Conosci l'arte del respectful parenting?

Una conversazione con Silvia D'Amico sul suo libro, per imparare a superare gli ostacoli della genitorialità con amore e fermezza.

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28 luglio
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Probabilmente conosci già Silvia D'Amico come Mamma Superhero: parent coach, divulgatrice del respecteful parenting, madre di tre figli e autrice di uno dei più longevi podcast di genitorialità in Italia (dal 2019!).

Su La Tela è la nostra persona di riferimento per la maturità emotiva del genitore e per la gestione della rabbia: trovi le sue lezioni proprio nella categoria Rabbia del Percorso per Educare a Lungo Termine.

Percorso
Rabbia
48 lezioni - 3h 19m

Questa conversazione nasce dal Book Club su La Tela dedicato al suo libro: «L'arte del respectful parentingCome superare gli ostacoli della genitorialità con amore e fermezza».

Il respectful parenting è l'approccio educativo nato dal lavoro di Magda Gerber: parte dal riconoscimento del bambino come persona competente e degna di rispetto e mette al centro la relazione, la connessione e la fiducia. Allo stesso tempo, considera i bisogni del genitore importanti quanto quelli del bambino: educare con il respectful parenting non significa quindi mettere da parte sé stessə e le proprie esigenze, ma costruire una relazione in cui cura, ascolto e rispetto funzionino in entrambe le direzioni.

Ripercorriamo qui alcuni dei temi che abbiamo affrontato insieme.

Cosa ti ha portata a scegliere il respectful parenting come approccio educativo con i tuoi figli?

Avevo appena avuto la mia prima figlia e me ne parlò mia cognata: una ragazza con cui lavorava aveva appena aperto un canale YouTube di genitorialità, in cui parlava di respectful parenting.

In realtà – come racconto anche nel mio libro – il «primo incontro» con questo approccio educativo fu disastroso e di totale rifiuto! Ricordo che guardai alcuni video e le cose che sentivo mi sembravano talmente assurde che chiusi il canale e (per qualche tempo) andai avanti per la mia strada.

Poi è arrivato il secondo figlio, a diciassette mesi dalla prima. Ero sfinita e ho iniziato a vedere emergere in me dinamiche, automatismi, reazioni che non mi piacevano affatto: mi spaventavano. Così, sono tornata a cercare quella ragazza su YouTube.

Nessuno mi ha convinta dall'esterno: il cambiamento è arrivato da dentro, passo dopo passo, nel momento in cui ero pronta per accoglierlo.

Un pensiero a ragnatela

Il rifiuto iniziale fa spesso parte dei percorsi verso un’educazione diversa. Questo vale anche quando uno dei due genitori è più prontə a mettersi in discussione e l’altrə è più scettico.

Ricordiamoci che non possiamo convincere o costringere il nostro partner a cambiare: possiamo iniziare da noi, dal nostro modo di stare nella relazione e di educare. E magari col tempo, vedendo il nostro cambiamento, anche partner potrà trovare a sua volta il modo di avvicinarsi a un nuovo modo di essere genitore.


Nel libro scrivi: tra il dire (di voler applicare il respectful parenting) e il fare, c'è di mezzo il sistema nervoso. Che cosa significa?

Nel mio percorso, a un certo punto, avevo accumulato tantissime informazioni e avevo chiarito quali erano i miei valori. Eppure, nella pratica quotidiana, continuava a esserci un divario enorme tra quello che sapevo e il modo in cui riuscivo a comportarmi.

All'inizio pensavo che il problema fossi io: non ero «abbastanza brava», non avevo abbastanza forza di volontà o forse dovevo imparare ancora qualcosa. Poi ho capito che non era una questione di sapere di più, ma di riuscire a gestire ciò che succede dentro di noi quando siamo sotto stress. È qui che entra in gioco il sistema nervoso.

Quando siamo travolti da un’emozione intensa, non è la mancanza di conoscenza a impedirci di applicare ciò che sappiamo, ma il fatto che il nostro sistema nervoso che prende il sopravvento. Immagina un fantino in sella a un elefante: il fantino rappresenta la nostra parte razionale, che sa dove vorrebbe andare; l’elefante rappresenta invece le nostre reazioni automatiche, guidate dal sistema nervoso. Il fantino può sapere perfettamente quale direzione prendere, ma non ci riuscirà se l’elefante decide di andare da un’altra parte.

La regolazione del sistema nervoso serve proprio a fare in modo che l’elefante possa rallentare e seguire intenzionalmente la direzione scelta dal fantino.


Riparare è uno degli strumenti più importanti nell'ELT e nel respectful parenting. Ma quando sbagliamo, basta davvero riparare?

Una mamma una volta mi ha detto: «Non chiedo scusa perché mi sembra solo di lavarmi la coscienza: nella pratica non cambia nulla». E in effetti, se chiediamo scusa e poi non facciamo nulla per cambiare davvero fino alla prossima urlata, magari pensando «Sono fattə così, non ci posso fare niente», la riparazione rischia di diventare un rituale vuoto.

Ma se siamo onestə con noi stessə e con nostrə figliə e riconosciamo che stiamo imparando a fare qualcosa che nessuno ci ha mai insegnato, allora cambia tutto. Siamo principianti: ci saranno ricadute e momenti in cui non riusciremo ad applicare ciò che sappiamo. La domanda, però, diventa: sto davvero facendo qualcosa per cambiare? Ho gli strumenti per lavorare sulla mia regolazione emotiva e sulla mia rabbia? Conosco modi diversi per interagire con miə figliə e per riparare? E soprattutto, riesco a guardare il mio punto di partenza senza colpevolizzarmi?

Nessuno ci ha insegnato a gestire la rabbia o a prenderci cura delle nostre emozioni. Per moltə di noi, il nostro mondo emotivo è stato trascurato: ora stiamo imparando a occuparcene e questo richiede tempo e pratica.

L'obiettivo è fare in modo che «Scusa» non diventi una parola che ripetiamo all'infinito, ma parte di un cambiamento reale: ogni volta, un piccolo passo verso un modo diverso di stare con noi stessə e con i nostri figli.


Amore e fermezza: come si tengono insieme senza scivolare nell'autoritarismo o nel permissivismo?

Gli ostacoli e la fatica non spariscono, anche con il respectful parenting. Crescere un’altra persona fino all’autonomia è un lavoro enorme, e ci sono mille variabili che non possiamo controllare.

Sul tema della fermezza, però, c’è un grande fraintendimento. Molti genitori che hanno ricevuto un’educazione autoritaria hanno così paura di ripetere quello schema da arrivare, a volte, quasi a rinunciare al proprio ruolo. Ma rispettare i nostri figli non significa delegare loro tutte le decisioni: noi restiamo gli adulti di riferimento e ci sono situazioni in cui dobbiamo dire «no» e far rispettare un limite.

La differenza è che fermezza e aggressività non sono la stessa cosa: i bambini hanno bisogno di regole e limiti, e noi dobbiamo imparare a farli rispettare senza violenza, minacce o urla.

Se mio figlio di tre anni non vuole lavarsi i denti ed è in crisi, posso lasciarmi trascinare dal suo caos, diventare aggressiva e peggiorare la situazione. Oppure posso prenderlo in braccio con gentilezza, impedirgli di colpirmi, riconoscere che è arrabbiato e dirgli: «Non vuoi lavarti i denti, lo capisco. Ma è il momento di farlo». Poi resto lì con lui e mi regolo, perché la mia calma è contagiosa quanto il suo caos.

Questo è amore e fermezza insieme: non lascio che sia lui a decidere se lavarsi i denti, ma non ho bisogno di spaventarlo per accompagnarlo a farlo.

E qui torniamo al sistema nervoso: questo funziona solo se noi adulti riusciamo a restare regolati. Per chi è cresciuto in un ambiente aggressivo, la crisi del bambino può attivare automaticamente la propria risposta di allarme e l’allarme può trasformarsi in aggressività. Per questo la fermezza è così difficile: non basta sapere come vorremmo comportarci, dobbiamo allenare il nostro corpo a reagire diversamente. È un lavoro quotidiano, fatto di piccoli strumenti di regolazione che, con la pratica, ci permettono di restare fermi senza diventare aggressivi.

Un pensiero a ragnatela

Non stiamo scegliendo un modo diverso di educare per eliminare gli ostacoli o per far sì che i figli si comportano in un certo modo. Gli ostacoli ci saranno comunque, anche se facciamo tutto «bene».

Il primo vero cambiamento che possiamo aspettarci non è (solo) nei nostri figli, ma in noi: nel modo in cui attraversiamo i momenti di crisi, nel modo in cui reagiamo e nel genitore che diventiamo mentre li accompagniamo a crescere.


Cosa fare quando in coppia non si è d'accordo sul metodo educativo?

Partirei dal presupposto che, anche se lo esprimono in modi diversi, entrambi i genitori amano profondamente i propri figli e probabilmente condividono l’obiettivo di fondo: accompagnarli a diventare le persone che desiderano che siano. Da lì, si può provare a capire qual è il bisogno di ciascuno nell’approccio che utilizza, trovare dei punti di incontro e stabilire insieme dei limiti, senza colpevolizzarsi per avere vissuti e visioni diverse.

Quando c’è una base solida nella coppia, nel tempo ci si può influenzare positivamente, con pazienza e apertura, senza costringere l’altrə ad adottare il nostro stesso modo di educare.

Un pensiero a ragnatela

A volte, quello che sembra un problema di genitorialità è, prima di tutto, un problema di coppia. Se non sappiamo esprimere i nostri bisogni senza giudicarci, se ogni discussione finisce sempre nello stesso ciclo e non porta a una vera risoluzione, possiamo parlare di educazione quanto vogliamo, ma la fatica rimarrà. Il primo lavoro, quindi, è imparare a comunicare i nostri bisogni in modo diverso.


Una delle fatiche più comuni dei genitori è sentirsi «ignorati» dai propri figli. Come possiamo favorire la collaborazione?

Prima di chiederci come ottenere più collaborazione, possiamo chiederci se stiamo interpretando correttamente la protesta. A volte, infatti, ci aspettiamo che i nostri figli collaborino semplicemente perché abbiamo fatto una richiesta. Ma se, per esempio, un bambino sta giocando, leggendo o andando in bicicletta e noi gli diciamo «È ora di smettere, vieni a tavola», è comprensibile che possa protestare. Non significa necessariamente che non voglia ascoltarci o che stiamo sbagliando qualcosa.

Questa è una distinzione importante: possiamo continuare a insegnare ai nostri figli a collaborare, ma dobbiamo anche imparare a tollerare che protestino senza farci travolgere dalla loro protesta.

Il lavoro non è eliminare la protesta, ma imparare a starci dentro senza perdere la direzione che abbiamo scelto. E questo non si impara una volta per tutte: abbiamo bisogno di piccole «ancore» che ci riportino continuamente lì, che siano una pratica, una passeggiata, il journaling, una persona o anche un libro. Qualcosa che ci ricordi: questa è la direzione che ho scelto, questa è la pratica che sto allenando, questo è il genitore che voglio essere.


Come si allena il gioco autonomo (e perché l'indipendenza parte dalla dipendenza)?

Ecco alcuni strumenti concreti:

  • Partiamo da aspettative realistiche: a due anni, per esempio, cinque minuti di gioco autonomo non sono pochi. L’autonomia si costruisce gradualmente.

  • Calibriamo l’ambiente: i giochi che offriamo lə interessano davvero? Sono adatti alla sua età e ai suoi interessi? Osservare nostrə figliə e conoscere ciò che lo appassiona è il primo passo per creare un contesto in cui abbia voglia di esplorare anche senza di noi.

  • Proteggiamo la sua concentrazione. Quanto spesso lə interrompiamo senza rendercene conto? Se, per esempio, sta osservando le formiche e noi diciamo «Guarda l’aereo!», o se sta giocando e lə invitiamo a fare altro, interrompiamo quel ciclo di attenzione che invece dovremmo aiutarlə a sviluppare e che sarà importante anche per il gioco autonomo.

  • Riempiamo il suo «bicchiere emotivo»: offriamo dieci minuti di gioco insieme, senza telefono né distrazioni. Poi possiamo restare nella stessa stanza mentre facciamo altro e, piano piano, aumentare la distanza: «Io sono qui sul divano, tu continua a giocare» / «Vado in bagno e torno, tu continua con il puzzle». Manteniamo sempre la promessa di tornare: così il bambino costruisce fiducia sia nelle proprie capacità, sia nel fatto che la nostra presenza non viene meno quando ci allontaniamo.

Un pensiero a ragnatela

Come diciamo spesso su La Tela, l’indipendenza passa dalla dipendenza. Non bisogna forzare l’autonomia, ma seguire il principio: aiuta quanto necessario, ma il meno possibile, lasciando gradualmente spazio a ciò che il bambino può fare da solo. È così che si allena, un piccolo passo alla volta, il «muscolo» dell’autonomia.


Gelosia e litigi tra fratelli: come si accompagnano due bambini che hanno bisogno di te nello stesso momento?

Il primo passo è accettare un limite oggettivo: non abbiamo il dono dell’ubiquità. Quando due o più figli hanno bisogno di noi nello stesso momento, non possiamo consolarli, ascoltarli e rispondere ai loro bisogni contemporaneamente. Possiamo però fermarci e fare una rapida valutazione delle priorità: qualcuno si è fatto male o è in pericolo? Se no, quale sistema nervoso è più disregolato? E, se sono io, la priorità diventa prima di tutto regolarmi.

Per quanto riguarda gelosia, dispetti e litigi, invece, possiamo cercare di non concentrarci solo sul momento del conflitto, ma di creare e soprattutto riconoscere le occasioni in cui i nostri figli collaborano, giocano insieme e si aiutano. A volte pensiamo: «Litigano tutto il giorno», mentre magari hanno passato ore a giocare serenamente e poi sono esplosi negli ultimi dieci minuti prima di cena (e noi tendiamo a notare solo quel momento di fatica).

Il conflitto tra fratelli è normale e gran parte della genitorialità è imparare ad accettare ciò che non possiamo controllare e concentrarci su ciò che invece possiamo cambiare.


Il libro di Silvia si chiude con una bellissima immagine, che racchiude bene il senso di questo modo di intendere la genitorialità:

Se ti ricorderai solo una cosa letta in questo libro, vorrei che fosse questa: nessuno ha detto che sarebbe stato facile. Ci saranno ostacoli, momenti di scoraggiamento e voglia di scappare. Non essere un genitore troppo duro con te stesso. Ci vuole tempo, la perfezione non esiste, ma tu continua a guardare nella giusta direzione, perché altrimenti potresti trovarti davanti a un tramonto mozzafiato e dargli le spalle.

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