E se le domande difficili non arrivano?
In questo episodio di Educare con calma riprendo il tema delle conversazioni difficili: cosa possiamo fare quando bambinə non fanno domande su argomenti come sessualità, morte, razzismo o guerra? Ne parliamo noi o aspettiamo?
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Note dell’episodio
In questo episodio parliamo di:
Cosa comporta evitare certi argomenti e perché farlo non significa «proteggerlə».
Un esempio concreto sulla sessualità: in che modo i bambini possono entrare in contatto con l'argomento anche senza che lo vogliamo.
Modi semplici per aprire il dialogo, con check-in emotivi e spazio per domande e incertezze.
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Carlotta: Benvenuti e benvenute a un nuovo episodio di Educare con calma. Oggi riprendo il filo da un altro episodio che si intitola "Cose difficili, linee guida per parlarne con i bambini". Se non lo avete ascoltato e volete recuperarlo ve lo lascio nei relazionati a questo episodio, il numero 262, e abbiamo parlato ad esempio di come le conversazioni difficili spesso non sono difficili in sé, ma siamo noi adulti a vederle così e quindi a temerle, e di come tenere i bambini all'oscuro possa invece spaventarli di più anziché proteggerli, come a volte tendiamo a pensare. Vi ho lasciato anche un piccolo vademecum pratico su come avviare le conversazioni difficili, e per conversazioni difficili intendo dall'educazione sessuale alla morte, alla disabilità, alla guerra, al genocidio, al razzismo, e quindi come accompagnarle con i nostri figli. Oggi invece voglio rispondere a una domanda collegata che mi arriva spesso, soprattutto dalle famiglie che iniziano un percorso nell'Educazione a Lungo Termine, quando i bambini sono già un po' più grandi. Mi dicono: "E se le domande dei bambini non arrivano?"
Carlotta: Perché mi fanno questa domanda? Perché noi diciamo sempre su La Tela: quando arriva una domanda è perché il bambino o la bambina è pronto ad ascoltare la risposta. A volte però le domande non arrivano non perché i nostri figli non siano pronti, ma perché non sanno ancora che quell'argomento esiste, non hanno il linguaggio per formulare quella domanda. Io penso, per esempio, all'educazione sessuale, al razzismo, al cambiamento climatico. Un bambino di 4-5 anni difficilmente verrà da noi a chiederci: "Ehi mamma, cosa significa discriminazione?" "Ehi papà, che cosa significa sesso?" Se non ha mai sentito quelle parole in un contesto che riesce a riconoscere, probabilmente non ci farà quelle domande.
Carlotta: Questo non significa che avviare quelle conversazioni non sia importante, specialmente nel caso dell'educazione sessuale, per esempio. Sappiamo da tantissimi studi, ricerche, statistiche che è incredibilmente importante iniziare a parlare di educazione sessuale, di sessualità con i bambini a partire dai 3-4 anni. Per me, per esempio, un'altra conversazione non negoziabile è quella sul razzismo. Magari nella bolla di mondo in cui viviamo non vediamo la discriminazione e il razzismo, ma questo non significa che possiamo semplicemente chiudere gli occhi e lasciare che questa conversazione non arrivi mai, che questo vuoto resti lì finché non verrà riempito da qualcun altro, da qualcos'altro, spesso poi non accompagnato da noi genitori, quindi senza poter essere il filtro di quelle conversazioni.
Carlotta: E poi c'è da ricordare che spesso arriviamo tardi a queste conversazioni. Penso anche solo all'educazione sessuale. Le statistiche ci dicono che spesso già a 8 anni i bambini conoscono o hanno sentito la parola porno. Ma a quel punto non ci fanno più la domanda perché non ne abbiamo mai parlato in famiglia. O magari, quando ci hanno fatto qualche domanda, abbiamo schivato la conversazione. E quindi loro hanno imparato che di quella cosa lì non si parla a casa. Quindi cosa fare se le domande non arrivano? Vi racconto come la vedo io, come ci orientiamo noi in famiglia. Ogni famiglia deve deciderlo per sé.
Carlotta: Ma io penso che ogni famiglia dovrebbe comunque avere questa conversazione. Come affrontiamo le conversazioni quando le domande non arrivano? La prima cosa ve l'ho già detta ed è questa. Noi partiamo dall'idea che ci sono conversazioni che non vanno aspettate, vanno avviate. Per me questo è un passaggio chiave, perché avviare queste conversazioni spesso non è solo una scelta educativa, ma è proprio anche un modo di stare nella relazione con i nostri figli. Di accompagnarli, di dire loro: "Ehi, guarda che di questa cosa qua tu con me puoi parlare". Proteggerli da queste conversazioni, e proteggerli ho fatto le virgolette nell'aria, non significa davvero proteggerli.
Carlotta: Significa da una parte togliere loro la possibilità di capire la realtà in cui vivono, di sviluppare una mente critica, di diventare persone consapevoli. E dall'altra parte, come dicevo prima, toglie anche a noi genitori due opportunità, diciamo due opportunità molto importanti. La prima è quella di fare da occhio di bue. L'occhio di bue è quella luce che illumina solo una parte del palco, quella che il regista decide di mostrare in quel momento preciso. Ecco, con le conversazioni difficili anche noi possiamo fare qualcosa di molto simile. Non dobbiamo illuminare tutto, non dobbiamo controllare tutto quello a cui i nostri Figli saranno esposti, ma possiamo scegliere cosa portare alla loro attenzione, quando farlo e in che modo.
Carlotta: E con che parole, chiaramente. Possiamo decidere di accompagnarli dentro temi complessi, in modo graduale, con parole adatte alla loro età, senza travolgerli, ma nemmeno lasciandoli al buio, perché poi sono da soli. E questa è una forma di protezione molto diversa da quella a cui siamo abituati. Si basa sull'accompagnare la conversazione anziché evitarla, come magari è successo a molti di noi quando eravamo piccoli. Prima vi ho fatto l'esempio della sessualità e della pornografia. Molti bambini oggi hanno accesso a dispositivi e quindi a internet, e nonostante tutti i parental control, l'accesso a internet è limitato, possono facilmente imbattersi in questo tipo di contenuti.
Carlotta: Ad esempio con un amico che ha il telefono e mostra qualcosa che ha trovato online. Ma anche altrove. Io ricordo un momento in Messico, in cui ad una fiera di paese, abbiamo visto dei portachiavi a sfondo sessuale, con una persona con un pene enorme, che entrava in una persona messa a quattro zampe. Il porno non è solo online, è ovunque. Lì abbiamo avuto una conversazione con i nostri figli e siamo riusciti ad essere completamente aperti. Ne abbiamo parlato con naturalezza e senza imbarazzo, perché facciamo educazione da quando avevano tre anni. Chiaramente non dicendogli che cos'è il porno a tre anni, ma preparandoli a questa conversazione.
Carlotta: Ma possiamo anche andare ad un altro tema, per esempio il tema della morte. Il tema della morte è ancora un tabù nella nostra cultura. E quindi, che ci piaccia o no, il contatto con la morte per un bambino spesso avviene in un modo improvviso, senza alcuna preparazione. E il bambino e la bambina si trovano davanti a immagini o contenuti o conversazioni non validi per la loro età, senza avere strumenti per interpretarli, se questa conversazione non è già stata consapevolmente nutrita, avviata in famiglia. Avviare queste conversazioni non significa anticipare tutto o dire tutto subito, ma iniziare a modellare il linguaggio e creare uno spazio in cui quei temi possono esistere.
Carlotta: Così, quando le domande arriveranno, non saranno argomenti completamente nuovi e soprattutto i nostri figli, come dicevo prima, sapranno che possono venire da noi per raccontare e chiarire i dubbi. Nella pratica, questo può essere molto più semplice di quello che immaginiamo. Non bisogna necessariamente sedersi e fare un discorso strutturato come quello che avviene per il sesso nei film, ma magari semplicemente dire, mentre siamo in macchina, a tavola, in passeggiata, «Ehi, ho letto una cosa oggi che mi ha fatto pensare e mi piacerebbe raccontartela, ti va?» E poi aggiungere qualcosa come «Parlava di una persona che è stata trattata in modo ingiusto per il colore della sua pelle» e mi ha fatto riflettere.
Carlotta: «Tu hai mai visto qualcosa del genere? Hai mai sentito una storia del genere?» E lasciare che la conversazione si apra, senza forzarla. Quello che stiamo facendo in quel momento è accendere una luce e dire «Questa cosa esiste, possiamo osservarla insieme e in questa famiglia possiamo parlarne». Lo so che mi sto ripetendo tantissimo, ma questi sono concetti estremamente importanti, quindi permettetemi di fare l'effetto disco rotto. E due, la seconda cosa che rischiamo di perdere, se non scegliamo attivamente di avviare conversazioni difficili con i nostri figli, è, anche qui mi ripeto, la possibilità di fare da filtro.
Carlotta: Fare da filtro non significa censurare o nascondere argomenti o notizie, ma scegliere come e quando certe informazioni entrano nella vita dei nostri figli e soprattutto con quale tipo di accompagnamento, perché la questione non è quando ne parleranno, se ne parleranno. Ne parleranno. La differenza è con chi ne parleranno e io voglio essere la persona con cui ne parleranno. Per esempio, su un tema come la guerra, possiamo essere noi ad aprire la conversazione in modo molto semplice. Voglio raccontarti una cosa che succede nel mondo. A volte, le persone che governano i paesi non risolvono i loro problemi parlando, come facciamo noi, e iniziano a usare la violenza, le armi.
Carlotta: Questo si chiama guerra e può fare soffrire molte persone, può fare soffrire anche noi, che ne parliamo soltanto e non la viviamo. E lì ci fermiamo e vediamo cosa succede. Se arrivano domande, rispondiamo. E su questo puoi ascoltare l'episodio precedente del podcast che menzionavo all'inizio e che contiene proprio le linee guida essenziali. Se non arrivano domande, lasciamo che quella informazione resti lì. Magari però facciamo un piccolo check-in nella loro emozione. Cosa ne pensi di quello che ti ho detto? Come ti fa sentire? E poi potremo tornarci più avanti, magari riprendendo il tema in un altro momento o quando emergerà qualcosa di nuovo.
Carlotta: Viviamo in un mondo in cui le informazioni arrivano comunque. Certi contenuti e conversazioni circolano indipendentemente da noi, ma la nostra presenza può fare la differenza nel modo in cui quelle informazioni vengono assorbite dai nostri figli, in cui quelle informazioni arrivano ai nostri figli. Può trasformare un'esperienza confusa o che fa paura in qualcosa che può essere compreso e attraversato insieme. Noi genitori dovremmo essere il punto di riferimento per dare un primo contesto. Dovremmo offrire parole semplici e oneste e restare accanto ai nostri figli per accogliere domande ed emozioni.
Carlotta: Noi possiamo essere il punto di riferimento che rende queste conversazioni meno solitarie e quindi meno pericolose o spaventose e più sostenibili nel tempo, a lungo termine. Vi lascio con un'ultima riflessione, un ultimo pensiero a La Tela. È molto importante comunicare che con noi qualsiasi emozione può esistere e qualsiasi conversazione può trovare posto. Questo significa anche mostrarci per quello che siamo, persone che non hanno tutte le risposte, che a volte si sentono sopraffatte e si fanno domande. Un genitore che dice «anch'io sono triste quando parlo di questa conversazione», oppure «non lo so, ci pensiamo insieme, vuoi fare una ricerca insieme?»
Carlotta: Questo genitore sta mostrando ai propri figli che in questa famiglia le emozioni non fanno paura, né le loro né le nostre, e che le cose difficili e che fanno paura si possono affrontare insieme. Questo è proprio un piccolissimo spunto, pensiero a La Tela che voglio lasciarvi oggi. L'ho tenuto breve, apposta. Su La Tela trovate tantissimi contenuti per approfondire. C'è un'intera categoria del percorso per Educare a Lungo Termine che si chiama proprio «Le cose difficili». Ci sono tantissime guide anti-tabù che hanno una guida per l'adulto, è un libro per l'infanzia da leggere insieme ai bambini e che può essere proprio il motore delle conversazioni.
Carlotta: Per esempio, quello sulla morte, quello sull'educazione sessuale, quello sulla disabilità, Quello sulla diversità di genere, quello sulla paura, sui capricci perfino, con i bambini un po' più piccoli. Persino i capricci a volte possono essere un tabù, proprio per il modo in cui li vediamo e quindi trasmettiamo questa mentalità ai nostri figli. E invece possiamo fare diversamente. Le risorse ci sono, le avete e su La Tela trovate anche una comunità che sta facendo lo stesso lavoro che state facendo voi. Anzi, se volete unirvi a questa comunità andate a lasciare un commento nell'episodio di oggi.
Carlotta: Potete farlo su latela.com barra podcast cercando il numero dell'episodio, oppure potete scrivere il titolo di questo episodio nella barra di ricerca del sito. Unirvi a questa conversazione, porre domande, esprimere dubbi può davvero aiutare a sentire un senso di comunità, non sentirci soli in questo lavoro, che è un problema grandissimo di noi genitori che scegliamo di educare a lungo termine. E spesso le risposte che ci arrivano sono davvero una carezza. Anche per oggi questo è tutto. Vi do appuntamento al prossimo episodio di Educare con Calma e non mi rimane che augurarvi buona giornata, buona serata o buonanotte, a seconda di dove siete nel mondo.
Carlotta: Ciao ciao!
Per continuare
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