Paura degli insetti: dal panico alla curiosità

Riflessioni e strumenti per imparare a stare vicino agli animali (rispettando i loro spazi).

La nostra etologa di fiducia
13 agosto
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All'improvviso notiamo un ragno su un muro e il corpo reagisce in automatico: c'è chi si blocca, chi indietreggia di scatto, chi lancia un urlo. Succede ai bambini e succede, spessissimo, anche agli adulti che dovrebbero rassicurarli.

Nel mio lavoro come etologa ed educatrice ambientale mi capita spesso di accompagnare famiglie e bambini nei boschi, nei prati e negli spazi naturali. Osserviamo gli animali, cerchiamo tracce, ascoltiamo i suoni del bosco e impariamo a riconoscere ciò che ci circonda. E c'è una cosa che, negli anni, ho incontrato moltissime volte: la paura degli insetti.

Ragni, cavallette, scarafaggi, millepiedi, insetti volanti. Alcuni bambini si avvicinano curiosissimi, altri fanno un passo indietro, si irrigidiscono o chiedono immediatamente di allontanare quell'animale. Qualche volta sono invece gli adulti ad avere paura, trasmettendo involontariamente la propria reazione.

Non c'è nulla di strano in tutto questo: la paura è una risposta normale davanti a qualcosa che non conosciamo, che si muove rapidamente o in modo imprevedibile. Il nostro obiettivo, quindi, non è eliminare la paura, ma aiutare i bambini a conoscerla e a gestirla, aumentando gradualmente la familiarità con ciò che li mette a disagio, senza forzarli.

Che cosa ci spaventa?

Dal punto di vista etologico, alcuni degli stimoli prodotti da ragni e insetti possono attirare molto rapidamente la nostra attenzione: traiettorie imprevedibili, zampe numerose, movimenti rapidi o il fatto che un animale possa comparire improvvisamente nel nostro spazio. Questo, però, non significa che nasciamo con la paura dei ragni.

Le risposte di paura dipendono da molti fattori, come predisposizioni, esperienza individuale, apprendimento e contesto. E nei primi anni di vita l'apprendimento sociale ha un peso importante: i bambini osservano continuamente come reagiscono gli adulti di riferimento.

Per questo, quando compare un ragno, possiamo aiutare nostrə figliə a stare nella situazione, senza né negare la sua paura né trasformarla in un segnale di pericolo. Possiamo riconoscere quello che sta provando e, allo stesso tempo, mostrare che non è necessario reagire con allarme:

💬 «Ti ha spaventato perché si è mosso velocemente. Possiamo stare qui e guardarlo insieme».

Questo copione è molto diverso da:

«Non avere paura» (che comunica che quella paura non dovrebbe esserci);

o da una reazione allarmata che può confermare l’idea che ci sia davvero qualcosa di cui avere paura:

«Oh, che schifo! Un ragno, aiuto!».

Ma questo non significa che dobbiamo fingere di essere completamente tranquilli, se non lo siamo.

Ad esempio, possiamo dire: «Anche a me fa un po’ impressione», mostrando però che provare una certa paura o repulsione non ci impedisce di osservare e scegliere come comportarci. In questo modo, oltre a sentirsi compresə, nostrə figliə fa esperienza di qualcosa di importante: possiamo avere paura e, allo stesso tempo, sentirci abbastanza al sicuro da affrontare ciò che ci spaventa.

Dalla paura all'osservazione

Una delle strategie che utilizzo più spesso è semplicemente fermarsi.

Quando incontriamo un insetto, possiamo osservare che cosa sta facendo: dove si muove, dove si nasconde, se cambia direzione quando ci avviciniamo, se cerca una via di fuga. Questo è già un piccolo esercizio di etologia.

Invece di fermarci all'aspetto dell'animale, iniziamo a chiederci quale comportamento sta mettendo in atto. Un ragno che si allontana non sta necessariamente «venendo verso di noi»: potrebbe semplicemente cercare di raggiungere un riparo; una cavalletta che salta improvvisamente può aver percepito la nostra presenza; un insetto che si nasconde sotto una foglia sta utilizzando un comportamento di fuga o di protezione.

Imparare a leggere questi comportamenti permette di costruire una rappresentazione più precisa e oggettiva dell'animale e, soprattutto, di capire che non tutto ciò che si muove verso di noi lo sta facendo per attaccarci.

L'acchiappainsetti: osservare mantenendo la distanza

Uno strumento molto semplice che consiglio alle famiglie è l'acchiappainsetti, facilmente reperibile online. Funziona in maniera simile al classico bicchiere con un foglio che utilizziamo per raccogliere un ragno e accompagnarlo fuori casa, ma permette di farlo mantenendo una maggiore distanza. Ha un manico e, in molti modelli, una lente d'ingrandimento attraverso la quale osservare l'animale.

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Per bambinə che ha paura può essere un passaggio interessante: non deve avvicinare immediatamente le mani all'animale e può mantenere una distanza che fa sentire di avere il controllo della situazione. Possiamo raccogliere delicatamente l'insetto, osservarlo per qualche minuto e chiederci: «Come si muove?», «Dove cerca di andare?», «Sta cercando di nascondersi?», «Che cosa succede quando ci avviciniamo?».

Poi lo liberiamo. Anche questa è una piccola lezione etologica: osservare il comportamento significa lasciare all'animale la possibilità di manifestarlo, senza manipolarlo e stressarlo. L'acchiappainsetti, quindi, non dovrebbe diventare una gabbia: serve a facilitare uno spostamento sicuro e, se vogliamo, una breve osservazione.

Gli animali finti: una palestra per la curiosità

Con i bambini che hanno una paura più marcata utilizzo spesso anche animali giocattolo molto realistici: ragni, cavallette, scarafaggi, millepiedi e altri piccoli animali possono essere nascosti nella sabbia, sotto la terra, tra le foglie o sotto un pezzo di corteccia.

A questo punto, inizia la ricerca: chiedo a bambinə di scavare, toccare, riconoscere le forme. Può sentire sotto le dita una zampa, un'ala, il corpo di un ragno (finto!). È un'esperienza interessante perché coinvolge più canali sensoriali: lo stimolo visivo e tattile richiama qualcosa che può essere associato alla paura, ma subito dopo arriva l'informazione di sicurezza: «È finto. Non può succedere nulla».

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La risposta iniziale di allarme può così lasciare spazio alla curiosità e all'esplorazione. Non è una terapia e non basta, naturalmente, a eliminare una fobia; è semplicemente un modo giocoso per creare esperienze positive e graduali intorno a qualcosa che normalmente provoca disagio. E non deve mai diventare una prova da superare: se bambinə non vuole toccare, può semplicemente guardare.

Come diciamo spesso su La Tela, ci fa paura ciò che non conosciamo – o che abbiamo sempre conosciuto in modi diversi, con etichette sbagliate. A volte, basta familiarizzare con l'insetto o lo stimolo che ci crea disagio per prendere confidenza e attivare l'abitudine (un po' come si fa con l'aspirapolvere per i cani!).

Quando troviamo un insetto morto

Un'altra possibilità, quando capita, è osservare un insetto che troviamo già morto. Una farfalla, una cicala, un coleottero o una cavalletta trovati in natura possono diventare piccoli oggetti di osservazione.

Con una lente possiamo guardare le zampe, le antenne, le ali, gli occhi, la forma del corpo. Per i bambini che temono soprattutto i movimenti improvvisi può essere un primo passo accessibile: l'animale non si muoverà e possiamo prenderci tutto il tempo necessario per osservarne la morfologia. Possiamo confrontare ciò che vediamo con le immagini di un libro e provare a capire a quale gruppo appartenga.

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💡Questi sono alcuni degli strumenti che uso nel lavoro quotidiano con le famiglie. Se ti va di approfondire, più avanti in questo articolo ti racconto come puoi farlo insieme a me e ad altri genitori che vivono la stessa fatica.

Conoscere il comportamento cambia il modo in cui guardiamo un animale

Una parte importante del lavoro che faccio con le famiglie riguarda proprio la conoscenza. Un animale che non conosciamo può sembrarci imprevedibile. Quando invece iniziamo a capire il suo comportamento, molte cose diventano più leggibili.

Possiamo guardare documentari, leggere libri, osservare fotografie e imparare a riconoscere gli animali che incontriamo e che temiamo. Possiamo chiederci dove vivono, di cosa si nutrono, come si riproducono, quali predatori hanno, quali strategie utilizzano per difendersi e quali segnali producono quando sono disturbati.

Quest'ultimo aspetto è particolarmente importante: gli animali comunicano continuamente attraverso comportamenti e segnali. Possono allontanarsi, immobilizzarsi, nascondersi, cambiare postura o cercare una via di fuga. Imparare a riconoscere questi segnali significa anche imparare quando è il momento di fare un passo indietro, che sia un insetto, un rettile, un uccello o un mammifero.

Non tutto deve essere toccato

Questa è una delle idee che considero più importanti nell'educazione ambientale: conoscere un animale non significa necessariamente toccarlo.

Possiamo osservare una formica per dieci minuti senza prenderla; possiamo guardare un ragno costruire la propria tela senza interferire; possiamo seguire una lucertola con gli occhi senza cercare di catturarla; possiamo ascoltare un uccello senza avvicinarci. Il rapporto con un animale può essere fatto di distanza, osservazione e ascolto: è la differenza tra contatto e relazione.

Questo principio non riguarda soltanto gli insetti. Vale per il cane che incontriamo al parco, per una capra in una fattoria didattica, per un cavallo, una gallina, un coniglio. Ogni animale ha una propria soglia di tolleranza, una propria zona di comfort e un modo individuale di reagire alla vicinanza. Anche quella che in etologia possiamo chiamare prossemica, cioè la gestione della distanza tra individui, è importante: la distanza che per noi sembra piccola e innocua può essere invece percepita come invasiva dall'animale.

Questo vale in modo particolare per gli animali da fattoria e da compagnia, quelli con cui bambinə hanno più occasioni di stare a stretto contatto. Proprio perché sono abituati alla presenza delle persone, spesso diamo per scontato che siano sempre disponibili al contatto: capre, conigli, galline, cani, gatti, cavalli. In realtà anche un animale addomesticato, sereno e ben socializzato, ha momenti in cui preferisce non essere toccato, un giorno in cui è più stanco, un contesto in cui si sente meno sicuro.

Riconoscere questi segnali, e rispettarli, è parte integrante di una relazione sana, tanto con un animale selvatico quanto con uno che vive accanto a noi ogni giorno.

«Posso accarezzarlo?»: non basta che lo vogliamo noi

Pensiamo a un cane che incontriamo durante una passeggiata. Nostrə figliə potrebbe volerlo accarezzare immediatamente, ma sarebbe meglio fermarci un momento e chiedere alla persona che lo accompagna se va bene.

Poi osserviamo il cane: si avvicina spontaneamente? Il corpo è rilassato? Cerca il contatto? Oppure si allontana, gira la testa, evita la mano, si irrigidisce? Non serve interpretare ogni singolo segnale come un preciso messaggio, il comportamento va sempre letto nel contesto, ma possiamo imparare a prestare attenzione all'insieme.

Lo stesso vale per gli animali da fattoria. Una capra può essere abituata alle persone e tuttavia non avere voglia di essere accarezzata in quel momento. Un coniglio può essere tranquillo ma non voler essere assolutamente essere preso in braccio. Una gallina può allontanarsi perché preferisce mantenere la propria distanza.

E vale anche per esperienze che consideriamo normalmente divertenti per i bambini. Pensiamo a un pony: siamo sicuri che, in quel momento, essere cavalcato da un umano che non ha mai visto prima sia quello che il pony avrebbe scelto di fare? Naturalmente gli animali domestici possono essere abituati e addestrati alla presenza e all'interazione con le persone, e le attività equestri possono essere gestite con grande attenzione al benessere. Ma proprio per questo è importante non confondere «è abituato» con «ha piacere di farlo» o «è disponibile in qualsiasi momento».

Osservare l'animale, rispettarne i tempi, monitorarne continuamente il comportamento e prevedere pause e possibilità di allontanamento sono elementi essenziali di una relazione rispettosa. Spesso gli animali domestici nelle strutture tipo petting zoo sono animali che si avvicinano ai turisti perchè cercano il cibo e non perchè cerchino davvero l'interazione.

Imparare a rispettare la zona di comfort

Quello della zona di comfort è un concetto che possiamo insegnare molto presto. Possiamo dire: «Proviamo a vedere quanto vicino possiamo stare senza farlo allontanare». Non come una sfida a chi arriva più vicino, ma come un esercizio di osservazione. Se l'animale si allontana, ci fermiamo. Se torna spontaneamente, possiamo osservare cosa succede. In questo modo i bambini imparano che la distanza non è un ostacolo alla relazione: è parte della relazione.

E questo è un insegnamento prezioso anche per noi adulti. A volte, soprattutto quando vogliamo regalare ai bambini un'esperienza bella con un animale, siamo talmente concentrati sulla loro emozione che rischiamo di dimenticare l'altro protagonista dell'esperienza. Non lo facciamo per cattiveria, naturalmente: spesso siamo semplicemente abituati a considerare il contatto fisico come il modo più immediato per creare una relazione. Ma possiamo provare a cambiare prospettiva. Un'esperienza può essere bellissima anche se l'animale non viene toccato, preso in braccio o cavalcato.

Educare all'osservazione, non al possesso

È questo, in fondo, il principio che cerco di portare nelle attività a Naturin, la nostra piccola fattoria di animali recuperati: educare alla relazione con gli animali, non al loro possesso.

Nostrə figliə può uscire da una passeggiata ricordando il ragno che ha osservato per dieci minuti, la pecora che si è avvicinata spontaneamente, il cane che ha annusato la sua mano o l'asino che ha visto pascolare. Non è necessario che abbia toccato tutto ciò che ha incontrato.

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Possiamo proporre attività in cui si osserva, si ascolta, si cercano tracce, si riconoscono comportamenti. Possiamo chiedere «Cosa sta facendo?», invece di «Possiamo prenderlo?». Possiamo insegnare che un animale che si allontana non sta necessariamente «rifiutando» noi: semplicemente sta esprimendo un comportamento e noi possiamo e dobbiamo rispettarlo.

Perché non bisogna mai avvicinare i selvatici con il cibo

C'è un ultimo aspetto che considero fondamentale, e che riguarda un comportamento apparentemente innocente: dare da mangiare agli animali selvatici, o usare il cibo per attirarli e avvicinarli. Capita spesso durante una passeggiata, con un uccello, uno scoiattolo, una volpe, un cinghiale: offrire cibo sembra un gesto di cura, e per bambinə può diventare un modo immediato per creare un contatto. In realtà è uno dei comportamenti più rischiosi, sia per l'animale sia per noi.

  • Il primo motivo riguarda la salute dell'animale stesso. Il cibo che portiamo (pane, biscotti, avanzi, snack...) quasi mai corrisponde alla dieta naturale di una specie selvatica e può causare problemi digestivi, carenze nutrizionali o malattie, anche gravi, nel tempo.

  • Un secondo motivo riguarda il comportamento: un animale selvatico che impara ad associare le persone al cibo perde gradualmente la naturale diffidenza verso di noi, quella stessa diffidenza che normalmente lo protegge. Comincia ad avvicinarsi agli esseri umani, ai sentieri, alle case, alle auto, esponendosi a incidenti, conflitti e pericoli che altrimenti avrebbe evitato. Questo processo ha anche un nome, assuefazione, ed è tra le cause più comuni di problemi tra fauna selvatica e persone.

  • C'è infine un motivo che riguarda direttamente la sicurezza di bambinə: un animale che si avvicina per il cibo può reagire in modo imprevedibile se il cibo finisce, se sente odore di cibo in una tasca o in una mano vuota, o se percepisce la nostra vicinanza come una minaccia mentre è concentrato a mangiare. Anche una specie normalmente schiva, se abituata al cibo offerto dalle persone, può diventare insistente o difensiva.

Per questo, quando incontriamo un animale selvatico, il gesto più rispettoso non è offrirgli qualcosa, ma lasciarlo semplicemente fare ciò che stava facendo prima di incontrarci: cercare cibo con le proprie strategie, muoversi, nascondersi, allontanarsi. Possiamo insegnare a bambinə che osservare un animale selvatico da lontano, senza intervenire e senza cercare di attirarlo, è già una forma di rispetto, e spesso è anche l'esperienza più autentica: vedere un animale comportarsi esattamente come farebbe se noi non fossimo lì.

La paura può lasciare spazio alla curiosità

Alla fine, non credo che dobbiamo crescere bambinə che prendono ragni e insetti in mano senza alcuna paura. Possiamo invece aiutarli a diventare persone capaci di fermarsi davanti a ciò che non conoscono. Prima osservare, poi capire e soltanto eventualmente avvicinarsi.

Possiamo usare un insetto giocattolo, una lente, un libro, un documentario, un acchiappainsetti o semplicemente una passeggiata nel bosco. Possiamo partire da un animale finto e arrivare, con calma, a osservare quello vero. Possiamo lasciare che continui a preferire una certa distanza.

Il vero obiettivo dell'educazione ambientale non è far amare ogni animale che incontriamo: è insegnare che ogni animale, dal ragno alla capra, dal cane al cavallo, ha un proprio modo di stare al mondo, una propria distanza, i propri segnali e i propri tempi. Conoscere questi segnali significa imparare a stare accanto agli altri animali senza invaderli. E quando una bambina, davanti a un ragno, passa da «Uccidilo!» a «Possiamo guardarlo?», abbiamo già fatto un enorme passo avanti.

Hai bisogno di più supporto?

Se questo è un tema che riguarda la tua famiglia, il 29 settembre qui su La Tela offrirò un workshop live dedicato proprio alla paura degli animali, pensato per aiutare i genitori a capire come nasce questa paura, quale ruolo possono avere le nostre reazioni e quali strumenti concreti possiamo usare per accompagnare i bambini, rispettando i loro tempi e le loro emozioni.

Organizzato da Chiara Grasso Per genitori
Paura degli animali? Non trasmetterla!
29 set alle 13:00 | Iscriviti →

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