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La pazienza va coltivata senza scorciatoie

In questo episodio di Educare con Calma parliamo della pazienza dei bambini e di come coltivarla (la pazienza non è innata, nemmeno per Oliver ed Emily che vi sembrano tanto pazienti!). E visto che non ho trucchi o metodi specifici (o magari giusto un paio 😉), vi racconto tanti aneddoti e situazioni in cui noi abbiamo dato l’opportunità ai nostri figli di coltivare la pazienza. Spero che possano ispirarvi e motivarvi a ricercare opportunità anche con i vostri figli.

Episodio 27
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Benvenute e benvenuti a un nuovo episodio di Educare con Calma. Questa settimana, se ve lo siete persi, ho anche pubblicato un episodio di Montessori in 5 minuti, ma non abituatevi a riceverlo ogni settimana perché vorrei che rimanesse un episodio spontaneo, che posso registrare in 5 minuti (letteralmente) quando ne ho voglia e quando mi sento ispirata. E ho deciso che risponderò anche a tante delle vostre domande come spunto di tematiche così cercherò di mantenerlo molto pratico.

Ma torniamo a oggi e a quello di cui mi piacerebbe parlarvi, ovvero della pazienza, del perché Oliver ed Emily sono così pazienti, come abbiamo coltivato la loro pazienza,  e anche quanto ci è voluto per arrivare a questo risultato. Ho scelto questo argomento perché capisco che generi molte domande e che sia un po’ un desiderio di tutti i genitori quello di vedere la pazienza nei propri figli. Mi scrivete sempre in tantissimi, dicendomi, ma mio figlio non è affatto paziente, come faccio ad aiutarlo a sviluppare la pazienza. E oggi cercherò di raccontarvi la nostra esperienza, i n nostri aneddoti, e darvi degli spunti, non sono trucchi, non sono metodi, ma sono proprio solo riflessioni che credo potrebbero aiutarvi a capire come nutrire la pazienza dei vostri figli.

Vorrei iniziare dicendo che i nostri figli non sono pazienti di natura, a volte mi scrivete “e ma i tuoi figli sono pazienti”… no, non sono pazienti, sono bambini normali di 5 e 4 anni, naturalmente impazienti come tutti i bambini, ma sono bambini che hanno avuto tantissime opportunità di coltivare la pazienza e quindi ovviamente sono più pazienti. È un po’ come qualsiasi abilità, la pazienza si deve imparare: se io voglio che i miei figli sappiano nuotare, devo portarli in piscina, devo esporli all’acqua, devo portarli a delle lezioni di nuoto magari, e con la pazienza è lo stesso. Se voglio che sviluppino la pazienza, devo dare loro occasioni di sviluppare la pazienza. 

Quindi, quali sono queste occasioni? Le occasioni sono ovunque, nella vita di tutti i giorni, a seconda del vostro stile di vita, della vostra routine. Per noi che siamo viaggiatori a tempo pieno, sicuramente tante di queste occasioni sono nate in viaggio. Quando si viaggia, c’è un sacco di attesa, per esempio all’aeroporto, le code per il check-in, l’attesa dei bagagli, poi l’attesa per comprare il biglietto della metro, l’attesa del proprietario dell’airbnb o alla reception dell’hotel, attesa attesa attesa… Infatti noi abbiamo conosciuto tantissime famiglie in viaggio, proprio come noi, che hanno venduto tutto e sono partite per viaggiare, e quando ci confrontavamo con loro devo ammettere che tutti eravamo d’accordo sul fatto che il viaggio abbia insegnato moltissima pazienza ai nostri figli. Per esempio un giorno a papamoa, dove abbiamo fatto base qui in Nuova Zelanda, abbiamo incontrato una famiglia neozelandese di viaggiatori, tra l’altro pensate che questa famiglia l’avevamo conosciuta a Chiang Mai in Tailandia, poi l’avevamo ritrovata per puro caso a Bali, camminando per strada, buffissimo, e poi l’abbiamo ritrovata, per puro caso di nuovo, qui in Nuova Zelanda a un mercatino e ci siamo fermati a parlare con loro e dopo circa mezz’ora che parlavamo tra noi adulti ci siamo resi conto che i bambini erano seduti per terra ai nostri piedi a giocare con dei bastoncini e ci siamo guardati e ci siamo proprio detti di quanto il viaggio abbia aiutato la loro pazienza, e tra l’altro questo mi ha colpita perché loro hanno un figlio unico, ovviamente quando sono in due è più facile, si fanno compagnia, ma anche loro avevano riscontrato lo stesso in loro figlio di 3 anni, figlio che era unico.

Ma se c’è una cosa che accomuna tutti e dico tutti coloro che riscontrano questa pazienza nei propri figli è che non usano schermi. E lo so che qui solleviamo un polverone, e capisco tutte le varie ragioni per offrire schermi ai proprio figli, perché gli schermi sono un aiuto a casa, perché aiutano intrattengono il bambino mentre il genitore fa le faccende domestiche, perché aiutano ad avere momenti per se stessi ecc ecc ecc, ma ormai sapete che cosa penso io degli schermi e sono qui per dirvi la verità senza troppi filtri e la verità senza filtri è che gli schermi non promuovono la pazienza. Sono un’alternativa sempre disponibile alla noia. E la noia è ciò che permette di sviluppare la pazienza. Se i nostri figli non sono abituati ad annoiarsi, non possono sviluppare la pazienza. Se ogni volta che si annoiano diamo loro un dispositivo, uno schermo con una canzoncina o un cartone animato, non possono imparare a trovare soluzioni creative per combattere la noia, e quindi non possono sviluppare la pazienza. Gli schermi fanno sì che il cervello si spenga, sono un po’ una macchina del tempo per i momenti di noia, nel senso che quando un bambino guarda uno schermo, il suo cervello si spegne, non sente il tempo che passa, non sente la noia, non fa lo sforzo di imparare a convivere con la noia. Quindi il bambino nella sua testa pensa, Perché devo imparare la pazienza se tanto ci sono sempre gli schermi a mia disposizione che mi permettono di non sentire la noia e di non soffrire l’attesa? Non è difficile da capire, è ovvio che il bambino preferisce l’alternativa facile alla noia, che è un processo più difficile.

Noi abbiamo usato raramente dispositivi in viaggio o nella vita di tutti i giorni. Anche in situazioni in cui eravamo disposti e predisposti ad usarli di più, tipo in gite in macchina in cui ogni giorno facevamo 2-3 ore di strada, alla fine li abbiamo usati molto meno di quanto pensassimo. Per esempio, in un on the road di circa 18 giorni con una media di 2 ore al giorno di strada o un po’ di più, io la verità mi aspettavo di usare degli schermi molto di più e invece no, invece sarà capitato una o due volte che abbiamo dato loro un film in macchina ed è stato proprio perché eravamo già dell’idea di farlo. Perché a dirla tutta, non ne avevano bisogno, avremmo potuto fare senza, avremmo potuto cantare o raccontarci storie o fare un gioco quando notavamo che stavano raggiungendo il loro limite. Invece in quel momento io e alex abbiamo deciso di dargli un film e certo non mi sono sentita in colpa per averlo fatto, perché ho imparato a non sentirmi in colpa per ciò che potrei fare meglio come genitore perché c’è sempre qualcosa che potrei fare meglio, ma sì che ho pensato, non era necessario. La verità più vera è che non ne avevano bisogno, non ne hanno mai bisogno. E ti dirò di più: non è che quando siamo in macchina, non ci chiedano 2345 volte “quando siamo arrivati? Quanto manca?” no, sono bambini normali, ce lo chiedono in continuazione, la nostra pazienza spesso vacilla, ma so che per esperienza che quei momenti in cui i bambini fanno più fatica a gestire la noia, sono anche le migliori occasioni che hanno per esercitare abilità come l'attesa, come la pazienza, come la gestione della noia, che creano poi abilità sociali importanti, come saper aspettare nello studio di un medico, per esempio, o come rimanere seduti al ristorante… sono proprio quei momenti che sviluppano la pazienza. Sono proprio quelle le opportunità di coltivare la pazienza, sono quei momenti del quotidiano in cui decidiamo come genitori di non prendere scorciatoie, come quella di non dare uno schermo per ingannare l’attesa, perché il concetto stesso di ingannare l’attesa per me è sbagliato, non si deve ingannare l’attesa, si deve imparare a viverla.

E vi assicuro che per imparare a vivere l’attesa non serve andare a girare il mondo o viaggiare, basta cogliere le occasioni del quotidiano, la coda al supermercato, i viaggi in macchina, l’attesa del bus… ricordo che quando eravamo stabili a Marbella una delle attività che facevo spesso con i bambini era andare a prendere il bus (anche quando avevamo la macchina), non avevamo una direzione, spesso facevamo un paio di fermate e poi scendevamo, facevamo una passeggiata, andavamo a un parco giochi e poi tornavamo in bus. C’era tantissima attesa in tutto questo? C’era il comprare i biglietti, stare seduti alla fermata del bus (a volte anche a lungo perché a Marbella i bus sono raramente in orario), c’era fare la coda per salire sul bus che già solo quello era difficile, ricordo che Emily voleva sempre salire prima di tutti, ma dovevamo rispettare la fila… e poi c’era il viaggio e tutto da capo al ritorno… ovviamente io non lo sapevo ancora, io lo facevo perché quelle sono i tipi di attività che a me piace offrire ai miei figli, ma in quell’esperienza stavamo già iniziando a praticare l’attesa e la pazienza, abilità che poi avremmo usato e sviluppato ancora di più in viaggio. Ma se io in quei momenti di attesa avessi dato ai miei figli un dispositivo per ingannare la noia invece di vivere la noia, se avessi tolto il dispositivo solo per i momenti emozionanti, come il minuto in cui si sale sul bus o i primi minuti di viaggio, il loro cervello avrebbe chiuso bottega e non sarebbe stata un’esperienza di apprendimento, avrei perso l’occasione di coltivare la pazienza.

Perché la pazienza va coltivata, e le occasioni per coltivarla vanno ricercate sia nella vita di tutti i giorni, sia in situazioni in cui magari bisogna uscire un po’ dalla propria zona di confort. A volte credo che si debba anche correre qualche rischio, tra virgolette. Ricordo che una volta abbiamo deciso di non prendere l’aereo da Bangkok a ko kohd, un’isola della Tailandia, e abbiamo optato invece per un bus di 5 ore. Voi non immaginate la situazione, ci siamo svegliati alle 3 del mattino per arrivare nella parte di Bangkok dove partiva il bus alle 5, mi sembra, poi abbiamo preso questo bus in cui i bambini dovevano stare in braccio a noi perché non avevano posti loro, e il viaggio è durato 5 ore su strade non proprio piatte quindi si faceva fatica a dormire tra un salto e l’altro, poi siamo arrivati e abbiamo ancora dovuto aspettare un minibus se così lo possiamo definire visto che non aveva nemmeno le porte, che ci portasse alla barca e poi c’è stata ancora un’ora di barca, e poi una mezz’ora di macchina per arrivare all’hotel in questa isola vergine e poi dopo due settimane abbiamo fatto tutto al contrario per tornate a Bangkok… e ve lo racconto per dirvi che sì, certo che abbiamo fatto fatica, certo che abbiamo pensato “magari l’areo sarebbe stato più facile”, ma no, non siamo pazzi, abbiamo valutato la situazione e quando abbiamo deciso di farlo comunque, ci siamo preparati: abbiamo preparato cosine da mangiare, qualche libro, i loro iPod mini per ascoltare la musica, le loro lavagnette per disegnare e poi abbiamo adattato le nostre aspettative, perché ovviamente se li mettiamo in una situazione del genere, siamo noi a dover adattare le nostre aspettative, se chiediamo pazienza a loro dobbiamo averla prima di tutto noi. E in quell’occasione tra l’altro non avevamo nemmeno usato dispositivi, né all’andata né al ritorno, non perché non avevamo l’opzione o perché siamo masochisti ed stremisti e guai ad usare gli schermi, no, ma semplicemente perché non ci è sembrato necessario in nessun momento, ci è sembrato di poter offrire altre cose, come dormire un pochino, come la nostra presenza, come il paesaggio fuori, come contare i tempi che vedevamo, come i libri, la musica, il cibo… io e alex ci sentivamo in grado di poter fare un piccolo sforzo in più e l’abbiamo fatto e i bambini l’hanno sentito e hanno a loro volta risposto con un piccolo sforzo da parte loro. Ma lo ripeto, se noi quella volta e tante altre volte simili, 1. Non avessimo deciso di correre il rischio e di uscire dalla zona di comfort e 2. Avessimo deciso di optare per i dispositivi per ingannare la noia… non sarebbe stata un’occasione di apprendimento, avremmo sprecato l’opportunità di coltivare la pazienza. 

Ed è questo che io chiamo educare a lungo termine, fare uno sforzo in più oggi per vedere poi i frutti domani. Anche perché le scorciatoie purtroppo non educano a lungo termine.

E con questo non voglio dire di non usare mai scorciatoie, non sono per gli estremi e non li consiglio mai, ovviamente bisogna anche conoscere e rispettare i limiti dei propri figli: vi faccio un esempio, pochi giorni fa siamo stati a vedere il lancio di un razzo a Mahia, qui in uova Zelanda, ma noi eravamo a Napier, circa tre ore da Mahia, quindi quello che avremmo visto era proprio solo un puntino luminoso nel cielo sapendo che era un razzo che andava nello spazio. Per questo eravamo in dubbio sull’andare, anche perché non c’era neanche la certezza che il lancio sarebbe avvenuto, ma alla fine abbiamo deciso di spiegare tutto ai bambini per prepararli e per impostare le aspettative, e andare comunque, perché pensiamo che sia importante imparare anche ad apprezzare ciò che non è davvero sensazionale, come anche quando li abbiamo portati a vedere le balene in mare per esempio, che significa ore di attesa per poi vedere una piccola parte della balena e se sei fortunato la coda (che io personalmente trovo emozionante al massimo, ma i bambini ovviamente no perché di balene ne hanno viste a bizzeffe sott’acqua nei documentari, e per loro probabilmente non è sensazionale vederle come le si vede in barca, delude le aspettative ovviamente… ma noi crediamo che è così che possiamo insegnare loro ad apprezzare ciò che non sembra sensazionale alla vista, ma che in realtà è sensazionale e unico, come la coda di una balena in libertà o il lancio di un razzo che va nello spazio… ecco, mi sono persa un po’ nei miei pensieri, ma vi raccontavo che quando li abbiamo portati a vedere il razzo, siamo arrivati verso le 7:15 di sera sulla cima della collina (vi ricordo che loro vanno a letto verso le 7 quindi per loro era già tardi, cosa che ovviamente mi fa capire che io devo impostare di impostare le mie aspettative e la mia attitudine in maniera diversa), siamo arrivati alle 7:15 e il lancio era alle 7:53, quindi c’era una bella attesa. Abbiamo esplorato tutti i lati della collina, abbiamo guardato con il binocolo il cantiere navale ai piedi della collina. I bimbi sono stati molto pazienti, hanno aspettato e anche se si lamentavano un po’ perché erano stanchi ovviamente sembrava che ce l’avremmo fatta, ma poi verso le 7:45 hanno fermato il conto alla rovescia perché le condizioni atmosferiche non erano favorevoli e a quel punto non sapevamo quanto avremmo dovuto aspettare perché la finestra di lancio era fino alle 9.30 mi sembra. Allora, proprio perché conosciamo e rispettiamo i limiti dei nostri figli, sapevamo che per loro era tardi, sapevamo che avevano già fatto uno sforzo importante e non ci sembrava giusto chiedergliene uno ancora più grande, e quindi abbiamo dato loro il telefono di alex con la diretta dal lancio. E non è che fosse nulla di emozionante, era uno schermo fisso sul razzo fermo e ogni qualche minuto c’erano un paio di persone che parlavano e spiegavano qualcosa… ma è stato sufficiente per far passare un’altra mezz’ora finché finalmente hanno dato il via libera e abbiamo potuto vedere il lancio (ovvero un puntino di luce minuscolo nel cielo, che però ci ha emozionati perché sapevamo che era un razzo vero e proprio che andava nello spazio, quindi è stata un’esperienza davvero speciale!). E tutto questo per dirvi che non utilizzare scorciatoie secondo me è molto importante per coltivare la pazienza, ma bando agli estremi, bisogna anche imparare a leggere le situazioni, conoscere i limiti dei bambini e rispettarli. 

Ma attenzione, ho parlato solo di occasioni fuori casa per coltivare la pazienza, ma non voglio che pensiate che la pazienza si sviluppi solo fuori casa, perché non è così. Noi per esempio lavoriamo da casa e i nostri figli hanno dovuto abituarsi a essere pazienti quando noi lavoriamo, è un processo molto lungo, che richiede molta pazienza da parte del genitore, ma è davvero un’ottima occasione per nutrire la pazienza, per educare a lungo termine, anche per insegnare ai bambini a rispettarci e a rispettare il nostro lavoro. Io ricordo all’inizio quando Emily era proprio piccola, parlo di mesi, come sapete lei dormiva pochissimo e quindi io spesso lavoravo a computer seduta per terra sul tappeto con lei che giocava, si metteva i giochi in bocca, guardavo le sue giostrine montessori: quindi io c’ero, ero presente, ma se lei per esempio mi portava un gioco (quando già gattonava) e io non potevo accoglierla in quel momento, prendevo il gioco, lo guardavo, le sorridevo e lo rimettevo sul tappeto, come per dire ora non posso. E poi ovviamente ero consapevole dei suoi limiti, quindi tenevo un occhio ai minuti e ogni tot decidevo un momento in cui potevo dedicarmi a lei e allora chiudevo il computer e comunicavo “eccomi” oppure “ho finito” e giocavo un pochino con lei, prima di ritornare a lavorare. Non lo facevo con un obiettivo preciso, lo facevo perché avevo notato che per noi funzionava, che spesso se le dedicavo un pochino di tempo esclusivo, poi riuscivo a riprendere in mano il computer e lavorare per qualche minuto, sempre seduta vicino a lei, ma ovviamente ora che mi guardo indietro, anche quello era un modo per coltivare la sua pazienza, un minuto alla volta. Poi quando i bimbi erano più grandi ricordo che usavo tecniche come un cartello attaccato alla sedia con una mano disegnata e una sbarra sopra la mano come per dire off limits, non sono disponibile oppure dicevo loro “mummy time” che significa questo è tempo per me, per mamma… e poi cercavo di capire quanto tempo avevo a disposizione prima che esaurissero completamente la pazienza e cercavo di fermarmi un po’ prima, comunicavo che per ora avevo finito (credo che la comunicazione sia importante), e mi dedicavo a loro per qualche minuto, leggevamo un libro, giocavamo un po’ con i lego, o qualsiasi altra cosa e poi comunicavo che dovevo finire di lavorare. Questo è per dirvi che in realtà anche il fatto che noi lavoriamo da casa ha aiutato moltissimo a coltivare la pazienza. E non sempre ci riuscivo eh, spesso avevo il desiderio di finire un lavoro, ma loro proprio non ne volevano sapere e allora finiva che tutti sbottavamo, ma poi tornavamo sui nostri passi, ci scusavamo e alla fine ogni volta tutti imparavamo qualcosa su noi stessi, sull’altro e sui nostri rispettivi limiti. Poi certo, un’altra cosa che ho notato che ha aiutato molto a coltivare la pazienza è stato il non avere molti giocattoli, perché avere tanti giocattoli e tutti a disposizione non promuove la concentrazione, non promuove il gioco autonomo, perché più giochi ci sono più il bambino tende a passare da un gioco all’altro senza prestare troppa attenzione a nessuno in particolare, diventa un po’ come un’ape che va di fiore in fiore, insomma, mentre invece quando ci sono pochi giocattoli è più probabile che il bambino impari ad apprezzarli individualmente e a giocare più a lungo con un singolo giocattolo. E questo credo che sia un errore che tanti genitori fanno inconsapevolmente purtroppo, mettono a disposizione tantissimi giocattoli pensando che in questo modo i bambini siano più intrattenuti e riescano a giocare più autonomamente più a lungo, ma alla fine ottengono il risultato opposto. Sicuramente farò un episodio di montessori in 5 minuti sui giocattoli e sulla scelta del giocattolo, perché è un argomento di cui mi chiedete spesso. 

Ma oggi il messaggio che volevo vi arrivasse è che la pazienza non è innata, richiede lavoro. Quando vedete la pazienza dei miei figli e pensate, vorrei che anche i miei ce l’avessero, dovete prima osservarvi e chiedervi quante opportunità state dando loro per coltivarla. E se pensate di non dargliene abbastanza, ricercatele, ricercate l’attesa, vivete la noia, non cercate scorciatoie. Che poi davvero vi assicuro che le scorciatoie nella genitorialità non portano mai a dove vogliamo arrivare. La pazienza è un’abilità che va nutrita, coltivata giorno dopo giorno, e richiede tempo, è un apprendimento a lungo termine.  

E con questo chiudo perché mi sono già dilungata fin troppo. Onestamente non so nemmeno che cosa ho detto, non ho seguito proprio un filo logico, ma spero che quello che ho raccontato vi abbia dato degli spunti e degli angoli di riflessione diversi e abbia piantato qualche semino nella vostra mente. Spero che gli esempi che vi ho raccontato di come noi coltiviamo la pazienza con i bimbi vi possano ispirare a ricercare opportunità per coltivare la pazienza con i vostri figli, anche correndo qualche rischio, anche uscendo un po’ dalla vostra zona di comfort con i vostri bambini, ma sempre ovviamente tenendo a mente la persona che avete davanti e i suoi limiti.

Vi do appuntamento alla settimana prossima con un altro episodio di educare con calma, ma prima vi ricordo che fino ad allora se vi manco mi trovate anche sul mio blog www.latela.com dove tra l’altro adoro leggervi quindi scrivetemi, lasciatemi commenti, lasciatemi riflessioni, scrivete, scrivete, scrivete e ovviamente mi trovate anche su Instagram e Facebook come lateladicarlottablog.

Buona giornata, buona serata o buona notte a seconda di dove siete nel mondo. Un abbraccio, ciao. 

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