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Dopo un mio recente post, qualcuno mi ha detto che non va bene *non* far notare il colore della pelle ai bambini, che non parlare di razza rinforza il pregiudizio.⁣
Sono d’accordo SE il dialogo è voluto da entrambe le parti. Sono d’accordo se la domanda arriva dai miei figli, “Perché ha la pelle scura?”.⁣
Non sono d’accordo se è il genitore a iniziare la conversazione.⁣
I miei figli vedono il colore della pelle, certo, ma non fa (ancora?) differenza nelle loro menti. In quest’ultimo anno spesso siamo stati noi i diversi, abbiamo vissuto con tante culture e giocato con tanti “colori”.⁣
Allo stesso modo in cui non direi “il tuo amico bianco”, non direi nemmeno “il tuo amico nero”.⁣
Eravamo a Singapore e una delle famiglie amiche era nera, americani, e avevano un figlio di 6 anni. Oliver ed Emily lo adoravano, stavano spesso insieme. Una sera, dopo aver giocato con molti amici, Oliver a casa mi chiede il nome di uno di loro, non se lo ricorda. Prova a descriverlo, ma io non capisco e lui si sta frustrando. Prima che me ne renda conto, le parole escono dalla mia bocca: “Il bambino nero?”. Oliver mi guarda confuso, di quegli sguardi che cercano di processare un messaggio troppo lontano. Mi correggo in un nano secondo: “Con i capelli neri? Il bimbo alto?”. Mi dice di sì e io metto quella lezione nel mio cuore.⁣
Sono convinta che i bambini facciano le domande quando hanno bisogno di (o sono pronti per le) risposte. Il mio ruolo di genitore è educare me stessa per rispondere in maniera onesta e con i fatti quando arrivano quelle domande. Non è attaccare etichette mentali al cervello dei miei figli in un momento della vita in cui stanno costruendo tutta la loro comprensione del mondo. Le domande sul colore della pelle arriveranno e sarà allora che scopriranno le razze, il razzismo, la bestialità del mondo in cui viviamo, il loro privilegio bianco e capiranno quanta storia li separa dai loro amici di colore. Perché credo sia responsabilità dei genitori bianchi parlarne con i figli. ⁣
Ma per quanto mi riguarda, arriverà da loro. Io genitore decido di fare attenzione ai dialoghi che avvio nella mente dei miei figli. E non prendo questa responsabilità alla leggera.