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In questo articolo

Eleonora Orsi è un'insegnante di scuola secondaria di secondo grado che da anni porta il suo sguardo sulla scuola fuori dall'aula: nei suoi contenuti online e adesso anche in un libro.

Su La Tela è stata ospite di due episodi del podcast, dedicati alla relazione tra insegnanti e studenti e alla disregolazione in adolescenza, ed è tra le voci più care del progetto La Tela Teachers.

Chiudi gli occhi, immagina una scuola accompagna chi legge lungo un intero anno scolastico, da settembre a giugno: le aule, i colleghi, le famiglie, gli studenti. Eleonora racconta la scuola così come la vive lei, senza retorica eroica e senza vittimismo, con un ingrediente raro nei libri che parlano di scuola: la vulnerabilità.

Questa conversazione nasce dal Book club su La Tela dedicato al suo libro.


Il tuo libro nasce da una scelta di grande vulnerabilità: hai raccontato la scuola e il tuo modo di essere insegnante sapendo che alunni, genitori e colleghi lo avrebbero letto. Com'è stato?

Vulnerabilità è una parola che mi piace molto e che a tratti fa anche un po' paura, perché è qualcosa di scomodo. Prima ancora di scrivere il libro, scrivevo già tantissimo: avevo cominciato a condividere su Instagram quelle che chiamo le mie storie di scuola e, dopo una prima fase in cui cercavo un po' di rispettare i trend, ho mollato completamente quella logica. Mi sono accorta che avevo voglia di mettere nero su bianco i pensieri più spaventosi: quanto era stato difficile affrontare certe cose, quanto mi ero sentita in difetto, quanto mi ero sentita sola.

La verità e la realtà sono i luoghi dove si sta bene davvero e io non potevo fare l'insegnante con il cuore, né essere una persona felice, senza passare attraverso il racconto di alcune difficoltà. La cosa più bella sarebbe poterlo fare con i colleghi in carne e ossa, ma non è una pratica favorita dal sistema scuola, è lasciata all'iniziativa del singolo. Quindi, se non potevo farlo con tutti, potevo farlo scrivendo. E mettere nero su bianco le mie fragilità, senza paura ma con un po' di autoironia, mi ha fatto incontrare le persone: si riconoscevano nei miei racconti, io mi riconoscevo nelle loro risposte.


Il primo capitolo racconta l'inizio difficile del tuo primo anno di insegnamento, e sembra descrivere – senza mai nominarlo – lo stesso percorso della crescita di un genitore: il dubbio di sbagliare, il senso di colpa, l'autoanalisi, e poi la svolta. Nella tua esperienza, essere genitore ha influito sul tuo modo di insegnare, o è successo il contrario?

Sicuramente è un gioco di scambi, ma direi che il mio essere genitore influisce di più sul mio essere insegnante.

Quando guardo i miei studenti, e alcuni di loro mi risultano pesanti o antipatici, in quel momento mi chiedo: ma se fosse mio figlio? Penso proprio a lui, al suo visino, alle sue battute, alle sue difficoltà. E mi chiedo come vorrei che venisse guardato dall'adulto a cui lo consegno ogni mattina. Questo non significa che io voglia per lui un atteggiamento accondiscendente: spero che gli adulti che incontra sappiano anche essere fermi, dire cose scomode, perché fa parte della crescita.

Anche io con i miei studenti non sono sempre uno zuccherino. Ma da quando sono mamma ho in mente una persona in carne e ossa che mi dà la misura di quanto possa essere difficile crescere e di quanto possa essere difficile risultare amabili agli occhi di un adulto che rimane stupito dalle nostre reazioni.


Nel libro descrivi spesso i segnali del corpo prima di reagire con rabbia: le guance che bruciano, le dita che tremano. In classe, ricordiamolo, possono convivere anche 25 o 30 sistemi nervosi diversi. C'era, dietro queste pagine, il desiderio di mostrare che si può scegliere una strada diversa?

Sì, e allo stesso tempo il desiderio di mostrare quanto sia umano e normale restare in bilico, sentire emozioni fortissime. Con gli anni mi accorgo che la rabbia, in classe, entra in gioco sempre meno, perché ho imparato a scollegare ciò che i ragazzi fanno dalla mia sfera personale.

Non lo sento più come un attacco alla mia persona: ho imparato a vederlo come il manifestarsi di una difficoltà che loro stanno vivendo. Questo non mi fa arrabbiare, semmai mi fa provare un disagio, ma non quella rabbia esplosiva che ti fa perdere le staffe.

L'altra cosa che ho capito, e che per come sono fatta io è stata quasi un'illuminazione, è che non devi riprendere uno studente quando sei arrabbiata, ma prima. Se ti faccio un appunto, non lo faccio perché mi hai fatto arrabbiare, ma per indicarti come comportarti in quel contesto: è la funzione educativa, io sono grande e ti guido.

Conoscersi aiuta moltissimo, perché quello che ci fa scattare a casa è spesso molto simile a quello che ci fa scattare in classe.


Scrivi anche di un altro trigger frequente per insegnanti: il momento in cui un altro adulto ti osserva mentre lavori. Cosa succede, in quei momenti?

L'ho vissuta su di me questa difficoltà, soprattutto all'inizio, mentre adesso mi capita addirittura di sentirne la mancanza quando non ci sono altri adulti in aula. Ma l'ho anche osservata dall'esterno: vedo professori molto buoni diventare cattivissimi quando qualcuno entra a osservarli. Perché quando entra nella stanza qualcun altro, il nostro sistema nervoso riceve un messaggio: posso essere autentica, perché c'è qualcuno che mi capisce, oppure questa persona mi giudicherà in base a come mi comporto adesso.

Sono meccanismi simili a quello che succede in coppia davanti ai figli: mentre stiamo cercando di mantenere la calma, dentro di noi si scatena la tempesta, e a un certo punto, appena entra l'altro genitore, esplodiamo. Essere consapevoli di questo aiuta a mettere un freno prima dell'esplosione.

Ho in mente un episodio con mio figlio, quando aveva tre anni e viveva con crisi molto forti l'ingresso alla scuola dell'infanzia. Un giorno piangeva, era incontenibile, e io ho sentito la rabbia esplodere: l'ho sollevato con l'intento di chiuderlo in camera. Ma mentre lo tenevo in braccio c'è stato quel diradarsi della nebbia di cui parlo nel libro: l'ho abbracciato stretto, mi sono seduta sul letto con lui, l'ho riempito di baci e si è calmato.

È la stessa agilità emotiva che possiamo allenare con i nostri studenti: la capacità di passare da uno stato emotivo a un altro, invece di restarne travolti.


Come descriveresti, a chi non ha mai messo piede in una scuola, cosa significa essere insegnante?

Mi trovo spesso a pensare che essere insegnante significhi imparare cose nuove ogni giorno, poter leggere cose meravigliose ogni giorno, inventare attività meravigliose ogni giorno, in un luogo in cui si sta insieme per imparare e per crescere. È la cosa più bella del mondo: se fossi pagata per studiare, leggere e scrivere tutto il giorno, con il valore aggiunto di farlo in cammino insieme ad altre persone, avrei già tutto.

Poi è chiaro che dovrei dire che la scuola dovrebbe essere questa cosa, perché è fatta di esseri umani ed è quindi imperfetta. Nel libro uso l'aggettivo «stropicciata»: è spettinata, ruvida, piena di cicatrici. Ma resta un luogo dove c'è, insieme, l'intento di crescere e scoprire, con qualcuno un po' più avanti lungo la strada che prende per mano gli altri.


Nel tuo libro non emerge mai un giudizio verso colleghǝ che insegnano in modo diverso dal tuo. Come si costruisce, nella pratica quotidiana, questo equilibrio?

Trovare un equilibrio tra il fare squadra con i colleghi – che per me è fondamentale – e difendere i nostri studenti dagli errori che come squadra a volte facciamo, non è semplice.

All'inizio mi sentivo vulnerabile e inesperta, poi è arrivata una fase in cui ho capito di essere capace e in quella fase il rischio è sentirsi un po' superiori agli altri. È umano, ma negli ultimi anni mi accorgo sempre di più che è giusto e bello trovare un punto di incontro, anche a costo che non sia proprio vicino alla mia posizione. Ho visto cosa succede quando, dentro una scuola, si cerca di imporre un bellissimo stile di insegnamento: rischia di fare gravi danni.

Un mio amico mi ha detto una frase che ho trovato bellissima: si può essere alleati e in disaccordo.


C'è un passaggio del libro in cui racconti di una maestra che ti ha «resa consapevole, disinvolta e capace» trattandoti, fin dal primo giorno, come se fossi «la professionista migliore al mondo». Che potere ha lo sguardo di un adulto sull'autostima di chi sta crescendo?

Era la mia insegnante al secondo anno, quando ancora mi sentivo un disastro dopo un primo anno difficilissimo. Lei mi trattava da subito come se fossi bravissima, aveva una fiducia piena in me, tanto che mi chiedeva persino consigli: io pensavo «ma come fa a sapere che sono capace?». Lì ho sentito fortemente la potenza che può avere un certo tipo di sguardo su di noi.

Ricordo con tanta tenerezza anche un bambino che seguivo quando facevo il servizio civile, abituato ad andare malissimo a scuola: con un po' di aiuto riusciva finalmente ad andare bene, ed era incredulo, quasi negava di poterlo aver fatto. Mi dava la misura di quanto poco fosse abituato non solo a ottenere un risultato, ma ad avere qualcuno che credesse che potesse farcela. Lo sguardo può far brillare l'autostima o spegnerla, e noi genitori e insegnanti abbiamo l'interruttore di quella luce.

💜 Questo bellissimo messaggio è totalmente in linea con il lavoro sull'autostima che facciamo su La Tela. Se hai voglia di approfondire, questa masterclass fa per te:


Come vivi il senso di responsabilità di lavorare per accendere questa luce nei ragazzi? Ti pesa, o ti dà carica?

A me personalmente dà carica, non sopraffazione, perché ogni mattina si ricomincia: quello che ieri è venuto male, oggi può venire bene. Ma sono molto consapevole che a nessunə di noi è chiesto di cambiare le cose nel loro insieme: ci viene chiesto di provare a cambiare il pezzettino che possiamo curare noi, anche quando è piccolo.


Quali strumenti ti hanno aiutata, nel tuo percorso di crescita personale e professionale?

Il mio canale preferenziale è la parola: lungo il cammino ho registrato frasi che per me sono diventate mattoncini, a volte un consiglio, a volte quasi un mantra. Tutto questo si può tradurre nell'individuare dei mentori, persone a cui riconosci un'autorevolezza tale da fidarti di loro.

L'altra cosa che non posso non citare è che dieci anni fa ho fatto un percorso di terapia personale, e non posso negare che abbia influito moltissimo. L'ho cercato per questioni che non avevano a che fare con la scuola, ma siamo un tutt'uno: è stato utilissimo trasporre alcune cose imparate lì anche nella mia vita a scuola.


C'è una domanda che avresti voluto che ti facessimo, e a cui non abbiamo ancora dato spazio?

Sì: come si fa a voler più bene ai nostri studenti?

Per me questa espressione, voler bene, significa letteralmente voler il bene di qualcuno: certo che voglio bene ai miei studenti, perché voglio il loro bene.

Ho in mente un mio studente che all'inizio mi ha fatto fare molta fatica in questo senso. Tutto è cambiato quando ho iniziato a chiedermi cosa ci fosse di buono in lui. In un compito aveva scritto che si sentiva a suo agio quando qualcuno era gentile con lui e a disagio quando qualcuno gli urlava addosso. Da quel momento ho continuato, con un'insistenza sovrumana ma sincera, a essere gentilissima con lui: avevo trovato quel tassello che ce lo rendeva umanamente affine.

L'altra cosa che trovo preziosa è parlare con i colleghi dei nostri studenti al di là dei voti: come li vediamo, cosa notiamo. A volte noto cose che un collega non vede, e viceversa, e attraverso lo sguardo dell'altro ricevo una chiave di lettura che da sola non avrei trovato.

Siamo tutti storie e quando iniziamo a guardarci con curiosità, di solito riduciamo il giudizio: la curiosità è il controbilanciamento del giudizio.


Chiudi gli occhi, immagina una scuola è un libro da leggere, ma anche da regalare: a chi insegna, ma non solo. In fondo, il messaggio che ci lascia questa conversazione è lo stesso che proviamo a portare avanti con La Tela: nessunə di noi può cambiare tutto, ma ognunə può scegliere di curare il proprio pezzettino.

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