basso. E soprattutto, purtroppo, in Kenya è ancora presente un fenomeno che, sarebbe illegale, quindi è un reato, ma viene purtroppo ancora messo in atto, che è il cheling, cioè punire fisicamente gli studenti. Nelle scuole di Nairobi dove c'è più controllo, dove ci sono situazioni meno critiche, è meno presente, anche se nelle baraccopoli e nelle scuole all'interno delle baraccopoli il cheling avviene tuttora, in particolare nelle zone rurali. Questo è un aspetto che a me fa molto pensare e mi faceva molto pensare, e molto preoccupare quando succedeva ai miei nipoti e io lo sapevo. E adesso che ho una bambina chiaramente questo aspetto è da tenere in considerazione. Io e Ntoiay siamo molto coesi nell'educazione di nostra figlia, quindi lui stesso vorrebbe che Naresiai studiasse in un ambiente non soltanto adatto dal punto di vista educativo, ma protetto, cioè che la lascio a scuola e non ho l'ansia che venga picchiata, insomma, situazioni poco piacevoli, per cui ne parliamo in famiglia. Ne parliamo sia io con Ntoiay, ma anche con mia suocera. E devo dire che forse la scelta più saggia potrebbe essere quella di farla andare a scuola, non dico a Nairobi, ma nel centro abitato più grosso vicino a noi. Quindi a un paio d'ore da casa, ovviamente trasferendoci lì. Ma non sarebbero grosse distanze, noi in città andiamo ovviamente in mezza giornata. Però probabilmente questa potrebbe essere una soluzione. Chiaramente non troveremmo mai la scuola montessoriana, però quantomeno delle scuole più adatte. Non ci piace stare in pensiero.

Carlotta Cerri: [00:33:20] Qual è l'età in cui si inizia ad andare a scuola?

Gaia Dominici Siankiki: [00:33:22] A tre/quattro anni iniziano con la nursery.

Carlotta Cerri: [00:33:25] Ho capito. Tu penseresti di mandarla verso i tre, quattro anni o direttamente alle elementari.

Gaia Dominici Siankiki: [00:33:32] Allora, per come è fatta lei, che credo che sia la cosa che vada tenuta in considerazione maggiormente, penso che mandarla alla nursery potrebbe essere una cosa interessante, perché a lei piace molto socializzare, è una bambina che va molto stimolata, quindi penso che mandarla a scuola precocemente potrebbe essere interessante per lei. Dall'altra parte, però, credo che bisognerà vedere lei come sarà tra due, tre anni. Se invece farla crescere libera nella savana fino ai sei anni possa invece darle qualcos'altro che la scuola non le potrebbe dare. Credo che, come dice Maria Montessori, il bambino vada osservato e poi di conseguenza bisogna imparare a leggere quello che il bambino ci dice.

Carlotta Cerri: [00:34:28] Guarda, sentendoti parlare. So già che appena finisci questo corso mi sa che ti arriva anche l'altro, quindi preparati. 
Cambiando argomento dall'istruzione, mi piacerebbe parlare della rabbia e ti spiego perché. Per me la rabbia è un tema scottante perché, come spiego nel mio corso che è quello che tu stai facendo Educare a lungo termine, cioè io dico sempre che stai facendo, ma in realtà lo stai leggendo e ti giuro che stai aiutando tu, me, di più, di quanto io aiuti te in quanto a me piace tantissimo questo continuo confronto proprio del tuo modo di essere genitore, perché lo vedo talmente spontaneo che per me una guida è un un bellissimo esempio, è un modello. Quindi io dico stai facendo, ma in realtà lo stai leggendo. E lo stai facendo per me. Quindi ti ringrazio. 
Però, appunto, saprai che la rabbia per me è sempre stato il mio tallone d'Achille. 
Oggi è raro che la gente ci creda quando io lo dico perché, grazie anche alla filosofia Montessori, alla disciplina positiva, eccetera eccetera, con tutto il percorso che ho fatto negli ultimi dieci anni, sono molto più calma, sono molto più zen. Ma non è che io sia calma di natura, non è che ho cambiato la mia natura perché la natura non si cambia, ma ho imparato a gestirla. E comunque devo lavorarci ogni giorno e incessantemente. È veramente un lavoro continuo su me stessa, non perché credo che la rabbia sia negativa, io credo che sia positiva, e credo che la proviamo tutti, mamma e papà, genitori, non genitori, ma credo che comunque per educare nel modo in cui io voglio educare, vada arginata, o comunque vada controllata. Anche perché noi siamo un esempio per i nostri figli e io vorrei che i miei figli imparassero a gestire le loro emozioni. Mi hai raccontato che anche per te la rabbia è un po' un punto debole, ma io ti giuro che io stasera questa cosa non l'ho vista. Perché io la vedo, sto vedendo Gaia e ho visto come ha gestito tutta la situazione di Naresiai da che abbiamo iniziato l'intervista, da quando si è svegliata. E non avete idea di quante volte nei primi 20 minuti abbiamo interrotto perché Naresiai andava da una parte, poi voleva salire sulla poltrona, poi voleva fare un'altra cosa, ed era stanchissima, tra l'altro. E poi questa immagine che ho di Gaia che continua con pazienza e con amore, con gentilezza, con estrema gentilezza, a riportare Naresiai su si sé, a dirle adesso è ora di dormire, io me la terrò scolpita in mente, perché per me è un esempio di calma, di quelli che io avrei voluto registrare e far vedere nel mio corso. Quindi, dicci il tuo segreto, il tuo percorso, il tuo processo. Come sei riuscita a gestire la rabbia visto che mi hai raccontato che anche per te è un po' un tallone d'Achille.

Gaia Dominici Siankiki: [00:37:53] Devo dire che non ci sono segreti o trucchi, nel senso che persino mia mamma è stupita da quando sono diventata mamma, da questo aspetto assolutamente nascosto, e molto nascosto, da subito. Allora partiamo un po' dal principio, perché la mia gravidanza è stata piuttosto difficile a livello fisico, ma soprattutto lei era già molto, molto attiva nella pancia, cioè io arrivavo a non camminare perché mi tirava dei calci talmente grossi che veramente avevo dolore. Non riuscivo a dormire la notte da quanto lei si muoveva. Quindi diciamo che Naresiai è stata da subito una presenza piuttosto incombente. Quando poi è nata io l'ho allattata per i primi quattro mesi e ovviamente facevo allattamento a richiesta. Cioè, io credo di essere arrivata ad allattarla, tipo 23 volte al giorno, una cosa che la pediatra keniota, anche lei a favore dell'allattamento a richiesta, mi ha guardato come se fossi pazza e mi ha detto, ma scusami, te non vai neanche più bagno, e io, ...non faccio niente, io allatto e basta. E Naresiai non ha mai dormito, non dormiva né di giorno né di notte, ancora adesso lei non dorme, per cui, diciamo che, come dire, l'universo mi ha dato una bambina che paradossalmente mi ha messo subito alla prova. 
Io, persona impaziente, autoritaria, egocentrica, che tutto deve avvenire subito quando io lo decido, quando io voglio, quando io decido che deve essere fatto così. L'universo mi ha tra virgolette, punito, mettendomi in grembo proprio quel tipo di bambino che invece potenzialmente poteva farmi esplodere. E invece io ho reagito, ma in maniera del tutto istintiva, nel lato opposto, cioè, sono diventata assolutamente amorevole, calma, paziente, aperta all'ascolto. Io a volte mi rendo conto che Naresiai fa la pazza, cioè tira fuori roba, apre la pentola del riso, si serve il riso, poi decide che non lo vuole più, lo porta ai galli fuori. Poi si prende i vestiti da sola. Io mi siedo e la guardo, cioè non intervengo, poi è chiaro che se tutto il riso dei guerrieri lei ha deciso di darlo ai polli, e poveri guerrieri che muoiono di fame, allora intervengo, ma mi sono accorta che spesso intervengo quando proprio vedo che c'è una cosa che non è giusto fare. A me non piace lo spreco del cibo, quindi è una cosa che sto cercando di insegnarle. Non si gioca con il cibo, se hai fame puoi mangiare tutto quello che vuoi a qualsiasi orario, ma se non hai fame con il cibo non ci puoi giocare. Appunto, se non ci sono delle situazioni di pericolo, delle situazioni che non mi piacciono, io cerco di intervenire il meno possibile e questo mi aiuta a mantenere la calma perché un po' mi diverto a vedere la genialità con cui lei ovviamente mette in atto queste sue attività, tipo prendersi la pentola e mettersela in testa e iniziare a girare per il boma con la pentola in testa. E poi si mette i secchi, e quindi vedi praticamente due gambe con il secchio che camminano. Insomma, è molto divertente. Però ecco, io ho cercato di cogliere il lato divertente dell'essere mamma, cioè quando io sono rimasta incinta avevo 26 anni, e tutti, ah, ma sei giovanissima... Ma io non ho mai visto il lato negativo dell'essere mamma giovane. Anzi, è una figata, perché sei comunque nel pieno delle tue forze, delle tue energie, hai ancora una visione fresca della vita. Sei meno stanca. A mia mamma ho detto, io voglio divertirmi con mia figlia, cioè voglio viverla in maniera positiva. La maternità non è una prigione, non è che tutti i giorni dobbiamo essere nervosi. È chiaro che la giornata no, ce l'ho. La giornata in cui sclero ce l'ho. La giornata in cui appena lei dice B inizio a dare forfait.

Carlotta Cerri: [00:42:46] Sei umana.

Gaia Dominici Siankiki: [00:42:48] Sono umana, assolutamente. Però cerco di divertirmi nell'essere mamma. Quindi anche le cose che magari dovrebbero, in teoria, essere dei trigger per la mia rabbia cerco di trasformarle invece in aneddoti divertenti. Poi diciamo che noi viviamo in una situazione anche proprio familiare, una casa in un ambiente in cui lei è veramente molto libera di fare un po' tutto quello che vuole. Perché non ha limiti. Perché in casa non abbiamo gli spigoli, perché non ci sono cassetti da aprire, perché non ci sono le prese elettriche. Perché, è chiaro che non ci sono scale. Quindi lei è libera da tutto questo. E questo da una parte mi aiuta perché quanto più lei è libera, quanto più lei ha anche imparato un po' ad autogestirsi. Però le giornate negative ce l'ho. Le giornate in cui sclero ce l'ho, le giornate in cui dico, Ntoiay portala un po' da tua mamma che io per 2 ore riesca a lavare i piatti e a pulire la casa senza che lei metta i piatti puliti nella roba sporca. Cioè, è ovvio che poi, insomma, la vita reale non è tutta farfalline, roselline. Però, io provo a prendere il lato divertente della maternità.

Carlotta Cerri: [00:44:24] Che bello! E questo tra l'altro credo sia veramente un bellissimo insegnamento per tutti. Tutti dovremmo cercare di divertirci di più con i nostri figli, soprattutto quando loro hanno ancora voglia di divertirsi con noi, perché arriverà anche il momento in cui ci lasceranno e ci diranno, No, basta, io questo non lo faccio più con te, io vedo ad esempio con Oliver che sta cominciando adesso a respingermi in alcuni momenti e io dico, oh dov'è il mio bambino? Però comunque hai detto anche un'altra cosa molto interessante. Io credo che l'ambiente sia veramente molto importante, perché comunque penso che spesso e volentieri, tutte, o tante delle restrizioni che un genitore del mondo occidentale dà ai figli, o si sente di dover dare ai figli, perché spesso e volentieri non è necessario, sono proprio dettate dall'ambiente che ha intorno. Se noi preparassimo un pochino di più l'ambiente proprio per questi pochi anni, non è che dico di rivoluzionare la casa, però se preparassimo un pochino di più l'ambiente nei primi anni di vita di un bambino, per accogliere il bambino e per fargli fare, tra virgolette, un po' quello che vuole, in quanto alla fine la libertà porta indipendenza e la libertà è importante con pochissimi limiti. Ci sono dei limiti, ovviamente, ma secondo me devono essere pochi. Se noi riuscissimo a fare questo, secondo me ridurremmo anche moltissimo le restrizioni. Ridurremmo i sensi di colpa e ridurremmo la rabbia come dici tu e quindi credo che questo sarebbe veramente un primissimo passo. 

Come ultima domanda mi sarebbe piaciuto parlare con te di adozione. Perché questa conversazione sull'adozione è nata da uno scambio che abbiamo avuto io e te su WhatsApp, in cui tu mi hai scritto che i tuoi genitori sono stati delle mosche bianche e mi hai scritto, sicuramente l'adozione cambia qualcosa nel rapporto genitore figlio e penso che ti doni un'apertura mentale e una sensibilità diversa rispetto all'avere figli naturali. E quando io ho letto queste parole, anche se io ovviamente non posso parlare di adozione con cognizione di causa perché non l'ho mai vissuta, ti ho risposto che penso che mi sembra quasi che i genitori delle società moderne sentano che il rispetto dei figli gli sia dovuto, come se dicessero, io ti ho messo al mondo e tu mi devi rispettare. Mentre probabilmente mi chiedo, non lo so, un genitore che adotta questo sentirsi in diritto del rispetto e dell'amore magari non ce l'ha, perché a volte un genitore che adotta capisce il privilegio di poter crescere un figlio più di quanto non lo capisca un genitore come me, per esempio, che ha deciso un giorno di rimanere incinta, e il giorno dopo ero incinta e ha avuto due bambini sani. Quindi ecco, mi piacerebbe parlare con te di questo. Anche se credo che sia un argomento molto delicato, sai che a me piace normalizzare conversazioni e mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi tu, visto che comunque tu le hai vissuta entrambe queste realtà. Sei stata adottata e adesso sei madre.

Gaia Dominici Siankiki: [00:47:51] Intanto diciamo che hai ragione a dire che è un argomento un po' delicato, ma non tanto per me quanto per l'alone che a volte circonda l'argomento adozione. Spesso si tende a parlare di adozione in una maniera un po' politically correct, cioè non si vuole ferire la sensibilità dei protagonisti di questa cosa, perché anche se poi ci sono famiglie adottive che hanno scelto l'adozione come, diciamo, istituzione, quindi per dare famiglia a dei bambini che non l'avevano, la stragrande maggioranza di chi adotta sono persone che non hanno potuto avere figli biologicamente. Quindi c'è sempre un po' questo cercare di parlare di adozione senza ferire l'adottato, gli adottanti, insomma, ci sono tanti equilibri.

Carlotta Cerri: [00:48:58] E alla fine forse si finisce per non parlarne, per renderlo un tabù.

Gaia Dominici Siankiki: [00:49:03] Esatto, sì, si finisce a volte per luoghi comuni e questo è molto ingannevole. Spesso leggo che l'adozione è come avere un figlio naturale, cioè si cerca di normalizzare, passami il termine super tra virgolette, normalizzare l'adozione rendendola naturale come una gravidanza, una gestazione, o un parto. Facendo questo, invece, non soltanto si stigmatizza ancora di più l'adozione, ma la si priva della sua natura. Non si può paragonare l'adozione con tutto il suo iter burocratico, con tutte le sofferenze a una gestazione. Certo, poeticamente anche mia mamma ride e dice, Io ho avuto una gravidanza di sette anni... È ovvio che si scherza, però, poi, mia mamma, quando si è trovata con sua figlia adottiva incinta, si è resa conto di come le due cose sono assolutamente diverse. Le sensazioni sono diverse e le paure sono diverse, perché la mamma adottiva ha paura che l'incontro con l'assistente sociale non vada, che ti diano un appuntamento e poi il giudice non si presenti, che il bambino venga dato a un'altra famiglia, mentre una mamma che vive una gestazione ha paura di un aborto spontaneo, ha paura di una malformazione, ha paura che alla morfologica non ci sia un orecchio o ci siano sette dita. Le paure sono diverse, le paure, le incertezze. E anche poi, crescendo, credo, le problematiche sono ben diverse. Le problematiche che mia mamma ha dovuto affrontare con me, non sono le stesse che una mamma naturale biologica affronta con il proprio figlio. Perché io, e parlo della mia esperienza da adottata, che attenzione non è l'esperienza di tutti gli adottati, è l'esperienza di Gaia Dominici, ci tengo a sottolinearlo, io parlo del mio modo di aver vissuto l'adozione. ho avuto dei grandissimi problemi per quanto riguardava la mia identità, quindi il non trovare qualcuno in cui mi riconoscevo, una somiglianza, per esempio sapere il mio nome e cognome dato dalla mia madre biologica, nome che mi è stato cambiato poi per un errore burocratico. Quindi voglio dire, mia figlia non avrà mai questi problemi. Il suo nome è stato scelto dai suoi genitori, non ci sarà mai il problema di non assomigliare a qualcuno e, insomma, le problematiche sono diverse. 
L'altra cosa che ti volevo dire, che è sempre riguardo alla mia esperienza di diventare mamma dopo essere stata adottata, è il fatto che per ricollegarmi, diciamo, alla consapevolezza maggiore dei genitori adottivi, quando io sono rimasta incinta, chiaramente è stato un momento molto critico per me, molto più la gravidanza che poi la maternità in sé. Perché, come ti accennavo all'inizio della nostra chiacchierata. Aver scoperto di aspettare una bambina è stato un po' uno shock. Ho avuto questo transfer fortissimo seguito poi da un totale rifiuto. Cioè io sono un po', forse in maniera esagerata, sono entrata un po' in depressione, cioè non provavo niente. Quindi mia mamma mi prendeva in giro perché mi diceva che io non avevo la depressione post-partum, ma quella pre-partum. Perché sono andata sicuramente molto in crisi. Poi l'avere accanto mia mamma che non aveva potuto vivere quelle cose che stavo vivendo io, quindi sentire il battito, sentire i primi calci, sentirla muovere, mi faceva sentire ancora più in colpa, perché io mi sentivo una irriconoscente. Ma come? In più, io ho avuto la fortuna di rimanere incinta senza, diciamo, particolari ricerche, è successo in maniera molto naturale e mi sentivo molto in colpa, soprattutto nei confronti di mia mamma che lei non aveva potuto, aveva dovuto aspettare sette anni. Loro hanno avuto una storia di adozione piuttosto difficile, prima le hanno dato un'altra bambina, poi questa bambina è stata data a un'altra famiglia, comunque una sofferenza all'interno della sofferenza. E io ero lì, a casa mia che mi lamentavo, non so come farò a essere mamma, io volevo un maschio, cosa ci faccio con una bambina femmina, eccetera eccetera. Quindi sicuramente ci sono due esperienze molto diverse, perché sono sensazioni, sono emozioni, sono percorsi completamente diversi. L'amore, alla base, è lo stesso, cioè l'amore che provano mia mamma e mio papà nei confronti miei e di mio fratello. è assolutamente lo stesso che proviamo io e Ntoiay per Naresiai. Ma le esperienze sono diverse e credo che la ricerca, la sofferenza della ricerca, la sofferenza dell'attesa, la sofferenza dell'imprevisto e dell'imprevedibilità della situazione che l'adozione crea all'interno di una famiglia, perché ricordiamo che due, due papà, due mamme o una mamma e un papà, comunque due persone sono famiglia anche senza figli, quindi all'interno di una famiglia rende il tutto più intenso, più sentito, forse, di una gravidanza naturale, perché la gravidanza naturale è comunque una cosa che accade da sola, mentre l'adozione deve essere cercata, voluta, desiderata, aspettata. E credo che questo renda i genitori adottivi più consapevoli del loro percorso, di ciò che desiderano. Insomma, è difficile diventare genitore adottivi senza volerlo, mentre puoi diventare genitore biologico senza volerlo. Diciamoci le cose come stanno, il genitore adottivo ricerca un figlio, lo cerca, lo vuole. Succede che nella natura dell'essere umano si possa avere una gravidanza non cercata, non voluta, non particolarmente aspettata. E quindi, per forza di cose queste due esperienze sono diverse. Io posso parlare della mia esperienza, ti ripeto, non mi piace parlare dell'adozione in generale perché sono situazioni troppo, troppo diverse. Ti posso dire che i miei genitori ci hanno educato, a me e a mio fratello, in un modo in cui io vedevo che i genitori, per esempio dei miei amici, non facevano. Quante volte io da adolescente andavo a casa delle mie amiche e magari c'era un'amica che si voleva fare il piercing, il tatuaggio, o magari se l'era fatto di nascosto. E mi ricordo che una volta questa mia amica si era fatta un tatuaggio di nascosto, eravamo diciottenni e quando siamo arrivati a casa, sua mamma era impazzita e le aveva detto una frase che io non ho mai più dimenticato, perché mi terrorizzò e le disse, io come ti ho creato, ti distruggo. E fu una cosa che a me scioccò perché mi resi conto di un senso di possessivitá, quasi, sei mio ti ho creato io, tu sei qui grazie a me, che è una cosa che veramente mi turbò moltissimo. Perché, mai, credo mia mamma e mio papà si sarebbero sognati di dirmi, tu sei qui grazie a me e tu hai fatto questo, grazie a me. Insomma, a volte noto nelle famiglie biologiche, usiamo questo termine per distinguerle, noto a volte degli attaccamenti dei genitori verso i propri figli, poco equilibrati, appunto, in questo caso negativi. Cioè se fai qualcosa, ricordati che io ti ho creato. Ricordati che tu mi appartieni o finché vivi sotto questo testo devi rispettare le mie regole che non hanno nulla a che vedere con il rapporto biologico. Cioè, siccome viviamo sotto lo stesso tetto, allora io devo essere un soldatino. Voglio dire, è un po' un controsenso. E dall'altra parte, se poi vogliamo andare a vedere, diciamo degli aspetti insidiosi anche dell'adozione, dall'altra parte c'è a volte un tentativo di andare a mettere delle pezze su dei dolori e delle sofferenze che invece danno una permissività esagerata. A volte il genitore adottivo, per non creare più sofferenza al bambino, al ragazzo adottato, gli fa passare tutto, cioè tutto è concesso, tutto è dovuto perché ha già sofferto abbastanza. Come in ogni cosa, come dicevamo prima, in ogni cosa ci vuole equilibrio. Ci vogliono comunque delle regole. E soprattutto io credo, permettimi di dire questa cosa, so che magari esula un po', soprattutto nella mia esperienza io ho voluto mettere in ordine determinate cose prima di diventare mamma proprio per evitare di far scivolare dentro la maternità tutto un mio bagaglio di esperienze negative che avrebbero distrutto invece questo percorso. Quindi io diciamo, furbamente, me lo dico da sola e mi dico brava e mi do le pacche sulle spalle, ho fatto un percorso di psicoterapia durato moltissimi anni all'estero. Lo facevo su Skype perché ormai con la tecnologia chiunque può fare psicoterapia, non abbiamo più scuse. E devo dire che ad oggi sono felicissima di averlo fatto perché sono una donna, ma di conseguenza anche una mamma, perché sono diventata mamma, molto più consapevole dei miei aspetti negativi, delle mie paure, delle mie insicurezze, delle mie cicatrici. E questo mi permette di essere una mamma molto più serena, molto più attiva e meno passiva nei confronti della mia vita. E questa è una cosa che secondo me, prescinde da essere mamma adottiva o mamma biologica. Prima risolvere il proprio vissuto e poi allora si è pronti ad accogliere una nuova vita, perché accoglierla in un momento di caos penso possa essere distruttiva come cosa.

Carlotta Cerri: [01:01:30] Esatto. Io sono assolutamente d'accordo e credo che anche questo sia  il motivo per cui quando io ho scritto questo corso Educare a lungo termine, non era per dare degli strumenti ai genitori di come gestire i figli, di come gestire lo spannolinamento, mio figlio non mangia, o non sta seduto a tavola, ma era per dare degli strumenti ai genitori, per gestire le proprie emozioni e gestire la propria evoluzione, perché qualsiasi tipo di percorso educativo che vogliamo intraprendere con i nostri figli, deve partire prima da noi.

Gaia Dominici Siankiki: [01:02:09] Infatti, quando una volta parlavi del tuo corso su Instagram, perché mi ricordo che ero nel pieno della lettura e avevo voglia di condividere anche con chi mi seguiva le sensazioni. Mi ricordo che proprio dissi, io sono stata in psicoterapia e quando entro nel corso di Carlotta mi sembra di entrare in una seduta psicoterapeutica e mi ricordo di aver detto è un corso che io consiglio a prescindere, anche a chi non ha figli, perché tu ti rivolgi molto di più al genitore, alla persona, neanche al genitore, alla persona. Io questo l'ho apprezzato molto, perché la maggior parte delle riflessioni che tu fai fare, anche poi in relazione chiaramente all'educazione di un figlio, parte proprio da me. Cioè io sentivo che tu parlavi a me, per poi portarmi a una riflessione chiaramente, ma tu molto spesso ti riferisci all'adulto. Cioè, e questa è una cosa molto particolare, perché davvero il tuo corso è illuminante sotto alcuni punti di vista. Io l'ho trovato illuminante.

Carlotta Cerri: [01:03:17] Ti ringrazio. E tra l'altro poi a un certo punto hai detto una cosa che mi ha fatto venire in mente una conversazione che ho avuto tantissimi, tantissimi anni fa, ancora prima di diventare madre, con la mia insegnante di ballo, che lei rimase incinta quando era proprio ballerina étoile della Scala, che ebbe una gravidanza molto sofferta e molto faticosa per lei, tanti sentimenti contraddittori, quindi per qualche anno lei ha proprio rifiutato questo bambino e l'ha cresciuto più suo padre e lei mi ha sempre parlato della maternità come un, noi li mettiamo al mondo, ma poi i bambini sono del mondo, e a me questa immagine è piaciuta molto perché si riallaccia un po' a quello che abbiamo detto prima proprio del fatto che non ci appartengono, non sono nostri.

Gaia Dominici Siankiki: [01:04:15] A questo proposito tu e tuo marito siete una coppia mista, ormai va un po' di moda dire siamo una coppia mista. E così siamo anche io e Ntoiay, nostra figlia è figlia di due culture, anzi, forse più di due, perché quando sarà più grande sarà divertente spiegarle quante culture l'attraversano. Insomma, sarà abbastanza divertente anche per lei scoprire le sue origini. Una domanda che spesso mi viene fatta su Instagram, ma se tua figlia un giorno dovesse dirti che non vuole vivere nella savana, tu cosa farai? Ed è una domanda che mi lascia sempre molto perplessa, perché, non solo penso che sia anche sintomo di poca conoscenza della mia vita, perché sono nata in un Paese, sono cresciuta in un altro, poi sono emigrata in altri due Paesi, ora vivo in un terzo Paese e chissà nel futuro dove andremo. Ma è abbastanza significativa questa domanda. Perché c'è comunque questa preoccupazione? Cosa farai se tua figlia non vuole vivere da sola? E cosa farò? Niente. Cioè, sarà libera di scegliere. Potrebbe essere che a 16 o 17 anni ci dica io voglio andare a vivere in Italia dai nonni e voglio vedere se mi piace l'Italia e la asseconderemo, cercheremo di renderlo possibile, come se un domani ci dirà, voglio andare a studiare in America o ci dirà, io voglio fare la contadina in Alaska. Abbiamo un'apertura, io e Ntoiay siamo delle guide per lei, cercheremo con il nostro esempio, con la nostra storia, di darle un esempio positivo, la storia della nostra famiglia, di farle vedere che tutto è possibile, che può essere, può scegliere di essere qualsiasi cosa lei voglia e può intraprendere qualsiasi cammino lei desideri. Ma a me non preoccupa che mia figlia un domani mi dica che non vuole vivere nella savana, o che ci vuole vivere per sempre. Sarà libera di fare quello che vuole. Però io a volte vedo anche la preoccupazione dei miei followers, di dire ma cosa succede se lei non vuole vivere lì, oppure cosa succede se lei un domani ti dovesse dire che vuole andare in Italia? Niente, cosa deve succedere? Come io ho detto ai miei, non voglio fare l'università, voglio andare in Australia e sono andata in Australia. Penso che a volte questa domanda sia significativa di una mentalità un po' possessiva dei figli, come se io mi dovessi sentire tradita da mia figlia perché non vuole vivere nella savana, o perché vuole andare a vivere da un'altra parte. Anzi, io le auguro che a 18 anni ci saluti e ci dica, io vado a scoprire il mondo, voglio andare in Colombia, voglio andare in Senegal, io me lo auguro. Io spero di essere un esempio per mia figlia positivo, di donna libera, di donna curiosa, di donna emancipata, di donna che ha voglia di conoscere il mondo. Spero che lei mi guarderà come un esempio da seguire.

Carlotta Cerri: [01:07:42] Io credo che quando siamo noi sereni, in pace con noi stessi, penso che irrimediabilmente anche i nostri figli ci apprezzino, è proprio un'energia che inviamo. Credo. 
Comunque grazie a Gaia, dobbiamo chiuderla qua. anche se potrei ascoltarti per ore, te lo giuro.

Gaia Dominici Siankiki: [01:08:05] Potremmo andare avanti...

Carlotta Cerri: [01:08:06] Sì, probabilmente potremmo andare avanti tutta la tua notte, tutta la mia giornata.

Gaia Dominici Siankiki: [01:08:11] Va beh, chissà, chissà. Magari questa puntata del tuo podcast piacerà così tanto che ne faremo un'altra. Insomma ci sacrificheremo..

Carlotta Cerri: [01:08:20] Anche se non piace, ne facciamo un'altra. Perché almeno ci ritroviamo e parliamo. Anche se sono sicura che piacerà, e mi piacerebbe veramente farne un'altra. E trattare altri temi.

Gaia Dominici Siankiki: [01:08:35] È stato veramente molto interessante.

Carlotta Cerri: [01:08:39] Ti ringrazio, Gaia, sei stata piacevolissima, sei stata un bellissimo esempio e grazie tantissimo per aver prima di tutto accettato e secondo, per aver passato l'intera serata con me.

Gaia Dominici Siankiki: [01:09:07] Ti ringrazio per avermi avuta come tua ospite.

Carlotta Cerri: [01:09:10] Un'ultima cosa, hai voglia di dire dove ti possono trovare, perché così almeno chi non ti conosce riesce ad arrivare a te.

Gaia Dominici Siankiki: [01:09:18] Sì, certo, allora su Instagram mi trovano come siankiki, un nome un po' particolare.

Carlotta Cerri: [01:09:25] E da lì trovano poi un po' tutto quello che riguarda te, trovano anche pamoja, che è bellissimo, io sto desiderando di avere la tua collanina bianca, però proprio per una questione di emissioni, non volevo farla spedire dall'altra parte del mondo, quindi sto aspettando di tornare in Europa. Ma sarà il mio primo acquisto.

Gaia Dominici Siankiki: [01:09:50] Ti ringrazio.

Carlotta Cerri: [01:09:54] Grazie a te Gaia, un abbraccio fortissimo e alla prossima a questo punto!

Gaia Dominici Siankiki: [01:10:00] Grazie buona giornata. Io vado a dormire ma tu inizi la giornata.

Carlotta Cerri: [01:10:04] Io inizio, ma a te buonanotte. Ciao Gaia alla prossima! Ciao.

Carlotta Cerri: [01:10:12] Wow wow! Non so voi, ma io questa chiacchierata l'ho adorata. Sono spesso rimasta incantata ascoltando Gaia. La mia mente andava a conversazioni e domande che avrei voluto farle, ma non volevo interromperla, perché mi ammaliava con i suoi racconti, con il suo modo di esprimersi, con i suoi punti di vista. E poi vabbè, non so se avete mai registrato un podcast, ma io all'inizio di ogni chiacchierata con qualcuno chiedo sempre di non interrompersi e di non parlarci sopra, perché non essendo io un master dell'audio, poi non saprei assolutamente come gestire la situazione. E mi è piaciuta veramente tanto, spero che ce ne saranno altre e spero che sia piaciuta anche a voi tanto quanto è piaciuta a me. E non mi rimane che ricordarvi che mi trovate anche su www.latela.com. oppure anche su Instagram e Facebook come @lateladicarlottablog. 
Buonanotte, buona serata o buona giornata a seconda di dove siete nel mondo. Ciao.

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«Educare con calma» è un bel principio di cui a me mancava solo un dettaglio: la calma. Questo podcast è un resoconto del mio viaggio interiore di genitore.