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Un piccolo appunto prima che inizi a leggere: questo post non parla di educazione alimentare, l'aneddoto è solo per impostare la scena. Se fosse stato un post sull'educazione alimentare ti avrei anche raccontato che eravamo parcheggiati nel cortile di questi amici da settimane, che lo zucchero era molto (troppo) presente ogni mattina e ogni giorno e che quindi avevamo avuto parecchie conversazioni con i bambini sulla possibilità, a volte, di dire «no» per prendersi cura della propria salute.

Te lo scrivo, perché la frase che dico all'inizio ai bimbi potrebbe triggerarti se, come me, hai un passato faticoso con lo zucchero: io oggi l'ho sanato, e per questo posso usarlo come sottofondo di altri aneddoti.


Una mattina di qualche settimana fa Oliver ed Emily sono andati a fare colazione a casa di amici: avrebbero preparato i loro famosi pancake di banana e avena per tuttə. Quando li ho accompagnati per lasciarli lì, ho visto la tavola imbandita: dulce de leche, marmellata, biscotti, «zucchero» ovunque!

E così ho ricordato ai bimbi: «Oggi a pranzo andiamo in quella pizzeria italiana dove vi piace tanto il tiramisù. Vedo che c’è molto zucchero su questa tavola: per piacere, fate scelte valide se oggi volete mangiare il tiramisù».

Tornato a casa, Oliver mi dice subito: «Mamma, ho mangiato tre cucchiaini di dulce de leche con i miei pancake».

E io, invece di festeggiare il fatto che non solo fosse stato responsabile, ma anche e soprattutto che me l’avesse detto invece di nascondermelo (che sarebbe stato più facile), gli ho mostrato delusione e ho lasciato che le mie aspettative (nate da tanti anni di conversazioni sull'alimentazione e sul prenderci cura del nostro corpo) decidessero la mia risposta:

«Quindi hai deciso di non mangiare il tiramisù a pranzo?»

Una provocazione.

Lui l’ha sentita (giustamente) come una profonda ingiustizia, perché era da settimane che parlavamo di quel tiramisù, di cui in questo ristorante fanno anche la versione senza il caffè, perfetta per i bimbi.

Si è arrabbiato immediatamente e quella rabbia è stata il feedback di cui avevo bisogno per capire che cosa fosse successo in quella frazione di secondo.

Nella mia testa, dopo tutte le conversazioni avute negli anni sullo zucchero (argomento sensibile per me: se hai letto il mio libro sai) quella mia frase a colazione significava: «Non mangiate zucchero stamattina».

Nella sua testa, significava: «Siate consapevoli di quanto zucchero mangiate».

Aveva ragione lui.

Me ne sono accorta subito e avrei potuto dire semplicemente «Ho reagito male, posso riprovare?». E invece ho lasciato che la sua rabbia mi contagiasse e siamo finiti in una lotta di potere (inutile) dalla quale, a un certo punto, lui si è allontanato.

Un tempo avrei messo in atto l'educazione che ho ricevuto: «Non ti permettere di andare via così, sto parlando!». Oggi so che quella reazione sarebbe come mettere la mia bambina interiore al volante e ho gli strumenti per scegliere diversamente.

Invece di rincorrerlo o tornare al lavoro, mi sono fermata e mi sono data il tempo di regolarmi: allora, ho visto tutto con chiarezza.

L'educazione a lungo termine mi aveva detto subito di celebrare il fatto che non me l’avesse nascosto, ho sentito una vocina dentro di me che diceva «Te l'ha detto, non ti ha mentito, questo è importante». Era la voce dell'Educazione a Lungo Termine.

L'educazione che ho ricevuto, invece, ha messo al volante una parte più antica di me, quella dell’autorità assoluta che vuole prevaricare e dare una lezione, che educa con l’obbedienza cieca e l’abuso di potere – e così ho risposto con una provocazione.

La chiamo provocazione, perché dentro di me sapevo bene che per 3 cucchiaini di dulce de leche non gli avrei impedito di prendere il tiramisù che aspettava da settimane! Sono quelle minacce vuote e inutili dell'educazione con la quale sono cresciuta.

Dopo un po', regolata, ho chiamato Oliver e ho riparato:

«Oliver, ho fatto un errore. Invece di essere felice perché tu non mi hai nascosto la verità, ti ho fatto intendere che non avresti potuto mangiare il tiramisù. Non è così, certo che puoi mangiare il tiramisù, lo aspetti da settimane! Quello è un modo di punire che usavano i miei genitori e che a volte mi esce ancora. Ma è sbagliato, sai perché?».

Ha fatto sì con la testa (certo che lo sa, glielo racconto da anni), ma gliel'ho rispiegato di nuovo comunque, perché l'educazione in cui credo è fatta di tante ripetizioni e conversazioni che sembrano uguali ma ogni volta aggiungono un pezzettino.

«Se quando tu scegli di dirmi la verità», ho proseguito, «io mi arrabbio o ti punisco, l’unica cosa che impari è a smettere di dirmela, a dire bugie sempre più raffinate. Non è questa la relazione che voglio con te. Mi dispiace e ti prometto che la prossima volta che mi racconti una verità (facile o difficile che sia per me) la celebrerò».

Questi 30 secondi sono lo strumento più potente per noi genitori che scegliamo di educare a lungo termine. Perché la riparazione ci permette di dare priorità alla relazione anche quando sbagliamo.

Lui ha capito subito e mi ha ringraziata. Anzi, dopo un po’ è perfino tornato a dirmi (in inglese, che è la nostra lingua delle emozioni): «Ho apprezzato tanto che sia venuta tu da me, ma comunque sarei venuto anche io a parlare con te e dirti che mi dispiace per come ho reagito. Avrei potuto esprimere la mia rabbia diversamente».

11 anni. Questa è Educazione a Lungo Termine in azione.


E anche quel giorno, il tiramisù destrutturato di «Tutti a Tavola» non ha deluso.

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