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31 maggio, 7:20. Alex, Oliver ed Emily stanno guardando il lancio di #spacex. La scena cambia dall'interno del razzo ai commentatori e @lelandmelvin è uno di questi.⁣
Alex dice ai bimbi: "Anche quel signore è un astronauta".⁣
Pausa.⁣
Oliver: "Ma deve essere bianco, come gli altri due".⁣
Alex è senza parole, non ha idea del perché Oliver abbia fatto un commento del genere sulla sua pelle. Forse perché i due astronauti nel razzo erano bianchi, pensa.⁣
Poi dice: "Possono essere di qualsiasi colore".⁣
Emily, "Rosa?".⁣
Alex, "Certo".⁣
Ma Alex è confuso. Oliver non ha mai, mai, mai commentato il colore della pelle prima d'ora. Prende tempo mostrando ai bambini un video di Leland Melvin che va nello spazio e nota che le tute spaziali sono tutte di diversi colori. Ed è allora che mette insieme i pezzi: Oliver stava parlando del colore delle tute. Melvin indossava una tuta blu nel video, gli astronauti nel razzo una bianca.⁣
È incredibile quanto pregiudizio subconscio abbiamo, anche quando non vogliamo: la mente di Alex è andata dritta al colore della pelle, Oliver il colore della pelle non l’ha neanche notato.⁣
Semplicemente dicendo "Possono essere di qualsiasi colore", prendendo tempo per riflettere su cosa dire e non menzionando la pelle in nessun momento, Alex ha salvato la situazione. Ma sarebbero bastate poche parole diverse (“anche le persone nere possono andare nello spazio”) per mettere nella testa dei bambini che il colore della pelle delle persone è qualcosa da notare. ⁣Le parole accendono o spengono mentalità e pregiudizi.