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Episode 21

Conflitti tra fratelli: come li risolviamo in casa

In questo episodio di Educare con Calma, vi parlo di gelosia e litigi tra fratelli e vi racconto come noi risolviamo i conflitti in casa, come scelgo di essere un mediatore invece di un giudice e come do ai miei figli gli strumenti per risolvere da soli le proprie discussioni .

Sul blog, potete leggere anche il mio articolo sul tavolo della pace Montessori, che menziono nell’episodio.

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Oggi vorrei parlarvi di una cosa che mi chiedete spessissimo: ma i tuoi figli non litigano mai? Come gestisci le gelosie tra di loro? Tra l’altro, questo episodio cade a pennello perché uscirà il giorno di natale (quindi buon natale a chiunque mi stia ascoltando) e spero che ciò che vi racconterò oggi possa aiutarvi in questo periodo che i bambini sono di nuovo a casa a gestire le crisi e le liti con più calma, con più consapevolezza.   

Prima sfatiamo il mito: i miei figli litigano, certo, sono bambini normali e soprattutto sono fratelli normali quindi certo che litigano. Potrei fare video per farvi vedere come le risolviamo come fanno alcuni su internet, ma quando ho deciso di mostrare i miei figli sui social (cosa che è stata una scelta ponderata, di cui vorrò parlare, ma ho bisogno di sentirmi ispirata perché è un argomento delicato secondo me), comunque dicevo, quando ho deciso di mostrare Oliver ed Emily sui social ho scelto di non mostrare crisi, di non mostrare litigi e in generale nulla che possa imbarazzarli o che secondo me loro stessi non vorrebbero mostrare pubblicamente. Al giorno d’oggi tra l’altro per tutte le foto che pubblico di loro, chiedo a loro se la foto piace, se gli va bene che la pubblico, spiego loro che la vedranno nonna, nonno, zia, ma anche tantissime persone che noi non conosciamo. Questo lo faccio da sempre, ma solo ora stanno iniziando a capirlo davvero. Ma di questo ne parlerò in un altro episodio, è nella mia lista di cose di cui parlare. 

Ma dicevo che appunto nonostante io non mostri le liti, le liti ci sono ovviamente, siamo una famiglia normalissima, usare un metodo di educazione alternativo non significa che da noi tutto e rose e fiori, significa che spesso le rose e i fiori li usiamo per risolvere le crisi e in generale per coltivare le nostre relazioni.  

Però per onor del vero, devo anche ammettere che sono rare e che i bambini le risolvono quasi sempre da soli e questo è qualcosa che credo abbiamo insegnato loro io e alex. 

Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi oggi. 

Credo che per parlare di liti tra fratelli si debba iniziare dalla gelosia. 
Oliver non è mai stato geloso di Emily, né Emily di Oliver e questo secondo me è la prima cosa che ha fatto la differenza nel loro rapporto.
Prima di tutto, quando ero incinta di Emily abbiamo sempre coinvolto Oliver nella gravidanza, nelle ecografie, abbiamo letto dei libricini su come sia diventare fratello o sorella maggiore, abbiamo sempre risposto con onestà alle domande di Oliver e proprio tutto questo coinvolgerlo credo abbia aiutato molto con il suo livello di gelosia, ovvero inesistente devo ammettere.

Poi quando Emily è nata, una cosa per me importante che abbiamo fatto è stata lasciarli da soli insieme, da sempre proprio, anche se solo per pochi minuti: Oliver aveva solo 22 mesi ma non lo abbiamo mai fatto sentire non in grado di stare con la sorellina, solo perché era piccola o delicata. Li lasciavamo per terra insieme, lei sul appettino con le giostrine montessori e Oliver vicino a lei a giocare con i suoi giochi, ovviamente supervisionavo il più possibile, ma non evitavo mai a Oliver di toccarla (se lo faceva con poca gentilezza non lo sgridavo, gli mostravo come farlo in una maniera che piacesse a Emily) e da sempre Oliver l’ha presa in braccio da solo (in questi sì, rimanevo vicina a loro), ma è capitato anche che mi allontanassi per un paio di minuti mentre erano sul tappeto separati e tornassi che lui ce l’aveva in braccio). Oliver è sempre stato un bambino molto gentile, ma pur sempre un bambino, quindi ovviamente spesso la manipolava in maniera poco sicura e in quei casi gli mostravo come fare, proprio come lo mostrerei a qualcuno che la prende in braccio e non ha figli, insomma. 

Un’altra cosa che ha aiutato tantissimo nella gelosia o non gelosia meglio, è stato il fatto che Oliver si è attaccato moltissimo ad alex, non ha mai sentito di dover competere per le attenzioni. Quando eravamo insieme solo noi tre, cercavo di dare più attenzione a Oliver che a Emily, giocavo di più con lui apposta, gli dedicavo tempo di qualità, anche se c’era sempre Emily con noi perché lei non dormiva mai nemmeno di giorno, quindi magari Emily era attaccata alla tetta mentre giocavo, ma questo Oliver lo capiva e non sembrava essere un problema. 

Ogni tanto mi ritagliavo dei momenti di qualità con Oliver e alex restava con Emily mentre noi andavamo a teatro insieme, una passeggiata in bici solo io e lui, o quando riuscivo a far dormire Emily nel suo letto, cercavo di dedicare quel tempo esclusivamente a Oliver (non sempre succedeva, a volte dovevo lavorare, ma ci provavo il più possibile). Quando c’era anche Alex a casa, invece, spesso era lui che si prendeva cura di Oliver e lo aiutava in tutte le routine della sera, a tavola, lo metteva a dormire lui, e in questo modo Oliver aveva le attenzioni di cui aveva bisogno e questo credo davvero che abbia rimosso ogni problema di gelosia. 

Questo ha intaccato un po’ il rapporto mio e di Oliver, dico sempre che mi sentivo di aver “perso” il mio bambino, che ha poi sempre preferito alex a me, ma è stato un piccolo prezzo da pagare per vedere che i suoi bisogni erano soddisfatti perché quando soddisfiamo i bisogni dei bambini loro sono più sereni, fanno meno fatica e di conseguenza ci fanno fare meno fatica.

Ora, passiamo proprio alla relazione di Oliver ed Emily… dunque, una cosa che sicuramente ha aiutato in casa e non condividere i giocattoli. Se mi conoscete e mi leggete, saprete che io, da montessoriana, non promuovo la condivisione del giocattolo, credo abbia molti più benefici fare come in una scuola in cui ogni bambino può prendere un materiale dalle mensole, usarlo per tutto il tempo che vuole e solo quando lo ripone sulla mensola quel materiale è disponibile per un altro bambino, in questo modo si pratica a “fare a turno” e ad aspettare, che aiuta moltissimo a praticare anche la pazienza.

A casa abbiamo usato questo principio per i primi anni, non avevamo giochi che erano solo di Emily e giochi che erano solo di Oliver (certo avevamo giochi più per l’età di Oliver che magari a Emily non interessavano ma se voleva, poteva usarli sotto supervisione per assicurarmi che li trattasse con rispetto), se uno aveva un gioco, l’altro doveva aspettare: ora mi chiederete, come facevi con Emily piccola? Facevo che dedicato molti momenti a giocare con loro e mostravo a Emily come toccare i giochi, mi assicuravo che rispettasse il gioco e la concentrazione di Oliver, insegnavo a Emily che il gioco che aveva Oliver lei non poteva utilizzarlo in quel momento, lei a volte non lo capiva e piangeva ovviamente e allora io la aiutavo a trovare un gioco che le piacesse e la interessasse e mi dedicavo un momento a lei; altre volte invece magari chiedevo a Oliver se voleva fare un compromesso e lasciare usare un pochino il gioco a Emily e se diceva di sì bene, se diceva di no, bene lo stesso, lo rispettavo. 

Poi ovviamente piano piano Oliver vedeva che spesso Emily voleva solo toccare un gioco o prenderlo in mano per pochi secondi e poi lo lasciava, quindi se lei piangeva glielo dava e poi lo riprendeva quando lei lo lasciava: ora, questo è stato un po’ difficile, perché Emily ovviamente notava che bastava piangere per ottenere un gioco, ma visto che quella era una scelta di Oliver, che arrivava da lui, li lasciavo fare, sono equilibri loro. 

Quello che facevo era mostrare a Oliver che poteva offrirle un altro gioco e magari per togliere l’attenzione da quello che stava usando lui, e con il tempo, attraverso il mio esempio, Oliver ha imparato e lo fa tuttora. Ma io cercavo di intervenire il meno possibile in questi equilibri e credo che abbia fatto la differenza, sia nella loro relazione, sia nella mia relazione con loro: perché per esempio ogni volta che spiegavo ad Emily che non poteva usare il gioco di Oliver o le mostravo come trattare i giochi con rispetto, mi guadagnavo un po’ della fiducia di Oliver, che pensava “ok, lei difende le mie cose e i miei spazi” (e tra l’altro imparava a farlo anche lui per se stesso).
Quindi questo sicuramente è stato il primo passo per creare una relazione sana tra di loro. Spesso credo che i genitori siano concentrati sul condividere, i fratelli devono condividere tutto, bisogna condividere… io invece credo che abbia molti più benefici insegnare a non condividere, ne parlo anche molto nel mio corso online e forse ho anche scritto un post sul blog al riguardo, se lo trovo ve lo metto nelle note dell’episodio. 

Detto tutto questo, passiamo proprio alla parte succosa della questione: le liti, le manate, el tirate di capelli… 

Allora, su questo ci sarebbe davvero tanto di cui parlare, ma per me la regola sovrana è intervenire il meno possibile e quando intervengo sono un mediatore, non un giudice. 

Che cosa significa questo? Significa che non prendo posizione, non decido chi ha ragione, le mie domande non sono per capire chi ha torto, ma per aiutare loro a risolvere il conflitto insieme. 

Oggi che sono più grandi, spesso vengono da me e mi dicono “mamma, Oliver mi ha fatto questo, mamma emily mi ha fatto quest’altro…” e sapete la mia risposta qual è? Mmmm, capisco, vedo che sei arrabbiato, vai a parlarne con emily. Mmm, vedo che Oliver ti ha fatto male, vai a parlare con lui e digli che non ti piace quello che ha fatto. Con Oliver cha ha 5 anni lascio più spesso che trovi lui le parole, con emily magari la aiuto a trovare delle parole che può dire a Oliver per descrivere il sentimento “mi ha fatto male, non mi è piaciuto quello che hai fatto”…  E ora spesso senza nemmeno esitare, prendono, vanno dall’altro, lo dicono e l’altro chiede scusa. 

Come siamo arrivati qui? Con taaaaaaanto lavoro di mediazione.

Ma prima del lavoro di mediazione, c’è anche tanto ignorarli, nel senso che se vedo che la situazione non è critica, ovvero che non stanno alzando le mani, ma solo piangendo e gridando, lascio che risolvano la situazione da soli o magari da dietro il computer dico solo  “usate le vostre parole” che negli anni per noi è diventato un mantra e loro sanno che significa “siate gentili, parlate e non usate le mani”. Questo a volte è sufficiente.    
Altre volte devo intervenire mediando. Mediando per me significa proprio che quando litigano, se richiedono il mio intervento, non importa ciò che sto facendo, mi prendo un momento per parlare con loro, ci sediamo insieme e a turno parliamo. 

Quando eravamo stabili avevamo un tavolo della pace, se non sapete che cos’è ne ho scritto sul blog, ma in pratica è solo un tavolo su cui avevamo un qualcosa da tenere in mano mentre parlavamo (una pallina  antistress o un piccolo peluche e chi ce l’aveva in mano poteva parlare mentre gli altri ascoltavano) e una clessidra che marcasse il tempo che avevano a disposizione per parlare in modo che potessero parlare tutti. Poi in realtà la clessidra non l’abbiamo mai usata davvero perché alle età di Oliver ed eMily le frasi erano sempre brevi. 

E questo serviva per parlare, calmarsi e risolvere. Il mio ruolo era ascoltare, dare la parole a uno o all’altro e fare domande, proprio come farebbe un mediatore. Anche perché spesso non sapevo nemmeno che cosa era successo, non l’avevo visto con i miei occhi, quindi come potevo decidere chi aveva ragione? Sicuramente non potevo farlo sin base ai loro racconti o alle loro reazioni, perché per esempio chi è più vocale riesce a esprimersi meglio, o il più piccoli magari piange ma magari è il responsabile della lite. Quindi fare da giudice per me non funziona, devo fare da mediatore e fare domande. 

E le domande sono sempre per capire che cos’era successo (che mi importava meno se non erano feriti perché tanto il passato è passato, ma soprattutto sulla soluzione. Ecco, l’importante per me è concentrarsi di più sulla soluzione che sull’accaduto: il nostro ruolo di genitori mediatori non è trovare un colpevole come farebbe un giudice, ma trovare un accordo e ritrovare l’armonia.

Le domande possono essere: che cosa è successo? Come ti sei sentita/sentito? Che cosa ti farebbe stare meglio? (Se sono molto piccoli suggerisco un abbraccio, per esempio, e poi mi assicuro che l’altra persona voglia riceverlo l’abbraccio, perché non possiamo nemmeno imporre l’abbraccio o imporlo prima che l’altra persona sia pronta per accoglierlo) Per esempio emily è spesso disponibile ad abbracciare e farsi abbracciare, mentre Oliver ha bisogno di più tempo e quindi è anche importante che io comunichi a emily che è giusto rispettare il suo tempo. Poi, se io genitore sono una persona che è abituata a chiedere scusa quando sbaglio, è probabile che senza nemmeno chiedere loro di chiedere scusa, un giorno alla domanda “che cosa ti farebbe sentire meglio?”. 

Potranno rispondere “che mi chieda scusa”, questo è quello che è successo a noi, io per scelta non ho forzato i bimbi a chiedere scusa quando facevano qualcosa di sbagliato, perché credo 1. sia controproducente e 2. si perda il significato dello scusa, lo si faccia diventare una parola vuota che si dice di routine e io preferisco invece che abbia un valore e si usi solo quando davvero non ci è piaciuto ciò che abbiamo fatto.

Ok, ho fatto una digressione, fammi vedere sulla mia scaletta di che cosa stavo parlando, ah sì, ok, quindi questo (ovvero sederci al nostro tavolo della pace vero o immaginario e mediare) è un po’ il modo in cui affrontiamo noi i litigi in casa.

Ora, che succede se si alzano le mani: devo ammettere che non ho molta esperienza al riguardo. Ma vi dico come lo gestirei io. Prima di tutto, se voi picchiate i vostri figli o siete di quelli che date anche solo la sculacciata occasionale, smettete. Anche una sculacciata è violenza fisica e la violenza fisica promuove violenza fisica: se lo fate voi con loro, non potete aspettarvi che loro non facciamo con il fratello o la sorella. E su questo non ci piove.

Se invece voi non lo fate, ma loro sì (perché lo hanno imparato a scuola o perché in un momento di rabbia viene spontaneo riflettere l’emozione con il corpo, tirando oggetti, spingendo, e magari anche dando una manata al fratello o la sorella se sono vicini). In questo caso, per me la strategia migliore è prevenire. Per prevenire bisogna osservare. Per esempio, Se io so che alla sera sono più inclini a discutere e picchiarsi, mi siedo con loro a giocare e mi metto in mezzo a loro proprio fisicamente, seduta in mezzo a loro. 

Credo sia importante prevenire nel senso di sedersi con loro e insegnare loro una reazione diversa da quella spontanea. In questo modo, quando vediamo che vogliono alzare le mani o tirare i capelli o mordere, possiamo ricordare loro 
1. Di usare le parole invece delle mani; 
2 possiamo essere i loro interpreti se ancora non parlano, per esempio posso dire “Oliver, Emily ho visto che emily stava usando quel pezzo di lego e tu gliel’hai preso (in questo caso ovviamente sono lì con loro, se vedo cosa succede posso usare le mie capacità diplomatiche per razionalizzare, spiegare i comportamenti, motivare le reazioni e mediare). 
3. possiamo mostrare un’alternativa con il nostro esempio, che è ciò che insegna di più, molto più delle parole. Per esempio, se Oliver insiste ad avere un pezzo del lego che ha emili, ma io so che nella scatola ce n’è uno uguale, posso trovarlo, darglielo e mostrargli che può lasciare l’altro a emily, perché lui a quella soluzione non aveva nemmeno pensato, il suo cervello era in modalità “coccodrillo” come lo chiamo io e quindi la parte razione del suo cervello in quel momento non funziona. Ma questo piccolo gesto aiuta la prossima volta a trovare una soluzione in una situazione simile.
E poi 4. Ovviamente se sono presente, posso prevenire le manate: la frase che io uso è “vedo che sei arrabbiata, non posso lasciarti picchiare tuo fratello” “vedo che sei arrabbiato, ma non posso lasciarti picchiare tua sorella” ed è una frase che a me personalmente piace di più del “non si picchia” che mi sembra più come una regola imposta (e anche se non picchiare è vero che dovrebbe essere una regole, io voglio che arrivi da loro attraverso il mio esempio, perché è così che credo che si educhi a lungo termine, cercare di fare in modo che non picchiare sia una loro scelta verso il bene, verso il giusto, non una cosa che non si fa perché lo dice qualcuno. Quindi con la frase “non posso lasciarti picchiare” mi assumo io la responsabilità, per me è come dire, so che in questo momento vuoi picchiare, so che ne senti la necessità, lo riconosco, ma non posso lasciartelo fare perché ha delle conseguenze che non ti piacciono. Ecco, questa frase mi piace perché non reprime o ignora l’emozione e sa di insegnamento a lungo termine e ormai sapete che credo molto nell’educare a lungo termine, a dire il vero ci credo così tanto che ho anche intitolato il mio corso online così.

Ok, mi sembra di stare parlando da ore, ho seguito le mie ragnatele di pensieri più di una volta, ma sulla mia scaletta c’è ancora un cosa di cui credo di dover parlare e lo faccio molto brevemente. Che cosa succede quando si sono già picchiati e io arrivo tardi?   

Il concetto è lo stesso, cerco di non giudicare, perché non so davvero che cosa sia successo, anche se spesso di intuisce dalla faccia o dalla reazione di uno o dell’altro, ma insomma il principio è sempre quello di essere mediatori, non giudici, quindi ciò che faccio è ignorare per un momento chi ha fatto male e dedicare la mia attenzione a chi ha male. In questo modo, sto dando priorità al sentimento positivo, il desiderio di aiutare chi piange, piuttosto che a quello negativo, il desiderio di strangolare chi ha fatto male. 

E in questo modo do appoggio a chi ne ha davvero bisogno, sto ignorando chi ha fatto male che è meglio di gridargli addosso perché gridare non serve a nulla e in più dà anche attenzione (ricordiamoci che a volte i comportamenti dei bambini sono per attirare l’attenzione dell’adulto e anche gridare e sgridare è attenzione, è attenzione negativa ma pur sempre attenzione quindi in questo caso ignorare il comportamento per un momento, mentre tutti sono arrabbiati è molto meglio, molto più produttivo); mentre abbraccio chi piange do la possibilità all’altro o altra di calmarsi e mi prendo il tempo nella mia testa per calmare anche la MIA emozione (che generalmente è di rabbia) e per capire come affrontare la situazione in maniera diplomatica, che domande fare, ecc in modo da ripristinare l’armonia e oltre a tutto questo, allo stesso tempo sto anche modellando con il mio esempio ciò che vorrei che i miei figli facessero quando vedono qualcuno in difficoltà.

Poi quando siamo calmi se ne parla tutti insieme tipo tavolo della pace e voilat. Ecco, per me questo è sufficiente, e visto che so che mi chiederete “ma come punisco chi ha fatto male?”, rispondo velocemente per dire per me non c’è mai bisogno di castighi e punizioni, vedere l’altra persona piangere è già una conseguenza, quello di cui i bambini hanno bisogno in questo caso non è una punizione, è qualcuno che gli mostri empatia, comprensione e un’alternativa al comportamento. E per fare questo bisogna prima calmarsi, perché non si può parlare con un cervello in modalità coccodrillo. Ma per questo ci vorrà un episodio a parte prima o poi e se avete il mio corso potete correre a leggervi il modulo “i capricci” e come gestirli perché lì ci sono 6 unità dedicate proprio a quello più tante unità pratiche che trovate nei moduli “montessori nel quotidiano” e in quello in cui rispondo alle vostre domande”. 

E con quest’ultima digressione non ho più nulla sulla mia scaletta, quindi spero davvero che tutti i consigli concreti e pratici di cui vi ho parlato vi siano piaciuti e soprattutto che proverete a metterli in pratica.

Quindi non mi rimane che ricordarvi che mi trovate anche su Facebook e  Instagram come @lateladicarlottablog dove finalmente posso condividere con voi tutto il mio lavoro sul blog e sul podcast perché ho raggiunto i 10.000 followers e il fatidico swipe up che mi aiuta moltissimo nel mio lavoro; e ovviamente mi trovate anche sul mio sito www.lateladicarlotta.com che è dove passo la maggior parte delle mie giornate lavorative, è un po’ come venirmi a trovare in ufficio, insomma, o anzi a casa, visto che io lavoro da casa.

Vi saluto e vi do appuntamento al prossimo episodio di Educare con calma. 

Buona giornata, buona serata o buona notte e seconda di dove siete nel mondo.

Ciao ciao. 

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