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«Io non voglio il telefono. Perché quando i bambini ce l’hanno mi sembra che smettano di giocare e di parlarsi».

Questa frase me l’hanno detta i miei figli.

«Certo che lo vorrete», ho risposto. «Ma capisco bene cosa intendi dire e anche io spero che sceglierete di averlo il più tardi possibile».

Senza l’educazione al benessere digitale che abbiamo fatto fin da quando erano piccoli, non noterebbero scene come quella del parco e non direbbero frasi come questa.

La nostra scelta, di comune accordo, è che non considereremo il telefono prima dei 13 anni (minimo) o prima che gli serva davvero (ben dopo i 13 anni). 

So già che non sarà facile, perché tanti loro coetanei ce l’avranno già prima, anzi… ce l'hanno già da un paio d'anni!

Per questo, da quando sono piccoli, facciamo anche educazione alla diversità, che nel curriculum include il sapere (e praticare) che essere diversi da tutti gli altri non significa valere di meno o doversi conformare. 

  • Possiamo essere gli unici del gruppo che non guardano i cartoni.

  • Possiamo essere gli unici del gruppo che non conoscono la marca Nike.

  • Possiamo essere gli unici del gruppo che non hanno un cellulare.

Una cosa non esclude l'altra: può darci fastidio, può essere scomodo, può farci sentire esclusi, può portare a prese in giro. E allo stesso tempo possiamo imparare a gestire quelle emozioni scomode.

A lungo termine questo apprendimento varrà molto di più che conformarsi al gruppo, perché «ce l'hanno tutti».

📖 Se leggi l'inglese, ti consiglio il libro di Sinead Burke «Break The Mould», che a noi ha insegnato tantissimo sulla diversità e sull'accettare la nostra. E sei una casa editrice, ti consiglio di tradurlo in italiano.