La Tela
Episode 4

Quando i bambini non dormono…

In questo episodio (che a livello emotivo è stato più difficile da registrare di quanto mi aspettassi) vi racconto che cosa ho scoperto dal periodo in cui mi lamentavo di Oliver che si svegliava ogni 3-4 ore e dai primi 2 anni di vita di Emily che mi hanno fatto scoprire la vera privazione del sonno. E anche di quel momento in cui pensai di aver scoperto come far dormire tutti i bambini del mondo (povera illusa!) :-D

Se vi interessa leggere gli articoli che menziono nell'episodio, li trovate sul mio blog, nella collezione Il sonno dei Bambini.

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Questa è una trascrizione automatica, grazie per la vostra pazienza se non è perfetta.

Ciao e benvenuti alla terza puntata del mio podcast Educare con calma. Se non sentite la mia solita energia nella voce, è perché ho capito che per evitare rumori indesiderati devo fare ciò che mi ero ripromessa di non fare, ovvero registrare di sera. La sera mi piace dedicarla ad Alex, guardare una serie televisiva, magari, o andare a dormire presto e per questo avevo deciso di svegliarmi alle 05:00 invece, e andare a registrare le puntate a quell'ora. L'ho fatto una volta e sapete chi altro si sveglia alle 05:30 per andare a lavorare? I camionisti. Quella mattina è stato un andirivieni di camion che sono poi riuscita a rimuovere dall'audio del secondo episodio grazie alla mia eccellente ed estesa capacità tecnica, ma non è l'ideale, quindi ci provo di sera. Sono stanca, non lo nego, ma ci tenevo a registrare, perché mi sento ispirata e forse viene a pennello perché oggi parliamo proprio di stanchezza, ovvero di bambini che non dormono e di genitori sottoposti alla privazione del sonno. Voglio fare una premessa non sono un'esperta del sonno, non ci credo nemmeno negli esperti del sonno. Quello che farò in questo episodio è raccontarvi la mia esperienza, la nostra storia, il nostro viaggio nel tunnel della privazione del sonno. Dovete sapere che Oliver si svegliava ogni 3-4 ore ogni notte e visto che avevo amiche che mi dicevano che i loro figli dormivano tutta la notte, mi ero messa in testa di poter fare qualcosa per aiutare Oliver a dormire.

E la verità è che ci sono riuscita. Mi sono messa a fare ricerche su ricerche, letture, letture e ho scoperto varie cose sul sonno dei bambini di cui vi parlo in questa puntata, in primis che non esistono bambini che dormono tutta la notte. Ricordo in particolare una frase di un articolo in inglese che tradotta faceva più o meno così e me la sono scritta perché la mia memoria è terribile, Quindi ve la leggo: "alcuni bambini dormono bene e facilmente, hanno una routine imprevedibile, non si lamentano mai e cagano unicorni. La maggior parte dei bambini però non è così". Questa frase mi aveva fatto ridere allora, ma l'articolo mi era rimasto impresso, anche perché riassumeva ciò che avevo letto in tanti libri sul sonno dei bambini. La maggior parte dei bambini si sveglia di notte ogni tot minuti, ogni ora, ogni ora e mezza. Ci sono diverse teorie al riguardo e secondo me sono diverse a seconda della lingua in cui si legge. Perché in inglese leggo una cosa, in italiano un'altra, in spagnolo un'altra ancora. Ma esistono bambini che quando si svegliano sanno addormentarsi da soli, che fa sembrare che dormono tutta la notte. Quindi prima di tutto credo davvero che le mamme che dicono mio figlio dorme tutta la notte non è che dovrebbero tenerselo per sé, perché è bello celebrare le nostre gioie con chi amiamo. Ma dovrebbero almeno essere consapevoli che "tutta la notte" è irreale, che stanno dicendo una cosa sbagliata perché tutti, adulti e bambini, abbiamo dei cicli di sonno e spesso ci svegliamo, ma sappiamo addormentarsi.

Quindi questa frase "mio figlio dorme tutta la notte", può creare un sacco, ma davvero tantissima ansia in genitori in cui i figli si svegliano ogni ora. E poi avevo anche scoperto un'altra cosa interessante che ha cambiato moltissimo la mia prospettiva. Ovvero quando il bambino ha circa sei otto mesi avviene un qualcosa che viene definita permanenza dell'oggetto. Che cosa significa? Significa che il bambino è ora in grado di ricordare cose e persone che non vede. Per esempio, ricorda che il genitore esiste anche quando il genitore non è fisicamente presente. Questo ovviamente può creare una certa ansia da separazione, che causa anche una regressione del sonno. Se prima il bambino si svegliava 2 o 3 volte a notte, come faceva Oliver per esempio, ora può avere bisogno dei genitori anche ogni ora. È per questo che alcuni esperti del sonno consigliano ai genitori di iniziare tra i 3 e i 6 mesi a mettere il bambino a letto sveglio, in modo che le condizioni che vede prima di addormentarsi siano esattamente le stesse che ritrova quando si sveglia. In teoria credo che questo abbia senso, perché quando il bambino si addormenta tra le braccia della mamma e si risveglia in un letto, credo sia un po' come se io mi addormentarsi nel letto e mi risvegliassi in giardino.

In pratica, però, questo significa, in parole molto povere, che bisognerebbe lasciare che il bambino si addormenti da solo senza la mamma e senza la tetta. Cosa suscita questo? Pianti. Ora, cinque anni fa, avrei detto un no forte e chiaro, ai pianti. Poi un'esperienza con Oliver mi ha fatto pensare e ve la voglio raccontare perché credo possa aiutare a capire dove voglio arrivare. Attenzione spoiler: non è lasciare piangere il bambino. Oliver dormiva già nel suo letto a terra, in camera sua da almeno tre mesi, perché era un piccolo gigante nella culla non ci stava più e a me onestamente non pesava andare 2 o 3 volte a notte a addormentarlo. Poi però c'è stata una lunga serie di notti in cui non dormivamo bene, ovviamente. Allora non sapevo ancora che cosa fosse la privazione del sonno vera e propria. Lo scoprì poi con Emily, ma questo ci arriviamo dopo. Dicevo che erano notti che non dormivamo bene. Oliver si svegliava spessissimo, allora aveva circa 6 o 7 mesi, quindi probabilmente coincideva con una di quelle regressioni del sonno di cui parlavo prima, ma io non avevo ancora collegato i puntini. Quando si svegliava beveva il latte solo per pochissimi secondi prima di addormentarsi, e questo mi faceva capire che non aveva fame. Usava il seno un po' come ciuccio. Una mia amica da poco mi aveva raccontato quello che poi ho definito il metodo dei 3 minuti, ovvero metti il bambino a letto, lo rassicuri che sei lì per lui, gli dà il bacio della buonanotte e poi esce dalla stanza.

Probabilmente il bambino piangerà o piagnucola. Ora, dopo 3 minuti, se non ha smesso di piangere, torna in camera e fai la stessa cosa. Ora, diciamoci la verità, a me onestamente questo metodo sembrava molto come lasciarlo piangere qualcosa che era totalmente contro ciò in cui credevo. Ma una sera in cui ero distrutta e ripeto, non avevo ancora la più pallida idea di cosa significasse essere distrutti, decisi di provare, la faccio breve. C'è voluta 1 ora di entra ed esci ogni minuto, più o meno perché 3 minuti mi sembravano eccessivi. Ma poi Oliver si è addormentato da solo e ha dormito fino al mattino, alle 08:30. Dalla seconda notte in avanti non ha nemmeno più pianto. Alex andava a metterlo a letto, gli leggeva un libro e poi usciva e non lo sentivamo fino al mattino dopo. E così è stato fino ad oggi, più o meno. Ecco, da quella esperienza ho pensato ho scoperto qualcosa di rivoluzionario. So come aiutare le mamme a far dormire i propri piccoli. Ne avevo persino parlato con una mia amica, il cui bimbo si svegliava ogni ora e lei era disperata e continuavo a dirle. È solo questione di tempo e di coerenza. Continua a provarci. E quando lei, poverina, mi diceva che per lei non funzionava, provavo a darle consigli su che cosa cambiare perché pensavo che non fosse possibile che il bimbo continuasse a svegliarsi ogni ora.

Come mi sono rimangiata quelle parole, quei pensieri quando è nata Emily! Con Emily il metodo dei 3 minuti non solo non ha mai funzionato, ma Emily si svegliava ogni ora, ora e mezza ogni notte e non dormiva più di 15 minuti di pisolino al giorno. Oggi che ho molta più esperienza al riguardo, mia e di altre mamme, so che quel metodo aveva funzionato con Oliver perché Oliver era pronto a dormire, era pronto ad imparare ad addormentarsi da solo. Anzi, credo davvero che il fatto che lo abbiamo aiutato abbia migliorato in generale il suo umore durante il giorno, perché lui dormiva le sue 12 ore a notte che tra l'altro dorme ancora oggi che ha cinque anni. Oliver era emotivamente pronto e io e Alex non abbiamo fatto altro che dargli l'opportunità di dimostrare a se stesso che era in grado di addormentarsi da solo, che poi addormentarsi da solo significava soprattutto senza la tetta, perché in realtà ancora oggi ci addormentiamo tutti insieme, non perché ne abbia bisogno, ma perché ci piace. Emily invece non era emotivamente e psicologicamente pronta. Avrebbe pianto all'infinito. Si sarebbe forse addormentata dopo ore di singhiozzi, esausta, ma non avrebbe imparato nulla di sano. Lei viveva ancora la separazione come un abbandono. E se io avessi insistito, credo davvero che l'unica cosa che avrebbe imparato e che noi, i suoi genitori, le persone di cui si fida di più al mondo, la abbandonano.

E in realtà, anche se dormiva pochissimo, era serena, era sana, era sempre sorridente, ballerina, stava bene. Oggi che ha tre anni e mezzo e la conosco un po' di più, credo che stesse imparando, che avesse bisogno di assorbire continuamente il mondo intorno a lei. Semplicemente non aveva bisogno di dormire. Ma io sì. Io sì. Eccome se ne avevo bisogno, ne avevo bisogno come l'aria. Ho vissuto due anni in bilico precario con la depressione, prima di riuscire a reagire. Quando parlo di tunnel della privazione del sonno intendo letteralmente perché io lo ricordo come se fosse tutto scuro e ovattato intorno a me, come se non riuscissi a mettere a fuoco nulla. Nelle giornate buone, che erano il risultato di notti decenti in cui mi si svegliava magari ogni 2 ore, ero stanca e tutto mi sembrava difficile. Non vedevo una ragione per cui alzarmi dal letto al mattino. Certo, lo facevo per i bimbi, lo facevo per abitudine, ma non mi sentivo ispirata a fare nulla, nemmeno a lavorare. E io adoro il mio lavoro. Mi sentivo facilmente frustrata e sempre sopraffatta dalle cose più piccole come il traffico. Non avere caffé in casa la mattina. Facevo fatica persino a seguire una conversazione. Quando mi chiedevano come stavo dicevo bene, perché in fondo quello era il mio nuovo bene, ma in realtà anche le cose che amavo, come vedere altre mamme o andare alle mie lezioni di danza mi sembravano troppo difficili, a volte. Ricordo che dovevo usare tutta, tutta tutta la mia energia e forza mentale per essere una madre decente e anche così spesso fallivo. Spesso mi arrabbiavo, mi delude, piangevo ogni pomeriggio, contavo i minuti che mancavano finché Alex tornasse a casa. 

E questi erano i giorni buoni, perché poi c'erano anche i giorni NO che seguivano notti in cui mi svegliavo ogni ora o poco più. Non so come descriverli, era tutto monotono e monocromatico. Le mie emozioni erano intorpidite. Me lo ricordo come se fosse adesso. Mi faceva sempre male il corpo, come quando si ha la febbre. Ero perennemente in uno stato vegetativo. Anche le cose più piccole, come stendere o cambiare un pannolino, mi esaurivano. Non avevo voglia di fare esercizio, né di mangiare sano né di vedere nessuno. E quando vivevo troppi giorni di fila ero la versione peggiore di me stessa come donna, come moglie e come madre. Non so se avete mai visto il film della Pixar Inside Out. Ecco, potrei quasi descrivere quel periodo come se tutte le persone nella mia testa premessero contemporaneamente tutti i pulsanti ripetutamente e ritmicamente. Era come se avessi zero controllo sulle mie emozioni, mi rendeva impotente. A volte mi chiedono come ne sono uscita. Bella domanda. Non sono molto sicura della risposta. Ricordo solo che un giorno, una di quelle giornate buone, andai a una lezione di danza e Cati, la mia insegnante e amica, prese da parte un gruppo, me inclusa, e ci chiese chi aveva voglia di partecipare a una gala di danza, uno spettacolo in teatro che richiede moltissime ore di prove e parecchio sacrificio.

La prima sensazione è stata quella di ridere. Non avevo nemmeno la forza di andare con regolarità alle lezioni. Come potevo pensare di preparare uno spettacolo? Era impossibile e invece, senza rendermene conto avevo la mano alzata. Oggi so che quel momento era una di quelle caverne oscure di cui vi parlavo nel precedente episodio. Dovevo entrarci per trovare me stessa e così è stato e mi emoziono ancora a dirlo perché sono stati anni veramente difficili e sono stati mesi veramente difficili. Ma in quel momento, sapevo che ne stava uscendo. Sapevo che ne stavo uscendo, sapevo che avrei visto la luce alla fine del tunnel. Era una sensazione. Con l'aiuto di Alex, che è stato molto paziente ed è restato solo con i bimbi quasi tutte le sere e quasi tutti i fine settimana, per mesi io ho fatto tutte le prove. Non sono mancata nemmeno ad una, nemmeno nelle giornate terribili, nemmeno quando pensavo di non riuscire ad alzare un dito. Entravo in sala e il mio corpo si muoveva rinascendo. A volte scherzo e dico che la danza mi ha salvata, ma dentro di me so che non è uno scherzo. So che quel giorno che ho detto sì a Cati è stato il mio momento felice.

E ora vi chiederete ma Emily quando ha iniziato a dormire? No, non durante i mesi di prove dello spettacolo, purtroppo. Aveva tre anni e mezzo. Eravamo in viaggio intorno al mondo e più precisamente qui in Nuova Zelanda, proprio da dove sto registrando questo episodio. È stato buffo, perché è coinciso con il togliere il pannolino di notte, di giorno l'aveva già tolto ormai da tempo. E forse coincidenza, o forse no. Forse fin da piccola si svegliava ogni volta che faceva pipì e voleva andare in bagno. Che ne so? No, scherzo, ovviamente. Più probabilmente era semplicemente perché aveva compiuto lo sviluppo psicologico ed emotivo necessario a svegliarsi nel mezzo della notte e di addormentarsi da sola. Perché, come dicevo all'inizio, i bambini, proprio come noi adulti, hanno dei cicli di sonno e si svegliano spesso di notte. Ecco, Emily a un certo punto era pronta a tornare ad addormentarsi da sola, senza aiuto. E così ha fatto. A volte quando io lavoro in sala mentre lei dorme in camera, la vedo che si sveglia, si siede nel letto, si guarda intorno e poi si rimette giù e torna a dormire. E mi emoziona, devo dire, perché mi sembra un miracolo. Ma ci è arrivata con i suoi tempi, proprio come togliere il pannolino di giorno, come toglierlo poi di notte o come dormire in un letto diverso dal nostro. Che è anche successo, tra l'altro verso i tre anni, sempre in questa casa.

E questo no, non credo che sia una coincidenza. È sicuramente anche relazionato allo stesso percorso di sviluppo, se così vogliamo definirlo, e sono felice e orgogliosa di averle dato tempo di aver seguito le sue esigenze. Credo che lasciare che i bambini arrivino a questo traguardo tra virgolette in maniera naturale è ciò che di meglio possiamo fare per loro. Certo, forse non è ciò che di meglio possiamo fare per noi stessi, perché richiede un enorme sacrificio. Ma come tutto ciò che riguarda la genitorialità e credo, e magari se sbaglio, poco di ciò che è meglio per i nostri figli è ideale per noi genitori. Però io personalmente credo che quando si segue il bambino e il suo personale percorso di sviluppo naturale ci sia più armonia in famiglia, più fiducia, meno lotte di potere e anche meno sensi di colpa. Perché quando si sceglie un'educazione rispettosa, così come quando si sceglie il rispetto in ogni situazione della vita si è nel giusto. C'è poco da dire. E poi, siamo sinceri, possiamo provare un sacco di soluzioni per far dormire i bambini piccoli che non dormono e chi ci è passato lo sa. Possiamo metterli a letto con la luce accesa o con la luce spenta, con le tapparelle su, con le tapparelle giù, con il ciuccio senza ciuccio, con la tetta, senza tetta, con acqua, senza acqua, con la coperta, senza coperta, con pigiama, senza pigiama, con doppio pigiama, con musica di sottofondo.

Possiamo leggere gli esperti del sonno. Possiamo fare ricerche personali. E sì, io le ho provate tutte nel periodo di disperazione. Quindi so di che cosa sto parlando, ma sono arrivata alla conclusione che non ha senso vivere nello stress per ciò che non possiamo controllare. I bambini iniziano a dormire quando sono pronti per dormire e noi genitori dobbiamo sopravvivere. Magari alcuni di voi non sono d'accordo e lo capisco. Se me lo avessero detto prima di Emily non ci avrei creduto. Ero la mamma che dava consigli sulla base della propria esperienza, delle ricerche scientifiche e di ciò che aveva funzionato per noi. Ma oggi, anche dopo essere sopravvissuta a una forte privazione del sonno e aver scelto di viverla così come l'ho vissuta per lasciare che Emily ci arrivasse da sola, in maniera spontanea, ai suoi traguardi, credo che accettare che i nostri figli dormiranno quando sono pronti per dormire sia il regalo più grande che possiamo fare alla nostra mente, alla nostra salute e al nostro cuore. Ecco, in realtà, guardando i miei appunti, oggi volevo parlare anche di come questi due anni abbiano azzerato la vita di coppia e di come io e Alex ci siamo ritrovati, di come sono uscita io dal tunnel. Ma come sempre mi sono lasciata trasportare. E la verità è che ogni volta che parlo di questo argomento è una nuova montagna russa di emozioni e oggi non ne ho più voglia, ma prometto che lo farò magari già nel prossimo episodio.

Ma vorrei lasciarvi con un paio di pensieri su ciò che ho imparato, dal tunnel della privazione di sonno che ha modellato tutto il mio modo di essere e di vedere la genitorialità. La prima cosa è che solo chi ha sperimentato la vera privazione del sonno può parlare del sonno dei bambini. Le teorie, i metodi, la scienza aiutano. Certo, come mi hanno aiutata con Oliver, ma non funzionano per tutti i bambini e a volte, come dicevo prima, l'unica cosa che possiamo fare è accettare. E lo stesso vale per tutto. Solo chi non ha potuto allattare può parlare della sofferenza che ha vissuto. Solo chi ha un bambino che morde può raccontare la vergogna. Solo chi non si sentiva madre e ha avuto un figlio o chi si sentiva madre e non è riuscita ad avere figli, può parlare di quel percorso emotivo. Gli altri possono immaginarlo, possono immedesimarsi, possono fare un lavoro di empatia, anche dare consigli sulla base di ciò che sanno, perché a volte, quando si è con adulti maturi e consapevoli, una parola può essere uno spunto di riflessione, ma non potranno mai arrivare a capirlo e per questo tutti noi genitori dovremmo usare consapevolmente ancora più tatto e ancora più empatia e ancora più sensibilità quando parliamo con altri genitori, perché non sappiamo quale sia la loro storia e la loro montagna russa. E poi.

La seconda cosa è che credo che con il sonno dei bambini valga lo stesso principio che utilizziamo nei momenti di crisi e lo possiamo riassumere in una domanda che faccio a voi? Quando ti senti in difficoltà ti piace sentirti abbandonato? A me no, a te credo nemmeno. Nemmeno ai nostri figli. Il bambino che viene lasciato da solo a piangere a forza di singhiozzi, si addormenta, certo. Ma questo potrebbe causare effetti spiacevoli nel suo subconscio. Per esempio paura dell'abbandono, mancanza di fiducia, scarsa sicurezza di sé e personalità timorosa, addirittura. I bambini non devono imparare a dormire. Loro sanno come si fa, ma lo fanno quando sono pronti, quando sono così sicuri di sé da poter dormire sereni senza doversi più assicurare a ogni ora che i loro genitori, il loro mondo, non li hanno abbandonati. Di questo, tra l'altro, ne ho scritto brevemente anche nel volume 38 piccoli malesseri della collezione Gioca, Impara con il metodo Montessori del Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. E se ti capita di metterci le mani sopra, ti consiglio di dargli una lettura. Potrebbe darti spunti interessanti anche su altre realtà della genitorialità. E con questo ti saluto e ti do appuntamento alla prossima puntata di Educare con calma. Ti ricordo che mi trovi anche sul blog www.latela.com e su Instagram e Facebook come @lateladicarlottablog. Ti mando un abbraccio stretto. Ciao. Anzi, da quanto sono stanca, oserei dire. Buonanotte.

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